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Le tradizioni, anche gastronomiche, della provincia

Del grande ed elegante volume "Viaggio in Terra di Brindisi",
di Angela Marinazzo (direttrice del Museo Archeologico Provinciale),
tratteggiamo le tradizioni della provincia.

Dal volume di Angela Marinazzo "Viaggio In Terra di Brindisi"

 

Il culto religioso e i cortei storici

 Le tradizioni della nostra provincia, come di tanti altri territori, sono strettamente legate alla storia economica e religiosa. Le più note sono la processione del "cavallo parato" del Corpus Domini a Brindisi; la cavalcata di S. Oronzo a Ostuni, che si tiene nell'ultima settimana di agosto; il torneo dei rioni e il corteo storico di Federico II a Oria, che si svolgono di regola nella prima decade di agosto; lo sbandieramento della "nzegna" (l'insegna) a Carovigno, nel martedì di Pasqua, per la festa della Madonna di Belvedere; il corteo storico della Madonna del Pozzo, che si svolge a Fasano nella seconda metà di giugno; l'asta della bandiera a San Pietro Vernotico nel giorno di Pasqua; oltre alle feste patronali, massima espressione della religiosità popolare con i culti mariani, che includono la Madonna della Fontana a Francavilla, la Madonna di Galeano a Torchiarolo e la Madonna di Iaddico a Brindisi.

 

Il "cavallo parato"

Corpus Domini, processione con ostentazione dell'Ostia Consacrata con il cavallo parato
 Processione conl'ostentazione dell'Ostia consacrata con il Cavallo Parato
Foto coll. Nolasco

 La solenne processione del "cavallo parato" del Corpus Domini a Brindisi è un rito unico nella storia della Cristianità, che si svolge da più di sette secoli: l'episodio che ne è all'origine merita di essere raccontato, sia pure sommariamente. Nel maggio o giugno 1250, Luigi IX, re di Francia (sarebbe stato fatto santo nel 1297), tornava dalla sua prima avventurosa crociata in Terra Santa quando la nave approdò, molto probabilmente spinta da una tempesta, sullo "scoglio" o promontorio che si trova a Sud del nostro porto, presto chiamato, o ribattezzato per il motivo che si vedrà, Capo Cavallo o Torre del Cavallo. Il re dei Francesi, fratello di Carlo I d'Angiò che in quell'occasione lo accompagnava, portava con sé (ed anche questo era un privilegio unico nella storia della Chiesa) l'Ostia Consacrata. Per ricevere il re e la SS. Eucaristia, si mosse dalla città l'Arcivescovo di Brindisi Pietro III, seguito dal clero e dal popolo (tant'è che la città si spopolò quel giorno), e - data la distanza, oltre che per la sua età avanzata - vi andò a cavallo come, si può facilmente immaginare, fecero tutti quelli che avevano una cavalcatura. La processione, solenne, con l'Arcivescovo che portava il Calice con l'Ostia riparato da un ricco baldacchino, mentre il suo cavallo era tenuto al freno da re Luigi e dall'imperatore Federico II, terminò alla Cattedrale dove venne deposto il SS. Sacramento; e si ripete da secoli, più o meno invariata, salvo il tragitto ora tutto interno al centro storico. Per la storia, Luigi IX (o Ludovico, forma medievale di Luigi) morì di peste il 25 agosto 1270, appena sbarcato a Tunisi per la sua seconda crociata; il fratello Carlo I fece costruire la torre di Capo Cavallo dal 1274 al 1279; la festa del Corpus Domini, già celebrata a Liegi, fu estesa nel 1264 a tutta la Chiesa dal papa francese Urbano IV; mentre la "processione" del Corpus, solenne e obbligatoria, fu disposta da un altro papa francese, Giovanni XXII, nel 1316, appena eletto.

