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Cellino San Marco

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
Continua il viaggio nei Comuni della provincia

 

 Chiesa di San Marco
Chiesa di San Marco - Foto coll. Pennetta

 Anche il territorio di Cellino sarebbe stato abitato in tempi molto antichi, come dimostrano le stazioni preistoriche rinvenute. Il casale, attuale Comune, risalirebbe invece al IX o X secolo, allorché i monaci basiliani vi stabilirono una grancia (deposito di grano), poi facente parte dei possedimenti dei benedettini dell'abbazia di S. Andrea dell'Isola di Brindisi. L'origine del nome è chiara: deriva dall'albero di ulivo che caratterizzava l'agro cellinese, chiamato "celino", da cui l'oliva "celina" o "cellina", nerissima nella piena maturità (così detta dal termine greco che indicava il colore nero), una qualità in grado di dare un olio dolce e fino; denominata anche "saracenica", perché sarebbe stata importata dai Saraceni.

Solo un secolo fa l'economia agricola di Cellino, come quella dei Comuni vicini, fu convertita a vigneto. La vite è, con l'ulivo e il mandorlo, una delle piante d'importazione greca che non temono la siccità, poiché nel Salento - in contrasto con la fitta rete delle acque sotterranee, che raggiungono anche i 400 metri di profondità, in cui svaniscono le piogge subito assorbite - la crosta terrestre, costituita in gran parte da calcari cretacei e priva com'è di corsi d'acqua superficiali, è asciutta.

Lo stemma, approvato nel 1929 ma risalente al 1822, mostra un ulivo su fondo colore argento, con le lettere C ed L ai due lati. Nel 1862 furono aggiunte al nome le parole "San Marco", per distinguerlo dal Comune di Cellino Attanasio ch'è in provincia di Teramo. La particolare devozione per l'Evangelista Marco potrebbe derivare dal fatto che il Salento è stato un importante avamposto della Repubblica di Venezia, per lungo tempo la maggiore potenza commerciale del Mediterraneo.

Un castello dal torrione quadrato, che ha subito nei secoli numerose modifiche e aggiunte, fu costruito - probabilmente nel 1578 - da Antonio Albrizzi; divenne in seguito proprietà dei Chyurlia (nel 1756 ne risultavano già proprietari), conti di Cellino, che lo ampliarono per trasformarlo in loro residenza. La cappella dedicata a San Marco (ora chiesa del cimitero), che ha sull'altare maggiore una tela raffigurante l'Evangelista, fu costruita nel 1716 - in occasione del ripopolamento del territorio, prima ricoperto da una parte dell'antica foresta oritana - sullo stesso luogo in cui era una cappella basiliana del IX secolo. Pure la chiesa matrice, dedicata a Santa Caterina d'Alessandria, nel cui interno sono altari barocchi e tele del sec. XVIII, fu costruita nel 1870 circa là dov'era una precedente chiesa edificata nel 1738 e più volte restaurata.

Ceglie Messapica

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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 Torre dell'Orologio

Torre dell'orologio - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Importante centro militare, politico e religioso dell'antico Stato dei Messapi (Caelium ricordato da Plinio), fu fiorente soprattutto nel IV-III sec. a. C., e sono tuttora visibili tratti della cerchia muraria, il Paretone, che doveva racchiudere l'abitato messapico. Fu a capo delle altre città della Messapia contro Taranto, uscendone dapprima vittoriosa, ma poi fu espugnata e completamente distrutta dai Tarantini, che nella battaglia uccisero il re Opis che guidava l'esercito e che si ritiene abitasse nella roccaforte cegliese. Si vuole pure che a Ceglie avessero sede i più importanti edifici di culto dei Messapi e dei Romani; ipotesi confermata dal rinvenimento nell'abitato di tombe con ricche suppellettili e numerose iscrizioni messapiche (conservate nella pinacoteca comunale).

Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, Ceglie fu devastata dai Goti, Longobardi e Visigoti. Divenuta feudo degli Angioini, fu concessa in dote da Carlo II d'Angiò a sua figlia Eleonora, che andò in sposa al barone Filippo di Tuzziaco. Divenuta feudo della Curia Arcivescovile di Brindisi, fu venduta intorno alla metà del XIV secolo ai duchi di Sanseverino, dai quali passò ai Luperano e da questi ai Sisto-Britto. Durante il Risorgimento furono aperte a Ceglie numerose "vendite" carbonare e sezioni della Giovine Italia.

Nel centro del borgo medievale è il castello, le cui strutture più antiche risalgono probabilmente all'XI secolo. Sul torrione cilindrico domina una torre quadrata la cui costruzione, voluta dal duca Fabrizio Sanseverino, risale al 1492; mentre il palazzo è di pochi anni più tardi (1525). L'ultima proprietaria è stata la famiglia Verusio. Nei suoi pressi è la chiesa matrice, più volte rimaneggiata, che ha assunto l'attuale aspetto barocco nel 1796. All'interno si conservano un pregevole crocefisso di legno e un Cristo a mezzo busto scolpito nella pietra. Al centro storico si accede dalle porte di Giuso, con tracce dell'originale architettura gotica, e Monterone, quest'ultima difesa da una torre quadrata del XV secolo.

Sulla via per Francavilla sono la chiesetta della Madonna della Grotta, nella cui cripta basiliana sono visibili affreschi del XIII secolo, e la grotta carsica di contrada S. Michele, in cui è un affresco più antico, risalente probabilmente al sec. VIII (il più antico della provincia), che raffigura la Madonna orante. La vita contadina è documentata nel Museo della Civiltà del Trullo, che ha sede in un complesso di trulli risalenti al 1792, nella masseria Montedoro.

Spettacolari le grotte di Montevicoli, con stalagmiti e stalattiti, che a Natale diventano la sede splendida per il Presepe vivente. Al loro interno sono state rinvenute iscrizioni messapiche con dedica alla dea Afrodite, alla quale doveva essere stato dedicato un tempio; mentre un tempio ad Apollo doveva trovarsi sul luogo ove sorge la chiesa di S. Rocco.

Nell'agro cegliese sono le "specchie" (la più antica è quella Miano, o di Castelluzzo), i principali documenti - rimasti pressoché intatti - della civiltà messapica: torri di avvistamento e monumenti a tronco di cono con scale esterne a rampa o a gradoni che li cingono a spirali tutto intorno. Nella struttura ricordano le tombe circolari dell'antica Creta, ma potrebbero essere state, con molta probabilità, torri di vedetta e di difesa, data anche la derivazione del loro nome dal latino "specula", ossia posti di osservazione.

