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San Donaci

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Tempio di San Miserino
 Tempio di San Miserino - Foto coll. Pennetta

 Il suo territorio fu abitato dai Messapi; ma il casale dovette esistere già ai tempi dei Romani, come si rileverebbe dall'impianto urbano e dai resti di ville prediali romane nei pressi. Come San Pancrazio, fu feudo degli Arcivescovi di Brindisi, cui fu donato dal re normanno Tancredi nel 1130. Il suo nome, documentato già nel sec. XII, potrebbe derivare più verosimilmente proprio dall'atto del dono: "Donàtoci", abbreviato in "Donaci", con l'aggiunta di "san" per volontà degli amministratori arcivescovili e della devozione degli abitanti. E' significativo il fatto che un altro Comune salentino, San Donato, in provincia di Lecce, sia sorto anch'esso sotto i Normanni, più o meno negli stessi anni. Un'altra ipotesi fa riferimento alla presenza sul territorio di paludi e canneti per far derivare il toponimo dall'indoeuropeo "san o sand" = acqua, e dal greco "donakeus" = canneto. Lo stemma raffigura un albero di palma alla cui base sono tre spighe di grano (sia a destra che a sinistra) e un tralcio di vite. Fu l'Arcivescovo di Brindisi Annibale De Leo a far bonificare il terreno paludoso di San Donaci, dopo aver riottenuto la potestà sul feudo, interrotta a causa delle rivolte degli abitanti per la deludente gestione di alcuni degli amministratori che si erano avvicendati nella seconda metà del sec. XVIII.

Ha una notevole chiesa matrice, dedicata a Maria SS. Assunta, costruita nel 1899 in stile tardo neoclassicista, con campanile a tre piani e cupola. Più antica è la chiesa della Madonna delle Grazie, ora cappella del cimitero, con un'immagine della Vergine dipinta sul muro, databile al XV secolo. In contrada Monticello, sulla strada per Mesagne, è il rudere di San Miserino, uno dei più antichi templi cristiani della provincia, databile tra il VI e l'VIII secolo. Esternamente ha forma quadrangolare, con copertura a cupola; internamente, oltre a una probabile pianta circolare, ha tracce di affreschi e d

 

 

 

Ostuni

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Ostuni, panorama della Città Bianca
 Panorama di Ostuni - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Sorge sulla cima di un colle a pareti ripidissime, e il suo nome, secondo la tradizione, deriva dal greco "Astu-neon", città nuova, costruita con ogni probabilità - circa duemila anni fa - sui resti di una città più antica. D'altro canto, la posizione invidiabile, e facilmente difendibile, ha certamente attirato l'attenzione dei Messapi, costruttori di città e di strade: un abitato del IV-II secolo a. C., che doveva estendersi sulle pendici e nella piana sottostante il colle, è documentato dal rinvenimento di tombe al mercato Boario, a villa Nazareth, alla Rosara, a Santo Stefano. Nella stessa area sono state rinvenute strutture e ceramica di età imperiale romana e reperti medievali.

Ma il territorio di Ostuni è stato abitato sin da epoche molto più antiche, come dimostrano l'importante insediamento preistorico nei pressi della cripta di S. Maria d'Agnano, presso l'omonima masseria, in cui sono stati rinvenuti i resti di una giovane donna del paleolitico (circa 24.000 anni fa), e le numerose grotte in cui sono stati rinvenuti reperti ceramici e ossei, gli insediamenti neolitici di Lamaforca e San Biagio, e quello di Morelli che ha restituito reperti dell'età del bronzo. Per merito degli studiosi locali e di amministratori lungimiranti, la città è sede del "Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale".

Intorno all'anno Mille, c'erano ad Ostuni quattro porte, di cui oggi sono visibili solo Porta Nova e Porta San Demetrio, unite tra di loro da una strada circolare che correva lungo le mura e i bastioni per chiudersi nella piazza del Moro, che nel Medioevo era il centro della vita commerciale e politica del paese. Allo stesso periodo risale la costruzione, da parte di Ruggero II il Normanno, del castello, dove ora sono il palazzo vescovile, la Cattedrale e numerose abitazioni. Le esigenze difensive spiegano la presenza delle case vicinissime le une alle altre e delle domus palatiate, le abitazioni a più piani, per sfruttare al massimo tutto lo spazio disponibile entro le mura, in larghezza e in altezza. L'imbiancatura delle case deriva, oltre che dalla disponibilità della materia prima (calce), dalla necessità di assicurare più luce, diretta e riflessa, alle viuzze e agli ambienti ristretti. Della città medievale resta in Ostuni un'insula omogenea, il Rione Terra, tuttora perfettamente funzionale.

 

Ostuni, borgo antico
 Ostuni: Borgo antico - Foto coll. Mogavero-Pennetta

Il suo massimo sviluppo urbanistico avvenne nel Rinascimento, allorché all'architettura medievale si affiancarono numerosi edifici riconoscibili per i caratteristici portali con cornici architravate (di cui è un esempio quello della chiesa dello Spirito Santo, del 1637). Il centro cittadino si è spostato da piazza del Moro a piazza Libertà, dov'è il Municipio (nell'ex Convento dei Francescani) e dove fu innalzata, nel 1771, da Giuseppe Greco di Ostuni, la colonna di Sant'Oronzo, alta circa 20 metri, che ha in cima la statua del santo benedicente e, a mezz'altezza e ai quattro angoli, i simulacri dei santi Biagio, Gaetano, Irene e Lucia.