 
La cavalcata in onore di S. Oronzo

 Poche e incerte sono le notizie sulle origini della Cavalcata di S. Oronzo, che si svolge a Ostuni il 26 agosto, nella ricorrenza della festa del Santo. Oronzo nacque a Lecce da ricca famiglia pagana e fu convertito da un discepolo di Gesù, di nome Giusto: si dedicò all'evangelizzazione nel Salento e compì molti miracoli in agro di Ostuni, dove trovò rifugio in una grotta sulla collina che da lui prese il nome. Tornato a Lecce, i Romani lo catturarono e lo decapitarono nei pressi della città il 26 agosto dell'anno 68 (lo stesso in cui Nerone, persecutore dei cristiani, fu ucciso dai suoi pretoriani). La prima edizione documentata della Cavalcata in suo onore risale al 26 agosto 1657. L'anno precedente, la peste aveva infierito in diverse regioni risparmiando il Salento, per intercessione - si ritenne comunemente - del suo protettore Sant'Oronzo. Quel giorno la cavalcata era composta dai soldati della guarnigione, dal Sindaco e dagli altri amministratori e, naturalmente, da una grande folla di popolo. Alla solennità della cavalcata contribuisce molto l'elegante e caratteristica uniforme dei cavalieri: pantaloni bianchi, giubbotto rosso trinato, fascia rossa ai fianchi, chepì rosso trinato con cappuccio pure rosso cadente e terminante con fiocco dello stesso colore; il cavallo è coperto da un'ampia gualdrappa e da una mantiglia rossa ricamata e trinata di bianco.

 

Il torneo dei rioni e il corteo storico di Oria

 Le origini del torneo dei rioni e del corteo storico a Oria risalgono al 1225. Quell'anno Federico II, che era in attesa di incontrare la sua futura sposa Jolanda di Brienne, soggiornò con la corte a Oria, nel castello che era stato appena ampliato e fortificato. L'Imperatore, per ingannare l'attesa e allietare i cortigiani, decise di bandire un torneo, spettacolo frequente e molto gradito in epoca medievale e rinascimentale. Da 35 anni Oria (che tra l'altro si è gemellata con Lorch, la cittadina tedesca di cui era originaria la famiglia di Federico lo Svevo), fa rivivere questa pagina della sua storia millenaria con una fastosa cerimonia, che si svolge nella prima decade di agosto. Il torneo dei quattro rioni (Castello, Giudea, Lama, San Basilio) prevede, nel rispetto delle regole dettate dal bando di Federico II, prove di forza, agilità, resistenza, abilità e velocità, e un premio costituito da un "magnifico" palio. E' preceduto dal corteo storico che vede sfilare, nei ricchi costumi d'epoca, centinaia di attori e comparse, con la partecipazione dell'intera città, adornata con drappi e bandiere.

 

 

La Madonna del Belvedere di Carovigno
e la Madonna del Pozzo di Fasano

Affresco della Madonna del Belvedere, Carovigno Madonna del Belvedere - Carovigno
Foto coll. Pennetta

 Il rinvenimento dell'immagine della Madonna nella grotta del Belvedere a Carovigno risalirebbe all'XI secolo, al tempo dei Normanni. Ad essa fu collegata la miracolosa guarigione di un signore di Conversano, poiché la stessa immagine gli era apparsa in sogno poco prima che fosse fortuitamente trovata. Lo sbandieramento della "nzegna", bandiera multicolore che viene fatta roteare nell'aria, prova di abilità in cui i Carovignesi sono diventati particolarmente bravi, tant'è che vengono spesso invitati ad esibirsi in Italia e all'estero, rappresenta un modo originale di dimostrare - il martedì di Pasqua - la propria devozione alla Vergine protettrice della città, nella processione che dal centro cittadino porta al Santuario di Belvedere. Un'altra immagine miracolosa della Madonna fu quella rinvenuta da alcuni contadini, intenti a scavare un pozzo, in una grotta in località Pozzo Faceto, nel territorio di Fasano. All'intercessione della Madonna del Pozzo, alla quale fu dedicato un Santuario, si deve una vittoria riportata dai Fasanesi sui Turchi il 2 giugno 1678.