 

Carovigno

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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 Castello di Carovigno
Castello - Foto coll. Pennetta

 La città ha origini antichissime e il suo nome deriva dal messapico Carbina (dal greco "carpina" che significa "fruttìfera"). Della città messapica restano tracce delle mura, visibili alle spalle della chiesa nuova, e della necropoli. Nel 473 a. C. fu espugnata dai Tarantini. I Romani la chiamavano "Corvineum"; e i Carovignesi furono fedeli a Roma anche quando altre città si arresero ad Annibale. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, fu dominata dai Visigoti, Bizantini, Longobardi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Veneziani. Divenne feudo dei principi di Taranto e di varie famiglie nobili (De Loffreda, Caputo, Serra, Costaguto, Castaldi, Granafei, Imperiali, Dentice di Frasso). Il castello sarebbe stato costruito dopo la conquista di Carovigno da parte dei Veneziani (1483), da Raimondo del Balzo Orsini, intorno a una preesistente torre di avvistamento: è un tipo di fortificazione tardo medioevale ad impianto triangolare con torri ai vertici. I locali a piano terra e quelli corrispondenti sotterranei hanno conservato inalterata la struttura originaria. Durante il Risorgimento si costituirono a Carovigno una "vendita" di Carbonari e una sezione della Giovine Italia.

La chiesa matrice, che è dedicata all'Assunta, fu ricostruita nei primi dell'800 sulla struttura di un'antica chiesa edificata tra la fine del 1400 e l'inizio del 1500. Della vecchia fabbrica conserva, sulla facciata, un pregevole rosone e un frammento del portale con angelo in rilievo.

Di notevole interesse anche la storia del borgo di Serranova, che si trova a sei chilometri da Carovigno, verso il mare. Il nobile Ottavio Serra fece costruire nel 1629 un castello incorporando un torrione quadrangolare del XIV secolo. Le abitazioni sorte intorno costituirono il casale di Serranova. Addossata al castello è la chiesetta del Crocefisso, in cui è conservato un crocefisso in legno del 1700, cui i Carovignesi sono sempre stati molto devoti perché lo ritenevano giunto dal mare, a seguito di un naufragio. A quattro chilometri dall'abitato è il Santuario di S. Maria di Belvedere: dalla chiesa si scende in due ampie grotte comunicanti, e in una è l'edicola con l'affresco della Madonna col Bambino del sec. XIV.

A sette chilometri da Carovigno, sulla costa, è Santa Sabina, con una torre di forma stellare, che fu approdo della Carbina messapica sin dal VII sec. a. C., come testimoniano i frammenti ceramici rinvenuti sui suoi fondali; oggi è rinomato villaggio turistico. Il nome deriva molto probabilmente dalla santa venerata in una delle cripte rupestri del territorio, nei cui pressi era un villaggio preistorico, e dal rinvenimento in mare di una statuetta che la raffigura.

Sulla costa è anche la meravigliosa oasi ecologica di Guaceto, dichiarata "zona umida di rilevanza internazionale", in cui convivono, fianco a fianco, bosco di latifoglie e macchia mediterranea. E' il regno di tartarughe, ramarri, beccaccini, anatre, gabbiani, uccelli migratori. Vi è l'odore di rosmarino, alloro, mirto e lentisco. Guaceto fu abitato fin dalla preistoria: gli scavi hanno documentato la presenza di un esteso villaggio databile tra la tarda età del bronzo e la prima età del ferro. Il suo nome deriverebbe dall'arabo Gawsit, che vuol dire "acqua" o "fiume", per la presenza nell'oasi di acqua dolce; ha una torre di avvistamento costruita nel XV secolo per contrastare gli sbarchi dei Saraceni, che devono aver comunque utilizzato notevolmente quell'approdo (molto probabilmente usato - con quello di Santa Sabina - già in epoca messapica), visto che l'arcivescovo di Brindisi Giovan Carlo Bovio, in un documento del 1565, chiamò Guaceto Saracinopoli.
 
Tessitrice al telaioTessitrice - Foto coll. Mogavero-Pennetta

Una peculiarità importante dell'economia di Carovigno è stata l'artigianato tessile, anche in tempi recenti, ad opera di donne che lavoravano al telaio (la "tessitrice" è uno dei personaggi che simboleggiano le attività della terra di Brindisi, nella grande tela del salone di rappresentanza della Provincia, dipinta nel 1949 da Mario Prayer); ma vi sono ancora donne che lavorano completamente a mano tappeti, arazzi, coperte, tovaglie, impreziosite con decorazioni secondo tecniche tramandate da secoli.

 
 

 

Brindisi

 

Colonne terminali della via Appia Colonne terminali della "Via Appia" - Foto coll. Mogavero-Pennetta

Dalla preistoria ai Messapi e ai Romani

 Le testimonianze più antiche rinvenute nel territorio del Comune risalgono al paleolitico (età della pietra antica), e sono conservate nel Museo Archeologico Provinciale intitolato a Francesco Ribezzo, di Francavilla Fontana, archeologo e glottologo insigne (1875-1952). I reperti più abbondanti provengono da un villaggio dell'età del bronzo media (XVI sec. a. C.), scoperto a Punta le Terrare, che si trova a sud del porto medio di Brindisi: un terrapieno di pietre eretto a difesa di un gruppo di capanne, nelle quali sono stati trovati pure frammenti di ceramica micenea, a conferma delle affermazioni di Erodoto e degli stretti rapporti da sempre intercorsi con il mondo greco. Del periodo messapico (VII-III sec. a. C.) sono conservate al Museo le "trozzelle": le anfore per acqua caratterizzate da alte anse verticali che terminano spesso con quattro o più rotelle, a forma di carrucola, dalla cui voce latina 'trochlea' deriva il loro nome. Resti delle mura megalitiche dei Messapi si trovano in via Camassa e corte Capozziello e in un'abitazione privata di via Montenegro.