L'attuale fisionomia urbanistica di Ostuni non è molto differente da quella di tre secoli fa, quando la città si sviluppò verso i vicini colli di Casale, Cappuccini, Sant'Antonio, Molino a Vento.

La Cattedrale, dalla bella facciata in stile gotico-romanico, richiese per la costruzione circa mezzo secolo; i lavori, iniziati verso la metà del sec. XV, terminarono nei primi decenni del secolo successivo. L'accesso alla chiesa è dato da tre portali con archi ad ogiva, sui quali si aprono tre rosoni, di cui decoratissimo, con figure degli Apostoli, è quello centrale. Ha un notevole coro ligneo, opera del sec. XVII. In via Pepe è la chiesa dell'Annunziata, ricostruita dai Francescani nel XVIII secolo su una chiesa medievale (S. Maria della Carnara), ad impianto basilicale simile a quello della Cattedrale. Pregevoli i pannelli del coro del 500, scolpiti in legno e laccati, e la volta della cappella del Crocefisso, con le immagini degli Evangelisti e dei dottori della Chiesa, sole testimonianze della chiesa medievale.

Al protettore Sant'Oronzo è dedicato anche un santuario che è sul Monte Morone, in cima alla strada dei colli, ricostruito verso la metà del sec. XVII inglobando una grotta carsica che ha un'immagine della Vergine affrescata su una parete. Oltre il colle di S. Oronzo, in contrada Rialbo, sono i ruderi del santuario di San Biagio, sovrastante un insediamento rupestre medioevale con cripta dedicata al Santo, che vi si sarebbe rifugiato dopo essere stato il vescovo di Sebaste.

Tra Ostuni e Fasano, in contrada Piscomarano, è la più antica architettura di tutta la provincia: il "dolmen (di Montalbano)", letteralmente - dal francese - "tavola di pietra", monumento preistorico funerario o di culto, costituito da grandi e spesse lastre di pietra: due infisse parallelamente nel terreno e un'altra posta sovrastante a copertura; e talvolta un'altra ancora come parete di fondo.

A Villanova, lungo l'antica via Traiana, sulla splendida costa ostunese, vi è il porto con la grande torre del sec. XV, edificata forse in alternativa alle mura fatte costruire dagli Angioini verso la fine del XIII secolo; nei pressi sono stati rinvenuti reperti di età ellenistica e romana.

La Murgia, sulle cui ultime propaggini meridionali si trova Ostuni, significa "sporgenza rocciosa" (dal latino murex = sasso appuntito); costituita in gran parte da calcari cretacei, è nettamente dominata dal 'carsismo': manca perciò di corsi d'acqua e valli. Al loro posto solchi non profondi, a pareti ripide, detti "lame", ed enormi burroni, le "gravine". Nella lama di Rosa Marina, che è una delle più belle del territorio ostunese, in parte occupata dall'omonimo villaggio turistico, sono state rinvenute tracce di un insediamento neolitico e di un insediamento rupestre medioevale. In questi ultimi quarant'anni, Rosa Marina e gli altri eleganti villaggi sorti sulla spiaggia, una delle più pulite dell'Adriatico, hanno fatto di Ostuni e dei Comuni collinari limitrofi una delle zone maggiormente reputate nel Paese e all'estero per il turismo più esigente, poiché uniscono alle bellezze naturali e paesaggistiche (mare, campagna, collina), strutture ricettive di elevata qualità, una cucina sana e genuina, e un grande complesso di beni culturali: storici, artistici e architettonici.

 

 

 

Oria

 Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo

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Castello di Oria
Castello di Oria - Foto coll. Mogavero-Pennetta


 Il territorio di Oria era già abitato nel neolitico (VIII-IV millennio a. C.), in particolare tra le masserie Laurito e S. Anna. Per Erodoto (storico greco nato nel 490 a. C.) la città di Hyria, posta poco più a Nord dell'attuale centro urbano, nell'area compresa tra Gallana, S. Cecilia, La Pigna, Campo Adriano, Sciersi e S. Andrea, fu fondata dai Cretesi di Minosse spinti sulle nostre coste da una tempesta, al ritorno da una spedizione militare in Sicilia. Ad essi seguirono i Micenei, in una delle loro periodiche frequentazioni delle nostre coste. Per Strabone (geografo e storico greco nato nel 63 a. C. ca.) il centro, diventato nel frattempo Uria, fu al tempo dei Messapi (VII-III sec. a. C.) un'importante città-Stato, sede di una reggia (ubicata dov'è ora il palazzo vescovile) che Strabone affermò di aver visto, con il diritto di battere moneta e imporne la circolazione alle altre città.