 

 

L'asta della bandiera di San Pietro Vernotico

 Al 1480, o poco più tardi, risale invece la vittoria dei Sampietrani sui Turchi che, dopo aver preso Otranto, facevano frequenti scorrerie nel Salento. Una vittoria festeggiata dai cittadini di San Pietro ogni anno, il giorno di Pasqua, con l'"asta della bandiera", che i Turchi sconfitti abbandonarono e i vincitori deposero ai piedi del simulacro del loro Protettore, da cui la città ha preso il nome.

Profondamente legati alla vita quotidiana e all'economia contadina e marinara sono i significati delle varie tradizioni, rimaste immutate in più secoli. La tarantella, i grandi falò, i Sepolcri del giovedì santo, gli Incappucciati del venerdì santo di Francavilla, i pellegrinaggi ai santuari dei SS. Medici a Oria, di S. Lucia a Erchie, di San Biagio a Ostuni, e al Santuario di Iaddico a Brindisi. E, poi, le sagre dell'uva a Casalini, in agro di Cisternino, delle lumache a Campo di Mare, sulla costa di San Pietro Vernotico, del polpo a Santa Sabina e del pesce spada a Savelletri. E ancora le fiere di San Giuseppe a Ostuni, in primavera; del bestiame a Ostuni e Cisternino, in estate; la Fiera dell'Ascensione a Francavilla, la Fiera-mostra del Ferragosto ostunese, la Fiera del Mediterraneo a Brindisi.

 

La gastronomia

Esposizione piatti tipici
 Gastronomia - Foto Coll. F.Zongoli

 Oltre al sole, al mare e alla collina, ma anche ai beni storici, artistici e monumentali, e a uno stile di vita che cerca costantemente di contemperare benessere materiale e spirituale, la provincia di Brindisi - come quelle vicine - offre una gastronomia sana e genuina, ricca di sapori, aromi e colori, affidata non ad una cucina elaborata ma ad alimenti semplici e fondamentali come il pane, le carni ovine e bovine, i formaggi, il pesce e i frutti di mare; gli ortaggi, l'olio, il vino.

Nei nostri paesi il pane viene ancora fatto in casa e cotto nei forni a legna. E' molto interessante ricostruire l'origine della "frisella", la ciambella biscottata molto in uso da noi soprattutto in estate: potrebbe essere stata importata dai primi navigatori greci, che la bagnavano nell'acqua di mare, così come probabilmente facevano i crociati e i pellegrini nei lunghi viaggi per raggiungere la Terra Santa. Pane, formaggio e vino costituivano la colazione e il pranzo dei contadini in campagna, spesso con l'aggiunta di cipolla cruda, che contribuiva a dar loro energia e la capacità di resistere per molte ore al duro lavoro dei campi.

In casa le donne cuocevano i legumi (ceci, lenticchie, piselli, fagioli e fave) a fuoco lento, accompagnandoli - quand'era possibile - con cozze nere e verdura cotta. Nei giorni festivi, si cucinava la pasta fatta in casa: le orecchiette e i maccheroncini con sugo di carne (braciole e polpette di cavallo o di manzo), ma pure la pasta al forno, con l'aggiunta di uova sode, mozzarella, salumi e polpettine di carne col ragù. Spesso si usava preparare una teglia di patate con agnello, o con riso e cozze nere (un piatto derivato dalla 'paella' dei nostri antenati spagnoli), che si portava a far cuocere nel forno a legna, un'istituzione ancora in piena attività in diversi Comuni della provincia.

Un buon pasto è sempre accompagnato dai generosi vini locali, soprattutto rossi e rosati, ma anche bianchi, ricavati in particolare da uve Negro amaro e Malvasia nera di Brindisi, ma pure Primitivo e Ottavianello. La dominante di tutti i piatti resta comunque l'olio d'oliva che, con il peperoncino, esalta il sapore del cibo. Gli antipasti terrestri sono costituiti dagli ortaggi locali conservati sott'olio, carciofi, melanzane, peperoni, cipolline, pomodori secchi, olive verdi e nere; quelli marini dalle cozze, dai ricci e dagli altri frutti di mare; da polipi e calamari, alici, sgombri, sarde e merluzzi. La zuppa di pesce è poi un piatto ricercatissimo nelle località della costa, e ha il pregio di cambiare ogni volta i suoi sapori, secondo i frutti di mare e le varietà di pesce disponibili.