Moltissime sono le testimonianze di epoca romana (dal III sec. a. C. al IV d. C.), conservate sia nelle aree archeologiche di San Pietro degli Schiavoni (sotto il teatro sospeso), di via Casimiro, della piazzetta Virgilio, dov'erano le "colonne romane" (III sec. d. C., a giudicare dal capitello), e nei pressi di Porta Mesagne, ove sono i resti delle vasche per la decantazione delle acque provenienti dal pozzo di Vito; sia al Museo, che espone sculture in marmo e in bronzo, epigrafi e molte monete, tra cui quelle di bronzo del III sec. a. C. che hanno sul diritto la testa di Nettuno, e sul rovescio Falanto che cavalca un delfino e la scritta BRVN. Anticamente, tutte le città cercavano di far risalire le loro origini a un dio, e i primi abitanti di Brindisi diffusero la leggenda che il nome della città derivava dal nome del figlio di Ercole, Brento, che ne sarebbe stato il fondatore. Più concretamente, i geografi e gli storici greci e latini fanno derivare il nome Brun o Brunda dalla parola messapica che significava "testa di cervo", cui la forma del porto somiglia. Ma "brun" era anche la voce onomatopeica con cui s'indicava l'acqua, che circonda quasi completamente la città.

Porta Mesagne o anche Porta Napoli
Porta Mesagne (detta anche Porta Napoli) - Foto coll. Nolasco

In età imperiale romana, il centro di Brindisi doveva essere nell'area tra le vie Duomo, Tarantini, Pacuvio e Battisti, e gli edifici pubblici e il foro nel rione di S. Pietro degli Schiavoni e nell'attuale piazza della Vittoria. Fuori dell'abitato vi erano vaste necropoli, con sepolture sia ad incenerimento che ad inumazione. La prima documentazione degli importanti traffici, militari e commerciali, del nostro porto, agevolati com'erano da due importanti arterie stradali come le vie Appia e Traiana, risale alla conquista romana (III sec. a. C.). Fu Cesare a far restringere e ostruire per primo, nel 48 a. C., per meglio difendere la città, il canale che si sarebbe in seguito chiamato Pigonati. I resti delle terme rinvenuti in piazza Duomo sono la dimostrazione del passaggio da Brindisi di imperatori, consoli, ricchi commercianti e importanti uomini di cultura.

 

Dopo i Romani

 Con l'Impero romano d'occidente, decaddero anche il porto e la città di Brindisi. Si ripresero, dopo alterne vicende, solo con i Normanni, cui si devono la prima fabbrica romanica della Cattedrale (1132), la chiesa di San Benedetto (di poco precedente al 1089) e il piccolo tempio di S. Giovanni al Sepolcro (inizi del XII secolo); con gli Svevi e Federico II, che fece costruire nel 1227, con il materiale ottenuto dalla demolizione dell'anfiteatro romano, il primo nucleo del Castello di terra; con gli Angioini, che per motivi militari resero di nuovo il porto praticabile alle grandi flotte, e gli Aragonesi, che fortificarono la città e fecero edificare nel 1481 il Castello Alfonsino. Ma 31 anni prima, nel 1450, il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo aveva fatto interrare nuovamente il canale per impedire ai Veneziani di impadronirsi di Brindisi (provocando così la malaria e l'elevata mortalità degli abitanti); e sei anni dopo un terremoto aveva quasi spopolato la città. Furono proprio i Veneziani, dal 1496, a far rifiorire l'economia brindisina, con la costruzione di cantieri navali e la ripresa dei traffici mercantili; ma il loro dominio durò solo 13 anni.

Il porto interno divenne nuovamente una palude con gli Spagnoli e i Borboni, e la malaria rese Brindisi pressoché inabitabile. I lavori per la riapertura del canale - il cui ruolo, come si è visto, è stato decisivo nella storia della città negli ultimi duemila anni - furono eseguiti in tre riprese: i primi, dal marzo 1776 al novembre 1778, a cura dell'ing. Andrea Pigonati, che non riuscirono però ad evitare un nuovo interramento; i secondi nel 1789, a cura degli ingg. Pollio e Forte, che non apportarono benefici di lunga durata; e gli ultimi, dal 1843 al 1847, affidati da Ferdinando II di Borbone al col. del Genio Albino Mayro, il quale, tenendo conto dei venti predominanti, orientò in modo diverso il canale (verso tramontana e non verso greco-levante, come aveva voluto Pigonati).

La ripresa della città avvenne dopo l'Unità: il 1869 fu un anno di grandi opere, in vista del transito della cosiddetta "Valigia delle Indie": la linea ferroviaria e marittima che univa Londra a Bombay passando da Brindisi (funzionò dal 1870 al 1914). Nuovi lavori di sistemazione furono eseguiti nel porto nei primi anni del secolo, e terminarono nel 1909; lavori essenziali per il grande contribuito che la città avrebbe dato alla vittoria nella Grande Guerra. Nel 1925, Brindisi ospitò l'idroscalo e le prime linee aree internazionali del nostro Paese, con collegamenti con Atene, Istanbul, Rodi, Salonicco, Tirana, Valona e Durazzo. Divenuta nel 1927 capoluogo di provincia, ha aumentato la sua popolazione dai 40.000 residenti del 1931 ai 93.000 circa attuali. Le sue maggiori infrastrutture, il porto, la cui superficie è raddoppiata con la costruzione della diga di Punta Riso nei primi anni 80, e l'aeroporto internazionale, in grado di operare con i maggiori aeromobili, ne hanno fatto di nuovo uno scalo di primaria importanza nel movimento passeggeri per la Grecia e il Medio Oriente.
 

 