La sua lunga storia, con la fondazione che potrebbe essere avvenuta tra il XVIII e il XV sec. a. C., è documentata dal gran numero di necropoli rinvenute, che continuano a restituire moltissimo materiale archeologico (in parte custodito nel Museo Nazionale di Taranto), risalenti sia al periodo ellenico che a quello messapico. Lo stesso sottosuolo dell'attuale centro urbano è interessato da numerose necropoli, che coprono un vasto periodo, dal X-IX sec. a. C. al III sec. d. C. Tra l'altro, nella città è stato ritrovato un grande invaso artificiale, di epoca messapica, per la raccolta dell'acqua ad usi potabili.

La campagna oritana fu pure apprezzata, per la sua fertilità, dai Romani, che costruirono numerose villa rustiche, e dichiararono Oria prima municipio e poi città federata. Vi fecero passare la più importante delle loro strade, la via Appia, che attraversava la città per oltre un chilometro nella parte settentrionale. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente (476 d. C.), Oria fu devastata da Goti, Greci e Longobardi e più volte saccheggiata dai Saraceni.

Verso la fine del IX secolo, essendo stata Brindisi distrutta dai Saraceni, la cattedra vescovile fu trasferita a Oria. Il primo vescovo là residente, Teodosio, fece costruire una nuova chiesa sull'acròpoli e vi collocò i corpi dei santi Crisanto e Daria, ottenuti da Papa Stefano V nell'anno 886. La chiesa, ora interrata nell'atrio del castello, fu riscoperta nel 1822. E' la prima costruzione in cui sarebbe stato usato da noi il sistema di coprire gli edifici con cupole aggettanti (sporgenti in fuori), ossia a "trullo". Teodosio fece edificare pure una chiesa, scavata nella roccia fuori le mura, in onore di S. Barsanofrio, anacoreta palestinese del VI sec. e patrono di Oria dalla fine del IX sec., l'epoca in cui vi furono traslate le reliquie.

Poco dopo l'anno Mille, Oria passò sotto il dominio dei Normanni che la riedificarono, la cinsero di mura e costruirono una torre quadrata, poi incorporata dal castello fatto edificare da Federico II lo Svevo tra il 1227 e il 1233: un'imponente costruzione a pianta triangolare ai cui vertici sorgono la torre quadrata dello Sperone e le due torri cilindriche del Cavaliere e del Salto, probabili opere degli Angioini. In una delle sale è la collezione archeologica, tra cui monete coniate a Oria, dei conti Martini Carissimo, attuali proprietari del castello. All'inizio del XIV secolo Oria fu annessa al principato di Taranto, divenendo feudo dei principi del Balzo Orsini prima e dei Bonifacio e Borromeo poi, finché fu venduta agli Imperiali, ai quali appartenne sino alla fine del XVIII secolo. Con la morte dell'ultimo degli Imperiali, passò prima al Regno delle due Sicilie e poi al Regno d'Italia.

In cima al paese medievale è la nuova Cattedrale, costruita nel XVIII secolo sui resti della cattedrale romanica. Interessanti sono il settecentesco palazzo del Sedile, o sede del decurionato, a pianta quadrata, e le antiche porte di accesso: Gerocco, Lama, degli Ebrei. Nell'agro oritano, nel Medioevo ricoperto da una grande foresta, merita particolare attenzione la chiesa di S. Maria di Gallana, posta lungo il tracciato dell'antica via Appia, nell'area di una villa rustica romana, divenuta casale nel Medioevo. Presso la masseria Le Salinelle è l'insediamento rupestre con le cripte di S. Maria della Scala e di S. Agostino.

La storia più recente di Oria è strettamente legata a Federico II: in onore del grande imperatore svevo tutta la città partecipa ogni anno, nel secondo fine settimana di agosto, alla rappresentazione del Torneo dei Rioni (Castello, Giudea, Lama e S. Basilio) e del Corteo storico. A testimoniare la grande considerazione di cui godeva Federico II, per la sua saggezza e l'amore innato per la cultura, vi è la bella epigrafe posta sulla sua tomba: "Se la rettitudine, la sensibilità, la grazia delle virtù, la nobiltà potessero resistere alla morte, non sarebbe morto Federico, che qui giace".

 

 

Mesagne

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo

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Chiesa ;atrice Mesagne
 Chiesa Matrice - Foto coll. Pennetta

  Fu un importante centro messapico (dal VI al III secolo a. C.), per la posizione strategica a metà della strada che univa la città-Stato di Oria (sede di una reggia) al porto di Brindisi. Per lo stesso motivo fu importante ai tempi dei Romani che, sul tracciato dell'arteria messapica, costruirono la via Appia. Il suo nome nasce da quella posizione strategica: Messania divenne Mesania al tempo dei Greci e Mediana con i Romani; ma era già "Misagne" nel 500. A cinque chilometri, sulla strada per Latiano, è l'area archeologica di Muro Tenente, da identificare con ogni probabilità con l'antica Scamnum, indicata nella "Tabula Peutingeriana", carta stradale del IV sec. d. C., come ultima statio (posto per il cambio dei cavalli) prima di giungere alla Brundisium romana. Di Scamnum, che sarebbe stata abitata dall'VIII sec. a. C. al VI d. C., restano le testimonianze della necropoli, che si sviluppava all'interno della cerchia muraria. A sette chilometri a Sud di Mesagne, sulla strada per San Pancrazio, sono pure le rovine di Muro Maurizio, prima villaggio preistorico, poi centro messapico e romano, infine casale medievale, scomparso sul finire del Medioevo.