Un secondo piatto molto gradito è quello ottenuto con le carni e le interiora del capretto e dell'agnello; ma spesso un'ottima parmigiana di melanzane o di zucchine, o i carciofi ripieni con pane grattugiato, uova e aromi, o la focaccia preparata con ingredienti e condimenti sempre diversi, costituiscono un pasto più che soddisfacente per la varietà, la freschezza e la ricchezza degli elementi nutritivi.

La frutta locale va dalle pesche alle pere, dai fioroni ai fichidindia, dalle ciliegie alle albicocche, dai meloni all'uva, dai fichi all'anguria, dalle mele cotogne alle mandorle. Queste ultime restano il principale ingrediente dei dolci tradizionali, anch'essi fatti di solito in casa, che rappresentano un altro - non trascurabile - motivo per apprezzare la gastronomia della nostra provincia.

Villa Castelli

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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 Il municipio
Villa Castelli - Municipio - Foto coll. Mogavero-Pennetta

   La fattoria "Li Castelli" (dal latino castellum che significa borgata, villaggio) era in un'area abitata già in età preistorica (probabilmente dalla fine del neolitico, IV millennio a. C., alla metà dell'età del bronzo), e sarebbe sorta sull'impianto di una villa rustica romana. Nei secoli XVI e XVII "Li Castelli" era una delle più grandi tenute dell'agro di Francavilla, e gli Imperiali, feudatari della zona, vi avevano realizzato un allevamento di cavalli di razza, che fu assai fiorente alla fine del XVIII secolo. Morto senza figli l'ultimo degli Imperiali, Michele, la tenuta fu acquistata nel 1797 dal duca di Monteiasi che, per popolarla, la concesse in enfitèusi ai contadini di Ceglie e Grottaglie disposti a trasferirvisi. Il duca vi costruì una chiesa, che dedicò al Santo Crocifisso, e risistemò il palazzo degli Imperiali per adattarlo a sua dimora. Agli inizi dell'800, la denominazione "Li Castelli" o "Monte Castelli" fu sostituita con quella di Villa Castelli, con riferimento alla ville (città in francese), e a somiglianza di Francavilla, della quale Villa Castelli era frazione. Divenne Comune nel 1926.

Un bene ambientale interessante è la "gravina" (grande burrone), tornata all'antico splendore con la messa a dimora di piante ed essenze mediterranee. Sulla via per Francavilla è la chiesetta della Madonna dei Grani, edificata su una grancia (fabbricato rurale con funzione di deposito) basiliana del XII secolo. Nell'agro di Villa Castelli è pure interessante l'insediamento di Pezza Petrosa, frequentato dalla fine del V al III sec. a. C.

 

 

Torre Santa Susanna

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Castello
Castello - Foto coll. Pennetta

 La sua fondazione risale al Medioevo ad opera dei superstiti delle incursioni dei Saraceni, già dimoranti nelle vicine contrade di Crepacore, Tubiano, S. Giacomo, Galesano, Guidone, Torre Mozza, Campofreddo, Malvindi e Palombara (nelle quali esistono numerose grotte abitate a suo tempo dai monaci basiliani, qui rifugiatisi in seguito alle persecuzioni degli iconoclasti). Ma già i Messapi avrebbero fatto costruire in quel luogo una torre utilizzata anche o esclusivamente quale deposito di grano, indicata in antichi documenti della Curia Arcivescovile di Oria come "Turris Messapiorum"; ma è ricordata pure come "granarium Uriae": probabilmente un piccolo nucleo fortificato (con specchie) con funzioni di avamposto a difesa di Oria, oltre che destinato alla conservazione di derrate alimentari. Nel IX-X secolo vi era ancora una grancia (deposito di grano, dal francese), dipendente dal convento di S. Basilio di Oria, nella quale i monaci avevano edificato una cappella dedicata a Santa Susanna.