Le chiese

Chiesa Santa Maria del Casale

 Chiesa di Santa Maria del Casale
(coll. Nolasco)
 Le chiese più notevoli di Brindisi sono la Cattedrale, costruita la prima volta nel 1132 per volontà di papa Urbano II e dell'Arcivescovo Bailardo, di origine francese; fu riedificata, dopo il terremoto del 20 febbraio 1743, su progetto dell'architetto salentino Mauro Manieri, e restaurata nel 1957, con la rimozione dell'antico frontone triangolare e l'aggiunta di otto statue, opere dello scultore Fiordegiglio; conserva elementi architettonici dell'originaria fabbrica romanica, l'arca d'argento reliquiario del corpo di San Teodoro e un pregevole coro di legno del 1594; la chiesa di San Benedetto, che esisteva già nel 1089 ed era dedicata a Santa Maria Veterana, costruita per volontà dei conti normanni Goffredo e Sighelgaita; ha un architrave, sul portale d'ingresso, con pannelli scolpiti con scene di combattimento fra uomini e animali fantastici; chiesa, chiostro e campanile quadrato sono di grande interesse per gli studiosi di arte medievale; l'originale chiesa di San Giovanni al Sepolcro, a pianta circolare, che risale agli inizi del XII secolo ed ha consistenti tracce di affreschi lungo le pareti; e la bellissima ed elegante chiesa di Santa Maria del Casale, in cui si rileva il passaggio dallo stile romanico a quello gotico, costruita tra il 1300 e il 1310, che si caratterizza per l'alternarsi nelle pareti esterne, in armoniose composizioni geometriche, di conci di arenaria grigia e càrparo dorato, e per un singolare protiro pensile a baldacchino su mensola scalata; all'interno ha grandi affreschi della stessa epoca, opere di Rinaldo da Taranto, con Cristo seduto tra gli Apostoli, Angeli che suonano le trombe, il Paradiso, gli Eletti, episodi del nuovo Testamento e storie della Passione.

 

Non meno belle sono le altre: la chiesa di San Paolo era già costruita nel 1322 ed è il più autentico monumento gotico della città; fu ricostruita nel sec. XVII e restaurata nel 1949; nella cappella dedicata a San Francesco vi è la sepoltura del medico Giovanni Maria Moricino, storico della città; sulle pareti interne vi sono resti degli affreschi che una volta le ricoprivano interamente; la chiesa della SS. Trinità o di Santa Lucia, che pure doveva essere un tempo completamente affrescata, è databile al XIV secolo; vi si conservano un crocefisso di legno e un polittico raffigurante la Madonna del Dolce Canto, del XVI secolo, probabile opera del pittore brindisino Giacomo De Vanis; ha una suggestiva cripta, che risale alla fine del XII secolo, con affreschi; la chiesa del Cristo, di S. Domenico, fu ultimata intorno al 1232 per volontà del beato Nicolò Pagliara da Giovinazzo; come nella chiesa di S. Maria del Casale, nella facciata di stile romanico vi è l'alternarsi in orizzontale della pietra bianca e di quella dorata, interrotto da un grande rosone; all'interno, un crocefisso dipinto e una statua di legno della Madonna col Bambino, entrambi ispirati alla scultura gotica francese del Duecento; la chiesa di Santa Maria degli Angeli, costruita nel 1609 per iniziativa di S. Lorenzo col contributo finanziario prevalente del duca Massimiliano di Baviera (sul portale vi è lo stemma della casa tedesca) e del re di Spagna Filippo III, in seguito radicalmente trasformata con l'allargamento dei muri perimetrali e lo spostamento del portale d'ingresso da via S. Lorenzo (si chiamava via Conserva prima del 1900) a piazza degli Angeli; mentre l'attiguo convento delle Clarisse fu demolito per far posto nel 1916 alle scuole elementari femminili; ha un pregevole portone in legno, scolpito con le immagini di S. Francesco, Santa Chiara e gli Evangelisti e, all'interno, due crocefissi, uno in legno e l'altro in avorio, numerose tele e le reliquie di San Lorenzo; la chiesa di Santa Teresa, costruita nel 1671 dal sacerdote brindisino Francesco Monetta nel quartiere detto degli "Spagnoli" (i soldati qui giunti per difendere le nostre coste dai Turchi, e che a Brindisi erano rimasti dopo avere sposato le donne del luogo); tipico esempio di architettura ecclesiale barocca.

 

I palazzi

Palazzo Granafei - Nervegna
Palazzo Granafei-Nervegna
(coll. Nolasco)

 Il palazzo arcivescovile (già Seminario), del 1720, probabile opera dell'arch. Manieri, è il più importante monumento barocco della città; la facciata è decorata da otto statue che raffigurano l'Armonia, l'Etica, la Filosofia, la Giurisprudenza, la Matematica, l'Oratoria, la Poetica, la Teologia. La parte più antica si affaccia su vico Guerrieri: lungo il suo prospetto sono visibili gli archi ad ogiva e le merlature in rilievo. Nel cortile interno si affaccia la torre quadrangolare dell'Episcopio. La loggia Balsamo, che risale alla prima metà del XIV secolo, faceva probabilmente parte della zecca angioina. E' caratterizzata da mensole a gradoni con bizzarre figure d'uomini e animali, unite da archetti superiori. Nel palazzo Granafei-Nervegna, del XVI secolo, si fondono elementi rinascimentali e soluzioni barocche e manieriste. Eretto dalla famiglia Granafei, fu poi abitato dai Nervegna, l'ultimo dei quali fu un noto numismatico. Un'iscrizione latina, posta sulla facciata, dice fra l'altro "Il saggio costruisce la casa mentre lo stolto la distrugge" e "A che servono allo stolto le ricchezze dal momento che non può comprare la saggezza ? "

All'interno del palazzo Montenegro, del XVII secolo, di proprietà della Provincia, con grande balcone sostenuto da mensole decorate, fu rinvenuta un'iscrizione marmorea dedicata all'imperatore Traiano. Di un secolo dopo è il palazzo Perez, con ampio portale architravato; mentre il vicino e più antico palazzo degli Scolmafora, devastato da un incendio, fu ricostruito nel 1652.

In via Carmine è il palazzo Ripa, del sec. XVII, con ricco portale sormontato dallo stemma della famiglia Ripa, che ha urgente bisogno di essere restaurato e riutilizzato: una sede ideale per un museo di storia moderna e delle tradizioni locali.