I Romani popolarono l'agro mesagnese di numerose 'villae rusticae' che dovettero durare fino al tardo Medioevo: ne sono stati rinvenuti i resti nei pressi delle masserie Moreno, Partenio e Campofreddo. Con la fine dell'Impero Romano d'Occidente (476 d. C.) anche Mesagne passò ai Bizantini, che - secondo la tradizione - la cinsero di mura. Nel X secolo fu quasi del tutto distrutta dalle incursioni barbariche; si riprese solo con i Normanni, allorché nel 1062 Roberto il Guiscardo fece costruire l'unico torrione a pianta quadrangolare del castello, che - rinforzato verso il 1430 con due torrette dagli Orsini del Balzo - fu restaurato e ampliato nella prima metà del sec. XVII da Giovanni Antonio Albricci, principe di Mesagne. La costruzione subì profonde modifiche nel 1750 ad opera del marchese Barretta, feudatario dell'epoca, per riparare i danni causati dal terremoto del 20 febbraio 1743: furono allora aperte le otto arcate del primo piano. Adattato a residenza dai marchesi Granafei, ultimi proprietari privati dai quali ha preso il nome, il castello appartiene ora al Comune che lo utilizza come Museo Archeologico Civico, meritevole di una visita, in particolare per la collezione epigrafica e l'interessante corredo funerario di una tomba a semicamera.

Divenne feudo prima degli Svevi e degli Angioini, poi degli Aragonesi che la cinsero di mura. Durante il Risorgimento vi fu istituita la vendita carbonara "I Messapi Liberi", a dimostrazione della sua attiva partecipazione ai moti rivoluzionari.

A settentrione, nei pressi del castello, è Porta Grande, ricostruita nel 1784 dov'era la precedente del XVI secolo, dalla quale si accede al borgo antico. Dalla Porta Nuova, costruita nel 1605 e riedificata nel 1702, si entra invece nel borgo nuovo: è ad unico fornice, ornamentale più che difensiva, con stemmi e iscrizioni sul fastigio. Un'altra Porta, chiamata Piccola, che si trovava a Sud-Ovest, fu demolita nel 1834.

Il palazzo Scalera, costruito verso la metà del sec. XVI, decorato nel piano attico da una lastra su cui è scolpita l'arma della famiglia, ripropone lo schema dell'ingresso fortificato con torre soprastante. Il barocco palazzo del Comune, una volta convento dei Celestini, fu costruito nel XVII secolo.

Nel borgo antico è la Chiesa Matrice dedicata a tutti i Santi, che - costruita tra il 1650 e il 1660 sulle basi di due precedenti chiese dei secc. XIV e XVI - ha un'imponente facciata barocca in càrparo e pietra bianca, spartita in tre ordini di cornicioni e scandita da paraste ioniche e corinzie. Particolari effetti di chiaroscuro sono creati dalle profonde nicchie scavate tra le paraste, con statue di santi. Sul portale principale sono le statue di S. Eleuterio, S. Antea e S. Corebo, protettori della città. Ha l'interno ad unica navata con transetto e coro; sotto il presbiterio è la cripta, che custodisce un pregevole crocefisso ligneo del XVI secolo e due tele che rappresentano la Madonna del Carmine (sec. XVIII) e la Natività di Gian Pietro Zullo (sec. XVII).

La chiesa del Carmine, nei pressi della stazione ferroviaria, è di età romanica, e fu quasi completamente riedificata sulle stesse basi, nel sec. XIV. Tra sovrastrutture del sec. XVI, presenta forme architettoniche tardo-gotiche che ricordano la chiesa di S. Maria del Casale di Brindisi. Vi si accede da un elegante portale, e l'interno conserva ricchi altari barocchi e una tela, restaurata in tempi recenti, della Madonna del Carmelo di Francesco Palvisino, dipinta qualche anno dopo la fondazione del convento, avvenuta nel 1521. Sotto il pavimento sono i resti di un ipogeo con tracce di affreschi e grotte di un antico insediamento anacoretico. Secondo la tradizione, in quel luogo sarebbe stato - nell'alto Medioevo - un santuario dedicato all'arcangelo Michele.

La chiesa dell'Annunziata, che fu costruita una prima volta dai Domenicani dopo il 1548, ha un portale elegantemente scolpito (oggi inserito nella parte esterna del coro della chiesa attuale, iniziata nel 1702), che è uno dei maggiori esempi di arte rinascimentale della provincia: è datato 1555 e firmato da Francesco Bellotto. Nella sua sacrestia è una tela di San Lorenzo da Brindisi, senza l'aureola di santo, probabile opera del pittore leccese Oronzo Tiso. La preziosa pisside del XV secolo, con l'arma della città di Brindisi (le due colonne), proviene dalla distrutta chiesa di S. Maria del Ponte di Brindisi, ove furono i Padri Premonstratensi.