A circa quattro km, sulla strada provinciale per Mesagne, nella masseria "Le Torri" (per inciso, l'origine della masseria sarebbe longobarda e il nome deriverebbe dal celtico mas campagna, più er abitazione) vi è la chiesa bizantina di S. Maria di Crepacore, costruita probabilmente prima del IX secolo. Il casale di Crepacore fu abbandonato agli inizi del XIV secolo, allorché cominciò a prendere forma o a svilupparsi, con gli abitanti dei casali vicini, il paese di Torre intorno al nucleo fortificato costituito dalla "turris Messapiorum". Nella chiesa, come in quella che fu dedicata a Oria ai santi Crisanto e Daria, vi è un'altra esemplificazione del "trullo", poiché il suo impianto quadrato, costruito con conci di càrparo delle dimensioni di cm 150 x cm 70 ricavati da costruzioni preromane della zona, è coperto da due cupole.

Nel 1281 Carlo I d'Angiò fece costruire una torre chiamata "Osanna", che - semidistrutta dai terremoti del 1627 e del 1743 - fu abbattuta nel 1823; al suo posto, nel 1837 fu eretta la colonna con la statua di Santa Susanna. La costruzione del castello - su un preesistente nucleo medievale - ebbe inizio nel 1588 e termine nel 1595. I merli sulla sommità furono fatti aggiungere nel secolo successivo dai conti Filo di Napoli che, divenuti feudatari del paese, trasformarono il castello in loro residenza.

La Chiesa Matrice, dedicata prima alla Vergine, poi a San Nicola e infine a Santa Susanna, sarebbe stata edificata a una navata già nel 1330; lavori di ristrutturazione, eseguiti nel 1581, interessarono soprattutto la facciata, che ha un grande rosone centrale, mentre il portale fu fatto eseguire nel 1599; altri lavori, che durarono dal 1774 al 1782, portarono le navate a tre. All'interno è il ritratto di San Carlo Borromeo, del XVII secolo, del pittore ateniese Giovanni Papageorgio. La Chiesa di S. Maria di Galaso fu costruita nel sec. XV là dov'era un'antica cappella, tredici gradini sotto il livello stradale. Sull'altare maggiore è l'immagine della Madonna col Bambino, miracolosamente estratta da un pozzo cui si accede dalla parte posteriore dello stesso altare. Dal 1949 la Chiesa è santuario mariano della diocesi di Oria.

 

 

Torchiarolo

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Casa fortificata
Casa fortificata (sec. XV) - Foto coll. Pennetta

 Risale a un migliaio di anni fa il casale indicato come Turchellis in un documento del 1133 e Turcalurum in un altro del 1181. Il nome non fa riferimento ai Turchi, che fecero le loro scorrerie nel Salento dopo il 1480, anche se lo stemma comunale mostra un turco incatenato (evidentemente a ricordo di uno scontro che vide i Torchiarolesi vincitori), ma a un attrezzo comune usato per la vinificazione e l'estrazione dell'olio: il "torchio" (dal latino torculum); mentre gli operai che lo usavano venivano detti "torchialori". Anche altri Comuni di quest'area, di antica e celebrata tradizione agricola, fanno spesso riferimento a prodotti e ad attrezzi agricoli nei loro nomi e stemmi.

Come San Pietro Vernotico, deve il suo sviluppo ai profughi di Valesio (distrutta nel 1157 da Guglielmo I d'Altavilla, che tre anni prima era divenuto re di Puglia e di Sicilia), i cui resti archeologici si trovano in agro di Torchiarolo.

La torre, il cui primo nucleo fu costruito nel XVI secolo a scopo difensivo dalle frequenti (a causa della vicinanza della costa) incursioni dei pirati e dei Turchi, è stata ampliata nei due secoli successivi per essere adattata a palazzo baronale: il territorio è stato infatti feudo della contea di Lecce. La casa fortificata di S. Domenico, della fine del sec. XVI, è l'unica costruzione di questo tipo rimasta nella provincia: bassa e dotata anch'essa di sistemi difensivi è al centro di una corte recintata da un alto e spesso muro, con l'unico ingresso ad arco sovrastato da una caditoia; in pratica un fortino, in grado evidentemente di respingere con successo gli attaccanti.