 

 

L'ercole brindisino

Il ritorno del giovane Ercole

Statua dell'Ercole brindisino

 Una statua di marmo bianco rappresentante Ercole giovanetto, che ha nella mano destra i pomi d'oro delle Esperidi e con l'altra stringe un arco spezzato, mentre la pelle del leone Nemeo pende dal braccio sinistro, fu casualmente ritrovata nell'ottobre 1762 a largo S. Paolo, in occasione di lavori di scavo, unitamente a una cassa contenente molte monete d'argento. Prima che fosse trasferita nel Museo di Napoli, su disposizione del re Ferdinando IV Borbone, il Municipio brindisino ne fece fare un ritratto su tela, che fu collocato nella Curia dei Nobili (la casa comunale o Sedile, che fino ai primi del 900 si trovava in uno degli angoli dell'attuale palazzo INA, tra piazza Sedile e piazza Matteotti). Il ritratto, ora nella Biblioteca provinciale, ha la seguente iscrizione dettata da Ortensio De Leo, letterato e studioso di storia locale, zio del più noto Annibale (Arcivescovo di Brindisi dal 1797 al 1814):
Herculis Defensoris/ Brundisinorum Olim Praecipui Hominis/ Brenti Herois Urbis Denominatoris/ Dii Patris/ Simulacrum E Candido Marmore/ In D. Paulli Templi Area/ Cum Ingenti Augg. Augustarum Q./ Nummorum Antiquor Argenti Copia/ Non. Octob. A. S. MDCCLXII/ Forte Effossum/ Ferd. IV P. F. Neap. Regis Iussu/ Ob Eius Elegantiam Asportatum/ Suoq. Museo Positum/ Ordo P. Q. Brund./ Servand., Patriae/ Vetustatis Monumentu/ Exemplari In Curia Nobilium/ Collocari P. D. (La statua in marmo bianco del protettore Ercole, padre dell'eroe Brento che diede il nome alla città di Brindisi, venuta casualmente alla luce il 7 ottobre 1762 nel largo S. Paolo, insieme a un gran numero di monete d'argento di Augusti e Auguste, per ordine di Ferdinando IV felicemente regnante fu trasferita a Napoli e collocata nel suo museo. Il decurionato e il popolo di Brindisi, per conservare il ricordo del monumento pregevolissimo per l'antichità, decisero che fosse riprodotto su tela, da esporre al pubblico nella sala delle adunanze).
La statua ha una grande importanza storica, più che artistica. Con Nettuno, Apollo e Diana, Ercole è stato una delle maggiori divinità cui i brindisini hanno professato a lungo il loro culto. Una delle ipotesi leggendarie sull'origine del nome di Brindisi è che esso derivi da Brento, figlio di Ercole. Secondo gli storici locali (Casimiro, Della Monaca), anche le colonne considerate "terminali della via Appia" furono consacrate a Ercole.
Il 700 è stato un'epoca di importanti ritrovamenti archeologici per gli studiosi di antichità, mentre i brindisini - che vivevano in condizioni di estremo degrado e miseria per la malaria causata dal porto impantanato - erano più interessati ai piccoli tesori che si rinvenivano qua e là, scavando a poca profondità. In un giardino nei pressi della Capitaneria di Porto, dov'era Porta Reale, fu trovato - 24 anni dopo l'Ercole giovanetto - un bauletto d'oro pieno di monete, oltre a resti di terme e di colonne.

 L'Ercole brindisino

Ercole, dipinto

Come è noto, la tradizione erculea è fortemente radicata nella città di Brindisi, a partire dalla leggenda sulle sue epiche origini, legate a Brento, figlio di Ercole.

Ma è soprattutto la statua raffigurante Ercole, rinvenuta nel '700 nei pressi della chiesa di San Paolo e custodita, dai tempi del suo recupero nel Museo Archeologico di Napoli, che ha indotto gli amministratori brindisini a chiedere ed ottenere la sua esposizione temporanea nel Museo Archeologico Provinciale "F. Ribezzo" .

Le notizie antiche legate al rinvenimento della statua le ricaviamo dalla lettura dall'epistolario privato di Carlo Guarini, Duca di Poggiardo; epistolario oggi custodito presso la Soprintendenza Archivistica di Bari.

In una lettera, datata Brindisi 12 ottobre 1762 indirizzata al Duca da Suor Albina Montenegro, benedettina in Brindisi, così si legge:
"... credo che avrete sapute le notizie di cotesta nostra città che ad una parte che stavano fabbricando... hanno ritrovato quantità di moneta antica... e una statuetta d'Ercole... il preside la vuole in Lecce, ma non la danno: se la vuole il re di Napoli la mandano..."

Nel 1846 Annibale De Leo, arcivescovo di Brindisi, nonché cultore di storia cittadina, al fine di confermare la presenza del culto di Ercole a Brindisi, così scriveva:
"... finalmente una statua di bianco marmo rappresentante Ercole imberbe colla clava e colla spoglia del leone, ritrovata entro questa città nel 1762 e quindi trasferita nel Regio Museo di Ercolano...il magistrato brindisino per non perderne la memoria ne fece formare un ritratto in tela, che fu collocato nella Curia de nobili oggi casa comunale colla ...iscrizione del lodato mio zio Ortenzio De Leo".

Dall'iscrizione, voluta e dettata dall'insigne letterato Ortensio De Leo, che aveva partecipato al recupero della statua, apprendiamo che la stessa, rinvenuta il 7 ottobre 1762 insieme ad un gran numero di monete di età imperiale romana, fu per volontà di Ferdinando IVº di Borbone, trasferita nel Real Museo di Napoli.

La notizia del rinvenimento della statua, raffigurante Ercole, fu, in seguito, tramandata da altri studiosi locali.

Nel 1934, il canonico Pasquale Camassa riferisce dell'episodio avvenuto nel 1762, portando a testimonianza il dipinto, raffigurante Ercole, esposto nel tempio di San Giovanni al Sepolcro, sede del Museo Civico.

Nel 1959 il commissario straordinario G. Prestipino a confermare la tradizione del culto che Brindisi ebbe per l'eroe Ercole, fece intitolare una strada ad Ercole brindisino, in una area poco distante dal luogo del rinvenimento della statua, per anni sottratta alla vista dei brindisini.

Nel 1963 Benita Sciarra, allora direttrice del Museo Archeologico Provinciale "F. Ribezzo", le dedicò uno studio e si adoperò affinché nel Museo brindisino fosse esposto un calco della statua, su cui sono leggibili i segni del restauro, con l'integrazione del piedistallo, dei piedi e della mano destra.

Nel 1986 lo studioso Giovanni Uggeri, nell'area di rinvenimento della statua, ipotizzò la presenza di un tempio dedicato all'eroe Ercole.

Una analisi più approfondita della scultura e del restauro, eseguito nel Real Museo Ercolanense subito dopo il trasferimento della statua da Brindisi, nonché gli scritti tramandataci da Ortensio De Leo "... Ercole colla clava e colla spoglia del leone...", e la raffigurazione del dipinto ci inducono ad ipotizzare un tipo statuario diverso rispetto a quello raggiunto con l'integrazione della mano destra che regge i pomi e dei piedi aderenti al piano di base; a meno che non si voglia dar credito a chi afferma che la statua vista dal De Leo non sia quella oggi esposta nel Museo di Brindisi.