 Chiesa di S.M. in Betlemme, particolare

Particolare della chiesa di S.M. in Betlemme
Foto coll. Pennetta


La chiesa barocca di Santa Maria in Betlemme, dal bel paliotto intarsiato in marmo e madreperla, fu ricostruita nel 1738 utilizzando l'area di una precedente chiesa del 1528. Sul muro absidale di quest'ultima chiesa, oggi altare ultimo absidale destro, è conservata l'immagine medievale che, dopo la peste del 1528, fu detta di S. Maria della Sanità. La grande tela "La Natività di Gesù" (cm 375 x 300) è attribuita a Luca Giordano. La chiesa di S. Maria Mater Domini, costruita tra il 1598 e il 1605 là dov'era un'antica cappella, fu ricoperta nel 1688 da un'alta cupola che si vuole copiata da quella romana di S. Maria del Popolo. Il S. Antonio Abate, scolpito in pietra, che sta a destra dell'ingresso, è opera dei primi anni del sec. XVII. Lungo la via Appia, poco lontano da Porta Grande, è la chiesetta bizantina di S. Lorenzo (VI-VII sec.), con impianto basilicale a tre navate e abside triconca (coperta a cupola nella parte centrale); ciò che indica la persistenza della tecnica costruttiva romana. La cupola fu rifatta, perché crollata, nel sec. XVI.

 

 

 

Latiano

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Castello Imperiali
Foto Mogavero - Pennetta

 Sarebbe stata fondata nell'XI secolo sulle proprietà concesse dai Normanni ai Benedettini di S. Andrea dell'Isola di Brindisi; ma a soli tre chilometri vi è l'area archeologica di Muro Tenente (o Paretone, dai ruderi delle sue imponenti fortificazioni), quasi certamente l'antica Scamnum, che risale all'VIII secolo a. C. e fu abitata sino al VI sec. d. C.; inoltre, nei dintorni sono stati rinvenuti resti di ville prediali romane. La probabile origine del nome è dal latino-italiano "lato", perché il paese - allargatosi unificando i vicini casali - sorge in una vasta campagna.

Dopo la dominazione normanna, sveva, angioina e aragonese, il feudo di Latiano passò nel 1551 ai baroni Francone e da questi alla famiglia Imperiali, marchesi di Francavilla e Oria, che lo detennero sino alla fine del XVIII secolo.

Il castello, ora Palazzo di Città, costruito nel XVII secolo su una preesistente struttura cinquecentesca (cui appartenevano le due torri quadrate, unite in seguito da un corpo di fabbrica), ha sulla facciata un loggiato sormontato da un grande arco, entro il quale è inserito lo stemma degli Imperiali. Furono questi, nel 1724, a trasformare il fortilizio - su probabile disegno dell'architetto Mauro Manieri di Nardò - in elegante residenza, con portale bugnato e finestre riccamente decorate, nella quale raccolsero numerosi quadri di scuola napoletana e veneta del 600 e 700, tra i quali "La Caduta di San Paolo" di Giovanni Papageorgio di Atene, pittore dimorante a Manduria nella metà del sec. XVII (una sua opera, che rappresenta "S. Antonio di Padova", è nella Chiesa degli Angeli di Brindisi, ed altre sono a Oria e Torre).

La Chiesa Matrice, edificata sul finire del sec. XV (o nei primi anni del XVI) sui resti di una chiesa intitolata a S. Michele Arcangelo, è dedicata a Santa Maria della Neve. Più volte rimaneggiata, ha ora una sobria facciata scandita da lesene. Nella chiesa del SS. Crocefisso si venera un crocefisso ligneo del 600. Fuori del centro abitato è il Santuario della Madonna di Cotrino, costruito nell'ultimo decennio a ridosso di una cappella secentesca che conserva, più volte restaurato, un affresco con l'immagine miracolosa della Vergine (una contadina della Basilicata fu guarita in quel luogo da una grave malattia). Tra Latiano e San Vito è una chiesa rurale dedicata a Santa Maria della Selva. A pochi chilometri, nei pressi della masseria Grottole, è la cripta di S. Angelo con tracce di affreschi databili al XIII secolo: s'intravedono una Madonna con Bambino, S. Michele Arcangelo e S. Giovanni.

Dal 1974 Latiano dispone di un interessante Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari, con la ricostruzione - ricca di innumerevoli oggetti d'epoca - dell'ambiente casalingo e delle attività agricole e artigianali.

 

Francavilla Fontana

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Porta di Francavilla Fontana
Francavilla - Porta del Carmine - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Le ricerche archeologiche hanno documentato le origini messapiche della città, occupata poi dai Romani, per la presenza di un piccolo insediamento che va dalla seconda metà del IV sec. fino ai primi decenni del II sec. a. C. In contrada S. Lorenzo, nei pressi del canale Reale (lungo l'antica via Appia), sono stati rinvenuti i resti di una villa rustica di epoca romana, costruita verso la fine del I sec. a. C. E' qui che agli inizi del XIV secolo sarebbe sorta Francavilla, per iniziativa di Filippo I d'Angiò, principe di Taranto e signore di Oria. Mentre cacciava cervi in quella zona nel 1332, il principe avrebbe rinvenuto presso una fontana - secondo la tradizione - un'immagine della Beata Vergine dipinta su un muro diroccato. Vi fece costruire una chiesa (S. Maria della Fontana, di cui esiste ancora un muro laterale con monòfora, dopo la ricostruzione del XVIII secolo), intorno alla quale radunò gente dalle campagne vicine: al nuovo casale diede il nome di Villa San Salvatore. Per incentivarne lo sviluppo, il principe angioino concesse numerose franchigie: da qui il cambio del nome a Franca Villa (dal francese ville), città franca, ossia esente da tasse e contributi. In seguito, per distinguerla da altre città con lo stesso nome, fu chiamata Francavilla d'Otranto. Solo nel 1864 divenne Francavilla Fontana, a ricordo dell'icona bizantina che raffigura la Madonna della Fontana.