La chiesa matrice, del sec. XVIII e a tre navate, è dedicata a Maria SS. Assunta; lo stemma inserito nella facciata raffigura un turco in catene; all'interno è la statua della Madonna di Galliano (o Galeano), parola di origine longobarda che significa "della Selva o della Foresta". A Lei è intitolato il santuario ricostruito dov'era una chiesetta dell'VIII o IX secolo, in cui sono l'affresco medievale della Madonna e una parte dell'abside del tempio originario. Nelle campagne vi sono cappelle rurali, annesse o prossime alle masserie, oltre ad edicole votive, che denotano la spiccata religiosità degli abitanti.

Valesio, dai Torchiarolesi chiamata "Valisu" come la zona in cui si trovano i suoi resti, fu un importante centro prima messapico (le ceramiche più antiche rinvenute risalgono alla prima metà dell'VIII sec. a. C.) e poi romano. Dopo Egnazia è la più importante area archeologica della provincia. All'inizio dell'epoca imperiale romana la città venne chiamata Aletia dal geografo greco Strabone; gli scrittori latini la chiamavano Valetium o Balesium; nel IV secolo, nella famosa carta stradale "Tabula Peutingeriana", venne indicata come Balentium; nel 1100, poco prima della sua distruzione, Valentium. Antonio de Ferrariis, detto il Galateo dalla città d'origine (Galàtone), che nel 1511 abitava presso Trepuzzi, scrisse: "Sulla strada campestre che va da Brindisi a Lecce è situata Balesus, che è andata completamente distrutta". Era attraversata dalla via Traiana-Càlabra e da un torrente. Al tempo di Costantino I il Grande (280-337), Valesio divenne stazione viaria del servizio postale imperiale: situata com'è a metà distanza tra Brindisi e Lecce, fu sede di mutatio (posto di cambio di cavalli o di muli) e fornita di servizi tra i quali un complesso termale. Nell'ultimo tratto della via Traiana, solo Brindisi, Lecce e Otranto erano fornite di alberghi (mansiones), e la distanza tra Brindisi e Otranto era coperta in due giornate: i viaggiatori passavano una notte a Lecce (Lupiae), mentre le cavalcature venivano cambiate alla mutatio Valentia (Valesio) e alla mutatio Ad duodecimum, a metà strada tra Lecce e Otranto.

 

 

San Vito dei Normanni

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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San Vito, Castello
 Castello
Foto Mogavero - Pennetta

 Sarebbe stata fondata nell'XI secolo quando il normanno Boemondo d'Altavilla, figlio di Roberto il Guiscardo e principe di Taranto, fece edificare quale padiglione di caccia una torre quadrata, tuttora esistente. I primi abitanti sarebbero stati gli Schiavoni (accrescitivo di schiavo, ma nel senso di "slavo"), come ricorda l'antico nome della città, giunti mille anni fa dall'opposta sponda dell'Adriatico (per inciso, Schiavoni furono dal XVII secolo anche le guardie del doge di Venezia). Ma l'origine di San Vito, così chiamata per la devozione degli abitanti al santo, potrebbe però essere molto più antica, poiché fra le contrade Castello e Paretone sono stati rinvenuti reperti preistorici e tombe messapiche e romane. E' stata feudo dei Sambiasi, del Balzo Orsini (che nel XV secolo avrebbero costruito il castello incorporandovi l'antica torre normanna), Serra, Dentice di Frasso (attuali proprietari del castello, che hanno adattato a propria residenza, dopo i numerosi ampliamenti e ristrutturazioni di cui è stato fatto oggetto in oltre cinque secoli).