In realtà è da ritenersi più probabile che il braccio destro portato verso il basso, si appoggiasse con la mano ad una clava, mentre la muscolatura tesa del quadricipide destro e il rispettivo ginocchio lievemente piegato, fanno ipotizzare una flessione in avanti del piede.

Riguardo al personaggio raffigurato, appare, forse, più attendibile l'interpretazione del ritratto di un privato eroizzato come Ercole.

Tale ipotesi è supportata dal contestuale rinvenimento della statua e di una grande quantità di monete di età imperiale romana in quel settore di Brindisi, i cui dati topografici indicano l'esistenza di ricche domus imperiali dislocate lungo il percorso dell'Appia – Traiana.

Le apoteosi con le sembianze di Ercole erano un fenomeno relativamente diffuso, generalmente documentato dal secondo decennio del IIº sec. d.C..

Nel caso specifico, il gusto per le forme levigate, in contrasto coloristico con le pieghe della leontea, realizzate a scalpello e la pettinatura a piccole ciocche incise, fanno propendere per una datazione alla seconda metà del IIº sec. d. C., anche sulla scorta di confronti che si possono instaurare con sculture di produzione locale, di recente acquisizione.

Tale datazione della scultura smentirebbe la tesi di chi sostiene che il reperimento della stessa sia avvenuto fra le ceneri di Ercolano, distrutta, come noto, nel 79 d.C., .cioè molto prima che l'opera stessa fosse realizzata.

 

 La statuetta dell'Ercole (Inv. N. 6382) è parte del più antico nucleo delle collezioni del Museo Archeologico di Napoli. Essa è, infatti, menzionata per la prima volta nell'Inventario Generale dell'anno 1796 (Nuovo Museo e Fabbrica delle Porcellane in Napoli), dove è inserito, con il n. 234, nell'elenco delle statue trasferite a Napoli dal Real Museo Ercolanense di Portici.
Qui, infatti, come attesta lo stesso documento, la statuetta, evidentemente mutila "...fu pessimamente ristaurata...con essersi fatti due piedi con porzione di gamba sinistra,la mano destra, porzione di tronco e di basamento.", interventi che sono tuttora chiaramente riconoscibili e per i quali resta condivisibile il giudizio di qualità soprattutto in merito al braccio destro, evidentemente
sproporzionato rispetto alla figura.
E' proprio il passaggio della scultura dal Museo Ercolanense – dove potrebbe essere transitata anche al solo scopo del restauro – dovette ingenerare l'aneddoto riferito come tale nello stesso Inventario ' 1796, secondo il quale la statuetta dell'Ercole sarebbe stata la prima scultura trovata all'inizio degli scavi di Ercolano:
"... Si dice sopra di essa un aneddoto che la rende singolarissima, giacchè per tradizione si crede, possa essere la prima scultura che si trovò nell'aprirsi lo scavo d'Ercolano...".
Tale tradizione, fin'oggi non altrimenti attestata, restò fortemente radicata e pedissequamente ripetuta anche in epoca successiva, come attesta l'Inventario delle statue di marmo e di bronzo esposte in portici e gallerie di questoRegal Museo Borbonico" dell'anno 1819, dove la statuetta è ricordata come proveniente da Ercolano, così come, ancora nel 1911, nella Guida del Museo curata da G. Ruesch.
 
Mariarosaria BORRIELLO
Direttore Museo Archeologico Nazionale
di Napoli

 

 

 

Il teatro comunale "G. Verdi" di Brindisi

 Teatro comunale

 Il primo teatro

Il primo teatro comunale intitolato a Giuseppe Verdi sorgeva sul corso Umberto, angolo con piazza Cairoli, e confinava con le vie Mazzini e Masaniello. Copriva una superficie di 1300 mq e l'intero suolo, nelle linee di confine, era di 2100 mq. La sua costruzione richiese nove anni, dal marzo 1892 al marzo 1901. Il progetto originario dell'ing. Achille Sfondrini di Milano, per un costo di 257.000 lire, fu notevolmente rivisto e modificato, in corso d'opera, dall'ing. Corrado Pergolesi di Ancona; e nella fase di completamento dagli ingegneri brindisini Antonio Rubini, Luigi D'Ippolito e Lorenzo Calabrese.

Piazza Cairoli e il vecchio teatro Verdi, foto d'epoca. 

 L'intenzione era quella di intitolarlo a Dante (gli affreschi interni della cupola rappresentavano episodi della Divina Commedia); lo studioso di storia locale Baldassarre Terribile propose di dargli il nome del grande musicista di San Vito dei Normanni Leonardo Leo (1694-1744); prevalse l'opinione del giornalista Edoardo Pedio di intitolarlo a Giuseppe Verdi, appena scomparso (febbraio 1901).

Il primo spettacolo - un concerto di musiche di Verdi - fu tenuto il 24 marzo 1901, proprio per commemorare il grande musicista di Busseto; l'inaugurazione della prima stagione lirica avvenne invece il 17 ottobre 1903, con la rappresentazione della "Traviata". Pur essendo un teatro lirico, il "Verdi" ha ospitato nella sua breve vita (55 anni), in prevalenza spettacoli diversi dalle opere liriche: cinema, prosa, varietà, operette, conferenze, comizi, adunanze, fiere, oltre a feste e veglioni. In effetti, le uniche stagioni liriche che hanno lasciato un ricordo degno di nota sono state quelle dell'inaugurazione (1903-04) e dei festeggiamenti per l'elevazione di Brindisi a capoluogo della provincia (1926-27).

Il teatro "Verdi" fu danneggiato durante l'ultima guerra mondiale da bombe esplose nelle vicinanze, e più volte riparato tra il 1949 e il 1951. Il 19 aprile 1951 l'ingegnere capo del Comune Ugo d'Alonzo propose di demolirlo e ricostruirlo altrove; il 21 luglio dello stesso anno una commissione di cui facevano parte tecnici del Genio Civile, della Provincia e dell'Ordine degli Ingegneri confermò che il "Verdi" non rispondeva più alle esigenze per le quali era stato costruito, che non era un monumento degno di essere conservato, e che l'area di grande valore in cui si trovava poteva essere meglio utilizzata. La struttura continuò comunque a funzionare come cinema, finché il 23 agosto 1956 la Prefettura ne dispose la chiusura.