Nel 1364 il casale passò a Filippo II d'Angiò, che lo cinse di mura, in seguito ampliate dal principe di Taranto Raimondello del Balzo Orsini. Da costui passò prima ai Borromeo e poi agli Imperiali, che la tennero finché Ferdinando IV di Borbone la dichiarò città libera, alla fine del XVIII secolo. Fu il figlio di Raimondello, il più noto Giovanni Antonio del Balzo Orsini, che fece costruire nel 1455 una grande torre quadrata (primo nucleo di quello che sarebbe diventato il palazzo Imperiali, a pianta rettangolare, che ha la struttura di un castello fortificato), alla quale il marchese di Oria e feudatario di Francavilla Giovanni Bernardino Bonifacio aggiunse - nel 1536 - altre tre torri. I restauri fatti eseguire dagli Imperiali dal 1701 al 1730 lo trasformarono in splendida residenza; ora è la prestigiosa sede dell'Amministrazione comunale. Su una facciata laterale vi è un grande loggiato barocco con quattro arcate incorniciate da sculture; lungo gli altri lati si aprono monòfore rettangolari. Un ampio portale del 700 dà accesso al cortile dov'è il fonte battesimale del XIV secolo che faceva parte della chiesa angioina distrutta dal terremoto del 1743.

Le porte di Francavilla appartengono a secoli diversi: al XVII quella del Carmine, a tre fòrnici, edificata dagli Imperiali nel 1640 più come arco di trionfo che come porta; al XVIII quelle dei Cappuccini e della Croce (1714). Il borgo ha un aspetto rinascimentale e barocco, con i palazzi Pepe, Bottari, Giannuzzi-Carissimo. Alla metà del XVI secolo risalgono i palazzi Cotogno e Argentina. Il palazzo Bianco, in stile rococò, è della fine del XVII secolo.

La chiesa matrice, o chiesa del Rosario, con imponente cupola rivestita da mattonelle di maiolica, fu ricostruita tra il 1743 e il 1759 là dov'era la chiesa angioina della Madonna della Fontana del XIV secolo. In via S. Francesco è la chiesa del Carmine, con annesso convento costruito nel 1517 e utilizzato come ospedale nel 1867. La chiesa di S. Maria della Croce sarebbe stata edificata nella prima metà del sec. XVI là dove esisteva un'antica cappella, dalla quale fu presa un'immagine della Vergine dipinta su muro (databile al XIII secolo), la meglio conservata tra le immagini mariane di tradizione medioevale. Sulla via per Ceglie, fuori la porta dei Cappuccini, è la chiesa dello Spirito Santo, la cui costruzione cominciò il 19 marzo 1759. La chiesa dell'Immacolata fu consacrata dal vescovo di Oria Luigi Margherita il 23 agosto 1869. Nell'agro francavillese, interessanti due cripte basiliane, presso le masserie Caniglia e di S. Croce: l'ultima con affreschi di santi dipinti tra il XV e il XVI secolo.

Importante centro agricolo, artigianale, industriale (piccole e medie imprese) e commerciale, Francavilla è sede della Fiera Nazionale dell'Ascensione, che si svolge nel mese di maggio, giunta nel 2001 alla 62° edizione.

 

Fasano

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Municipio
 Municipio - Foto coll. Pennetta

 La zona in cui sorge Fasano dovette apparire a una parte degli abitanti di Egnazia, antica e importante città prima messapica e poi romana, abitata già nell'età del bronzo, XV-XII sec. a. C., distrutta nell'anno 545 dai Goti del re Totila, il luogo ideale in cui stabilirsi per la presenza delle fosse, o fogge, anticamente chiamate pure piscine, pubbliche cisterne in cui si raccoglieva l'acqua piovana, che a loro volta attiravano un gran numero di colombacci, colombi selvatici ambite prede dei cacciatori per le carni pregiate.

Le fogge (dal latino "fovea"), antichissime e profonde, incavate nella pietra, erano scoperte come laghetti e molto vaste, perché non ancora colmate dal terreno trasportato dai torrenti, a seguito della distruzione dei boschi e del dissodamento delle colline. I colombacci erano anche chiamati, volgarmente, "fasi" (dal loro nome greco, poiché erano originari o particolarmente abbondanti nei pressi del fiume Fasi, nella Colchide, Asia Minore), da cui si ritiene che derivi il nome di Fasano, o propriamente Fasciano, ossia terra dei fasi.

Il nome di Fasano si trova per la prima volta in un documento che risale a poco dopo l'anno Mille; mentre lo stemma più antico della città è in un "privilegio" di Carlo V del 1536, e rappresenta un colombaccio in campo azzurro.