I Sanvitesi hanno sempre preso parte attiva alla storia del Paese: nel 1571 parteciparono alla battaglia di Lepanto contro i Turchi; nel 1799 aderirono alla Repubblica Partenopea contro i Borboni; e in seguito contribuirono alla causa risorgimentale. Il 27 ottobre 1862, modificarono il nome del Comune da San Vito degli Schiavoni a San Vito dei Normanni, a ricordo degli illustri edificatori della torre.
 
Chiesa di San GiovanniChiesa di San Giovanni
 Foto coll. Mogavero-Pennetta
 
 Nel territorio di San Vito sono ancora visibili i resti di insediamenti rupestri che fanno capo alle cripte di San Giovanni e di San Biagio. La prima frequentazione della cripta di san Biagio, nei pressi di masseria Jannuzzo, risalirebbe al XII secolo, mentre gli affreschi sacri, che si ispirano ai modelli bizantini, sono della fine del XIII secolo. L'insediamento di San Giovanni, nei pressi del canale Reale, in contrada Cafaro, è costituito dalla chiesa e da altre due grotte (oggi crollate) con affreschi del XIII-XIV secolo. Nella chiesa matrice, dedicata a S. Maria della Vittoria, iniziata nel 1571 dopo la battaglia di Lepanto, e ampliata e modificata nel 1773 con la costruzione di una facciata barocca, vi sono una pregevole tela raffigurante la Vergine che annunzia al Papa Pio V la vittoria sui Turchi, e una statua d'argento che rappresenta San Vito. La chiesa "vecchia", costruita nel sec. XV, ora dedicata a San Giovanni, è stata più volte restaurata, ampliata e rinnovata (nel 1470, 1696 e 1763, in particolare).

 
 

 

 

San Pietro Vernotico

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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 Chiesa Matrice
Chiesa Matrice - Foto coll. Pennetta

 Sarebbe sorta poco prima dell'abbandono di Valesio, il centro messapico distrutto nel 1157 da Guglielmo I d'Altavilla, re di Sicilia, detto il Malo. Una parte dei superstiti si rifugiarono attorno a una grancia basiliana, forse già intitolata all'Apostolo Pietro, determinando la nascita e lo sviluppo del casale. La denominazione di San Pietro Vernotico, in cui quest'ultimo termine potrebbe derivare - ma è solo un'ipotesi - dal latino vernaculum, nel senso traslato di "locale, del paese" (San Pietro nostro), in un'epoca in cui erano molti i centri che si mettevano sotto la protezione del principe degli Apostoli, appare in documenti ufficiali del 500. Per inciso, sono ben 33 i Comuni italiani che attualmente hanno le parole "San Pietro" nel loro nome. E' meno probabile che derivi da vernalis (primaverile), com'è stato supposto. Il suo stemma rappresenta una quercia, simbolo di forza, su fondo azzurro.

Al centro del paese è la torre a pianta quadrangolare, con merlature e caditoie e volte a crociera, costruita nel XVI secolo per difendere il paese dalle incursioni dei Turchi, e più volte restaurata per divenire la sede della signoria dei vescovi di Lecce, della cui mensa (nel significato di "rendita"), il feudo faceva parte dal XII secolo. E' al 1480, anno della presa d'Otranto, o poco più tardi, che si riferisce l'episodio che ha ispirato l'"Asta della Bandiera", la manifestazione che si tiene a San Pietro ogni anno, nel giorno di Pasqua: un combattimento vittorioso oppose i Sampietrani ai Turchi che cercavano di saccheggiare il paese, in occasione del quale il nemico fu costretto ad abbandonare la sua insegna.

La chiesa matrice è dedicata a Maria SS. Assunta e ha un elegante rosone con vetrata dipinta con l'immagine della Madonna; nel XIX secolo all'originaria navata unica ne furono aggiunte altre due laterali. La secentesca chiesa di San Pietro, costruita probabilmente sulla base di un preesistente tempio medievale, ha ricchi altari barocchi e tele del 600, tra cui una raffigurante l'Apostolo Pietro; fu restaurata con il rifacimento del frontespizio nel 1794, mentre il campanile a vela è del 1936.