Nel 1959 il Commissario Straordinario al Comune ordinò la demolizione del "Verdi" (che fu eseguita dal febbraio all'aprile 1960), suscitando il vivo rammarico di quei cittadini che, sensibili ai pregi artistici e storici del teatro, ne auspicavano il restauro e la conservazione. Solo qualche anno prima, nel febbraio 1956, era stato demolito in piazza Sedile un altro "monumento" cui i brindisini erano particolarmente affezionati: la barocca Torre dell'Orologio, simbolo dell'orgoglio comunale e uno dei luoghi privilegiati delle memorie cittadine.

 

Il nuovo teatro

 Nuovo Teatro

 Nel 1965, la Giunta municipale appena insediatasi propose al Consiglio di realizzare, sull'area di risulta del teatro, un "complesso edilizio costituito da un edificio a carattere commerciale o rappresentativo e da un cinema-teatro per 1100-1200 posti a strutture indipendenti ma con linee architettoniche unitarie". Solo il cinema-teatro sarebbe stato di proprietà comunale; il resto del complesso sarebbe rimasto di proprietà dell'impresa aggiudicataria, a compenso dei lavori dell'intera costruzione.

Il 28 febbraio 1966 l'impresa CISET di Brindisi propose al Comune, in cambio dell'area resa libera dal "Verdi", la costruzione di un teatro-cinema da 1600-1700 posti nel rione di San Pietro degli Schiavoni, in cui era stata appena riportata alla luce - a seguito dell'abbattimento di abitazioni fatiscenti - un'interessantissima insula della Brindisi romana, cancellata dopo il terremoto del 3 dicembre 1456 e il rifacimento del rione da parte degli immigrati schiavoni, albanesi e greci: un tratto di cardine lungo 55 metri con resti di edifici e pavimenti musivi. Su quest'area si era pensato inizialmente di costruire il nuovo Palazzo di Giustizia, che aveva allora sede nel vicino palazzo Granafei-Nervegna (metà del sec. XVI).

L'impresa CISET presentò in quell'occasione un originale progetto dell'architetto romano Enrico Nespega: un'imponente struttura d'acciaio sospesa sugli scavi archeologici, che sarebbero stati così preservati ed esposti, senza ostacoli dovuti agli elementi portanti dell'edificio da costruire, alla vista dei cittadini e dei forestieri. Come avrebbe detto in seguito il Soprintendente ai Beni Archeologici dell'epoca, il prof. Stazio, "invece di portare i reperti in un museo, si è edificato un luogo di cultura sopra i reperti". Lo stesso architetto Nespega, che ha operato molto in tutta la provincia, è autore tra l'altro del Piano Regolatore Generale di Brindisi e del Piano Particolareggiato del Rione di San Pietro degli Schiavoni (dove sono in corso i lavori di ripristino e di riutilizzo dei locali, adibiti ad abitazioni e a varie attività, per la riqualificazione di tutta l'area circostante il nuovo teatro).

Nuovo Teatro 

  La proposta fu accolta e il secondo teatro "Verdi", concepito secondo criteri di polivalenza, con particolare riguardo ai congressi per merito dell'impianto di traduzioni simultanee, è - dopo 36 anni dall'idea che ha generato il progetto esecutivo - una splendida realtà (sintesi straordinaria di oltre duemila anni di storia brindisina), pronta a cominciare la sua vita al servizio non solo della cultura cittadina, ma anche della crescita civile e del progresso economico e sociale dell'intera provincia.

 

Le strade di Brindisi nell'epoca moderna

<-precede <-Le tortuose strade della Brindisi medioevale
 

Le strade di Brindisi

Palazzo Granafei
Palazzo Granafei-Nervegna
(metà sec. XVI) in via Duomo
(Foto coll. Nolasco)

  L'isolato romano, con il tratto di cardine lungo 55 metri, visibile sotto il nuovo teatro comunale, fu cancellato dopo il terremoto del 1456, in occasione del rifacimento dell'area operato dagli immigrati greci, slavi e albanesi, che costruirono le loro case intorno alla chiesa di San Pietro, da loro detta degli Schiavoni. Un secolo dopo di fronte al quartiere, in via Duomo, fu costruito il più bel palazzo rinascimentale di Brindisi: Granafei-Nervegna. Sotto la cornice marcapiano (divide il pianoterra dal primo piano) si leggono in latino quattro aforismi: "Il saggio costruisce la casa mentre lo sciocco la distrugge - A che serve allo stolto possedere ricchezze dal momento che non può comprare la saggezza ? - Chi risponde prima di ascoltare dimostra di essere sciocco e confusionario - Ricorda di non oziare se non vuoi soffrire la povertà". Un altro aforisma è inciso in greco su una lamina d'oro del V sec. a. C. conservata nel nostro Museo: Sciocco è chi con mezzi inadeguati vuol combattere uno più forte di lui".

 San Pietro degli Schiavoni - Scuole Pie

 Scorcio del rione San Pietro degli Schiavoni
e, a destra, un lato del nuovo teatro comunale
(Foto coll. Nolasco)

Alla fine del 600 il clima di Brindisi era buono, come dimostrava l'aspetto florido degli abitanti e il loro temperamento "sano, gagliardo, vivace, spiritoso e capace di apprendere" (A. Della Monaca). Vi erano però grandi piogge estive che creavano stagni: la situazione era aggravata dal canale-palude in cui si era trasformata nei secoli l'insenatura che tagliava in due la città, della quale parlò Strabone.

Fu Ferdinando IV di Borbone a far eliminare il canale in cui scorrevano - ma spesso s'impantanavano - le acque di rifiuto delle abitazioni e dei laboratori (di tintoria e conceria soprattutto, che si trovavano in via Giudea), unite a quelle piovane, che ammorbavano l'aria soprattutto in estate. A giudicare dall'accurata mappa eseguita dagli Spagnoli nel 1739, il canale doveva partire da via Schiena, dove raccoglieva le acque provenienti dalla via Lata, attraversava l'inizio di corso Roma e, prima del palazzo Barnaba (sorto nel 1895), confluiva nei corsi Umberto e Garibaldi e nel primo tratto di via del Mare; alle spalle della Stazione Marittima versava le sue acque nel porto.