Sulla distruzione di Egnazia, importantissimo sito archeologico tra Fasano e Monopoli (città in cui riparò un'altra parte degli Egnatini), è stata formulata l'ipotesi che sia stata in realtà distrutta dai Saraceni tra il IX e il X secolo; ma è possibile che entrambe le ipotesi siano vere, poiché - mentre dell'esistenza del Vescovado di Egnazia si perde traccia dopo la conquista dei Goti - la presenza umana, sia pure in forma precaria, è stata riscontrata nella città distrutta o semidiroccata sino al XIV secolo. Quel che è certo è che la sua fine, con il totale abbandono, non fu determinata tanto dalle distruzioni dei Goti e dei Saraceni (Brindisi, distrutta, fu ricostruita) quanto dal fatto che nel Medioevo il porto, fondamentale per l'economia di Egnazia, e parte della città furono sommersi dal mare per un fenomeno di bradisismo negativo, ossia per un lento movimento della crosta terrestre dal basso verso l'alto. Il sito è ora sede di un Museo Archeologico Nazionale.

All'inizio Fasano fu solo un modesto villaggio intorno a una chiesetta dedicata al culto di S. Maria, dipendente - per concessione del normanno Goffredo, nipote di Roberto il Guiscardo, conte di Conversano, conquistata nel 1054, e "dominatore" di Monopoli, ove dimorava - dalla badia (o monastero) benedettina di S. Stefano, presso Monopoli. Fasano era allora indicato come "casale in costruzione". Un altro convento, dedicato a S. Giovanni, era proprio a Fasano, a Sud-Est delle fogge. Tra l'VIII e il X secolo sorsero gli insediamenti monastici, con chiese e villaggi rupestri abitati anche da contadini, di Lama d'Antico, S. Lorenzo, S. Giovanni e Lamalunga. L'insediamento di Lama d'Antico, in particolare, è uno dei più importanti della Puglia.

Nel 1317, papa Giovanni XXII tolse S. Stefano ai Benedettini e concesse il convento con tutte le terre, incluso il casale di Fasano, e i diritti annessi all'Ordine militare religioso degli Ospitalieri, detti anche Cavalieri Gerosolimitani (poi di Rodi, e infine di Malta), che costruirono la prima chiesa matrice. Dedicata a S. Giovanni Battista, fu ampliata e rinnovata nel 1594, aperta al culto nel 1600 e in pratica rifatta nel 1787.

Nella seconda metà del XVI secolo Fasano ebbe un rapidissimo sviluppo, perché assorbì tutta la popolazione sparsa tra il mare e le colline, tra Ostuni e Monopoli. Risale al 2 giugno 1678 l'avvenimento storico più memorabile di Fasano. Nei pressi di Torre Canne sbarcarono 400 Turchi: 100 rimasero a guardia delle imbarcazioni e 300 penetrarono in Fasano nella parte sfornita di mura. I cittadini si difesero bene, i Turchi finsero di fuggire, i Fasanesi li inseguirono e sulla spiaggia lottarono a corpo a corpo per un'ora, finché gli invasori furono costretti alla fuga.

Un altro episodio degno di nota è il rinvenimento in una grotta, in contrada Pozzo Faceto, dell'immagine della Madonna, per merito di alcuni contadini che stavano scavando un pozzo: da questo nacquero il santuario e la frazione.

Il territorio di Fasano è il più ricco di frazioni: Pezze di Greco, la più popolosa, Speziale, Montalbano, Savelletri, le più importanti. Numerose le masserie (dal latino "massa", nel senso di proprietà agricola): aziende organizzate e autonome, perché producevano, trasformavano e commerciavano i prodotti agricoli e zootecnici, ed in grado di difendersi prima dai pirati e poi dai briganti. Quelle esistenti nella provincia si possono collocare tra il 500 e il 700. Persero la loro funzione con l'abolizione della feudalità (1806) e l'esproprio dei beni degli enti ecclesiastici del 1866.

Sulla costa è la masseria Seppannibale grande, al cui interno è un tempietto indicato in una bolla del 1180 col nome di S. Pietro Veterano: le sue pareti erano un tempo completamente affrescate. Tra le masserie fortificate, notevole è la masseria Ottava grande, in cui è inserita la chiesa di S. Pietro "de Octava". Del tipo a torre fortificata con quattro bastioni angolari di forma trapezoidale, caditoie e garitte è l'imponente masseria Pettolecchia, in un bosco di ulivi secolari. Nella lama della masseria signora Cecca esiste ancor oggi un villaggio medievale abbandonato.

Fasano è dominata dalla collina della Selva (oltre che di Laureto), dai bellissimi panorami sulla campagna e sul mare; ha un bel porto come Savelletri, una stazione termale come Torre Canne, un sito archeologico come Egnazia: quanto di meglio si possa desiderare per un centro turistico di grandissima importanza, qual è da tempo, non solo per la provincia ma per l'intera regione.