 

 

San Pancrazio Salentino

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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San Pancrazio: Cattedrale
Cattedrale - Foto coll. Pennetta

 Tra San Pancrazio e Mesagne è la zona archeologica di Muro Maurizio, con tracce di una possente cerchia muraria, in cui da secoli si rinvengono epigrafi messapiche e monete greche e romane; scavi recenti hanno confermato che il territorio comunale era già abitato in epoca messapica. Il casale di San Pancrazio sorse un migliaio di anni fa, intorno alla chiesa dedicata al Santo protettore; nel XII secolo era diventato feudo degli Arcivescovi di Brindisi, della cui mensa (nel significato di rendita) fece parte sino al 1866, allorché i suoi beni passarono allo Stato. Fu l'Arcivescovo (poi cardinale) Girolamo Aleandro, che resse la sede brindisina dal 20 dicembre 1524, ad eleggere San Pancrazio - per la bontà dell'aria - sua residenza estiva, utilizzando il palazzo fatto costruire dai suoi predecessori. Lo stemma comunale, riconosciuto nel 1931, mostra un'aquila coronata ad ali spiegate, che ha nel becco una spiga di grano e una stella sul petto. Frazione di Torre, divenne Comune dal 1° gennaio 1839. Nel 1862 aggiunse al nome l'aggettivo "Salentino", ad evitare confusioni con altro Comune italiano avente lo stesso nome; un'esigenza nata per molti Comuni italiani con l'unificazione del Paese.

Chiesa di Sant'Antonio, affreschi
Chiesa di S. Antonio. Affreschi - Foto coll. Pennetta

San Pancrazio fu saccheggiata dai Turchi, sbarcati a San Cataldo, una prima volta nel 1480 (subito dopo la presa d'Otranto); una seconda volta, la notte del 1° gennaio 1547, quando cinque galeoni turchi approdarono a Torre Colimena, sulla costa jonica: in quest'occasione quasi tutti gli abitanti furono deportati in Turchia e venduti come schiavi. L'avvenimento è narrato negli affreschi della chiesa di S. Antonio, già matrice, la cui costruzione cominciò alla fine del sec. XV. Il santuario di S. Antonio alla Macchia, ora dedicato a S. Antonio di Padova, è sulla strada per Torre ed ha una cripta divisa in due, scavata nella roccia, con tracce di affreschi del XIV secolo raffiguranti il Santo. L'attuale chiesa matrice, dedicata a San Francesco, ha una sobria facciata neoclassica; fu edificata nel 1866 e inaugurata il 1872; ha una vasca battesimale del sec. XVI e l'altare settecentesco della Cattedrale di Brindisi. La chiesa dell'Annunziata, dal portale del sec. XVII sormontato da uno stemma, è probabilmente di origine cinquecentesca: fu ampliata nel 1627, restaurata e dotata del campanile nel 1887.

 

 

San Michele Salentino

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Chiesa Vecchia
San Michele Salentino - Chiesa Vecchia
Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Frazione di San Vito fino al 1928, allorché ottenne l'autonomia comunale, nacque ai primi del 900 per volontà del principe di San Vito Michele Dentice di Frasso, che concesse in enfitèusi ai contadini sanvitesi, oltre che di Ostuni e Francavilla, perché vi abitassero stabilmente, i terreni facenti parte del piccolo casale di Masseria Nuova. Cambiò il nome in San Michele, in onore dell'Arcangelo riconosciuto protettore della cittadina; con l'aggiunta di "Salentino" per distinguerlo dagli altri Comuni italiani con lo stesso nome.

Lo stemma rappresenta San Michele con la spada e, al suo fianco, una torre merlata. La Chiesa Matrice è del 1937. Nell'agro è il Santuario di San Giacomo edificato nel XIX secolo su una cripta basiliana, in cui si conserva un affresco raffigurante la Madonna col Bambino. Un Comune con una storia così breve ha il grande merito di avere una pinacoteca, sorta per iniziativa del cittadino Stefano Cavallo, con opere di Manzù, De Chirico ed altri.