Erchie

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Palazzo Ducale
 Palazzo ducale
Foto Mogavero - Pennetta

 Le sue origini sarebbero messapiche, com'è attestato dai numerosi rinvenimenti archeologici. Sul luogo in cui sorge Erchie, la città-Stato di Oria edificò un luogo di culto, ovviamente pagano; una sua cripta divenne poi rifugio dei monaci basiliani e su questa fu costruito il santuario di Santa Lucia, divenuto meta di pellegrinaggi perché vi scorre una fonte miracolosa - per ciechi e infermi in genere - di acqua perenne. Erchie sarebbe un ricordo dell'antica distrutta Erculea, che sorgeva a meno di quattro km, e che fu distrutta o abbandonata perché troppo esposta alle incursioni barbariche (le sue rovine erano ancora visibili nel 1678). Prima che il Cristianesimo si affermasse, era molto vivo da noi il culto di Ercole (l'Eracle dei Greci), radicato soprattutto presso i Romani. Gli abitanti o i superstiti di Erculea si rifugiarono nel vicino casale sorto attorno al luogo di culto e alle cripte (un'altra grotta - quella dell'Annunziata, con tracce di affreschi - è in una cavità carsica, sulla quale si trovava un'antica diruta chiesa intitolata a San Michele), casale al quale diedero il nome del paese abbandonato, modificatosi nei secoli in Erchie. Non a caso, lo stemma comunale rappresenta Ercole che spezza una colonna.

Nel XVII secolo, Erchie entrò a far parte - come altri paesi vicini - del feudo degli Imperiali che, per ripopolarla, concessero le sue terre ai profughi di Candia, l'antico nome dell'isola di Creta oltreché della città di Heraklion, allorché la loro isola passò dalla dominazione veneziana a quella turca.

Il palazzo ducale risale agli ultimi decenni del 700 e si ritiene che sia stato disegnato dal grande architetto neoclassico di Oria Francesco Milizia (1725-1798), che fu anche uno storico dell'architettura.

 

Cisternino

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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 Borgo antico

 Borgo antico - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Il territorio di Cisternino era già abitato nella preistoria, dal paleolitico al neolitico, e i reperti della loro vita dedicata alla caccia e alla raccolta sono conservati nel Museo Civico. Numerosi erano anche gli insediamenti nell'età del bronzo. I primi agglomerati urbani sorsero nelle zone di San Salvatore, Gianecchia e Calabrese.

Il nome deriverebbe da "Cis-Sturninum", al di qua di Sturni, antico centro japigio nei pressi di Ostuni che aveva preso la denominazione da Sturno, compagno dell'eroe omerico Diomede, scampati alla guerra di Troia. Partecipò alla lega messapica contro Taranto. Fu conquistata dai Romani che, per la salubrità dei luoghi, vi costruirono ville rustiche. Fu probabilmente sul sito di una di queste che i monaci basiliani costruirono nell'VIII secolo la badia di S. Nicola di Pàtara. Sulle fondazioni della chiesa bizantina fu edificata nel XIV secolo, in stile romanico pugliese, la chiesa matrice intitolata a S. Nicola, che conserva una scultura in pietra locale del 1517 raffigurante la Madonna del Cardellino, dello scultore Stefano da Putignano, un coro del XVII secolo e un crocifisso di legno del 300. Nell'adiacente casa canonica sono una scultura di legno raffigurante la Madonna della Madia, e una tela del XVIII secolo nella quale, ai piedi dei Santi Quirico e Giuditta, patroni della città, è una veduta prospettica della città. Nella stessa piazza dov'è la chiesa matrice, è la torre Normanno-Sveva del XIII secolo, che anticamente costituiva la porta di accesso al casale.

E' stata feudo dei Vescovi e dei signori di Monopoli fino al 1505, quando fu conquistata dai Veneziani, che la detennero fino all'arrivo degli Spagnoli, la cui oppressione fiscale fece insorgere i cittadini. Tra le altre chiese, quelle barocche di S. Quirico, di S. Cataldo e del cimitero vecchio, con affreschi del 1600. Fuori dell'abitato, in contrada Lamacesare, è la piccola chiesa romanica di S. Maria di Bernis.

Le abitazioni del borgo antico, imbiancate a calce, sono rimaste pressoché intatte dal 400 in poi, con le torri e parte delle mura; vi sono anche palazzi del 700 con ampi portali e giardini pensili.

Trullo Sovrano
Trullo sovrano - - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 

Dal "belvedere" si ha lo stupendo panorama della Valle d'Itria, ricca di ulivi e mandorli, o valle dei trulli (dal greco tardo trullos = cupola), per queste caratteristiche costruzioni a pianta generalmente circolare all'esterno, quadrata all'interno, su cui si imposta la cupola aggettante a tholos (derivata dalla civiltà micenea), ottenuta con pietre calcaree piatte. La più antica testimonianza della presenza di trulli in Puglia è in una pergamena del 917. Opera di bravi maestri muratori, i trulli avevano in origine funzione di ricovero per il bestiame, o di deposito per gli attrezzi agricoli, ma anche di riparo per i contadini. A questa funzione si collegava, come per i muretti a secco, l'esigenza di liberare il terreno agricolo dal gran numero di pietre che ostacolavano le colture o il pascolo. Il "trullo sovrano" ha un vano superiore a quello destinato ad abitazione, che è adibito a magazzino.