 Corso Garibaldi
Corso Garibaldi
(Foto coll. Nolasco)

Nell'aprile 1797 il canale-palude divenne la strada Carolina (in onore della moglie austriaca di Ferdinando), che dal 7 giugno 1882 cambiò nome per essere intitolata a Garibaldi, morto quell'anno. Nel 1905 la strada fu prolungata fino alla chiesa dell'Addolorata: era il tratto che nel 1931 sarebbe stato chiamato corso Roma.

Al 1871 risalgono invece i lavori per la costruzione del corso Umberto, voluto per agevolare il transito dei passeggeri della "Valigia delle Indie", la linea ferroviaria e marittima che univa Londra e Parigi a Bombay e Calcutta. La "Valigia" fece scalo a Brindisi dal 1870 al 1914 e contribuì molto a svecchiare la città, che assunse un aspetto decisamente moderno dopo la guerra 1915-18 con la riqualificazione del centro storico, e dopo l'ultima guerra con il grande sviluppo dei quartieri periferici.

 Rielaborazione di un particolare della mappa spagnola del 1739
Rielaborazione di un particolare della mappa spagnola del 1739

 

Le mura di cui la città era provvista dalla parte di mare, che includevano Porta Reale, torrette e propugnacoli, costruite dagli Aragonesi tra il 1465 e il 1474 per difendere la città dai Turchi, furono demolite solo dopo il 1864. Fino al primo trentennio dell'800 la passeggiata sul lungomare non era salubre: in una deliberazione municipale del 1828 è detto che la passeggiata "amena" lungo le mura non era possibile, per l'aria irrespirabile causata dalle immondizie e dai cadaveri che i cittadini continuavano a voler deporre nelle cripte delle chiese, ormai colme, nonostante che fosse già stato costruito il camposanto. Quando le mura furono demolite, la breve strada che prima della costruzione della Banca d'Italia (e dell'edificio ad essa affiancato) doveva essere esposta direttamente alla vista del mare, fu chiamata - si presume per le condizioni ambientali notevolmente mutate - Amena.

 

Le tortuose strade della Brindisi medioevale

 

Le strade di Brindisi

 <-precede <- Le antiche strade di Brindisi

  Nel Medioevo le strade di Brindisi, da ampie e diritte che erano, divennero strette e tortuose per una migliore difesa dalle continue invasioni. Dopo secoli di relativa pace, sicurezza e benessere, con la fine dell'Impero Romano d'Occidente (476 d. C.), Brindisi fu dapprima devastata dai Greci e dai Goti, che qui combatterono fino al 553, e poi - nel 670 circa - distrutta dai Longobardi. Ai margini della città rasa al suolo, continuarono a vivere alcune famiglie ebree che gestivano lo scalo marittimo. Nel 1870 circa fu rinvenuta in località Tor Pisana la bella epigrafe in ebraico dedicata a Lea, morta prematuramente nell'832, conservata al Museo Provinciale: Qui giace Lea, figlia di Yafeh Mazal. Sia la sua anima nel vincolo della vita, che si dipartì essendo trascorsi 764 anni dalla distruzione del Tempio: e i suoi anni furono diciassette. Il Santo - benedetto Egli sia - le conceda di resuscitarne l'anima con la Sua giustizia. Venga la pace e si posi sul luogo in cui ella giace. Custodi dei tesori del paradiso, aprite le porte e consentite a Lea di entrare. Ogni delizia abbia alla sua destra e ogni dolcezza alla sua sinistra. Così intonerai, e le dirai: questo è il mio diletto, questo è il mio compagno.

Ogni tentativo, sia pure parziale, di riedificare la città fallì: nell'838 i Saraceni invasero Brindisi e completarono l'opera di distruzione dei Longobardi; nell'867 circa Ludovico II, pronipote di Carlo Magno, la ridusse in cenere. Dal 963 in poi i Greci tennero per un secolo il nostro porto, finché i Normanni, con Roberto il Guiscardo, li sconfissero nel 1071 e occuparono la città. La ricostruzione di Brindisi, destinata a diventare lo scalo privilegiato per le crociate, fu dovuta a questi "uomini del Nord", giunti dalla Francia ma di origine scandinava.

Chiesa di San Giovanni al Sepolcro Chiesa di San Giovanni al Sepolcro
(Foto coll. Nolasco)

I Normanni costruirono le chiese del Santo Sepolcro (S. Giovanni) e di S. Benedetto e la cripta della chiesa della SS. Trinità. Nel 1089 Goffredo conte di Conversano, nipote di Roberto, ottenne che Papa Urbano II venisse a consacrare il perimetro della nuova Cattedrale in piazza Duomo. Dalla località Cappuccini, dove il vescovo Teodosio aveva fatto costruire due secoli prima la basilica dedicata a S. Leucio, il centro della città tornava nelle vicinanze del porto: Goffredo e i suoi successori agevolarono in ogni modo coloro che accettavano di costruire le loro case sulle rovine, ormai sepolte dalla polvere e dalla cenere, di quella che ai tempi di Roma era stata per il suo porto, secondo Plinio il Vecchio (23-79 d. C.), una delle prime città italiane (Brundisium …in primis Italiae portu nobile).

 Piazza Sedile Via Casimiro
P.zza Matteotti e a destra, via Filomeno Consiglio,
viste da Piazza Sedile. Al centro il Municipio.
(Foto coll. Nolasco)

Chiesa Santa Maria degli Angeli

 Chiesa di S.M. degli Angeli, a destra via S.Lorenzo.
Foto coll. Nolasco

La strada principale della Brindisi medioevale era la "rua maestra" (rua, o ruga, è l'adattamento di "rue", via in francese), ch'era costituita dalle attuali via Consiglio, piazza Sedile, via Fornari, largo Angeli e via Carmine, fino a Porta Napoli; via sulla quale si affacciavano i principali edifici cittadini. Nella "rua magna", così chiamata per l'ampiezza (attuale via Battisti), erano le officine dei fabbricanti di scudi e di armi, tant'è che sino a un secolo fa era chiamata la "strada delle ferrarie". La "rua nova", che segnava il confine del centro abitato, comprendeva le attuali vie S. Lorenzo, Conserva e Porta Lecce. Nella "ruga cambii", in piazza mercato, operavano i cambiavalute: a Brindisi c'erano nel Medioevo mercanti veneziani, fiorentini, pisani, genovesi, amalfitani, ravellesi. I Pisani, in particolare, avevano magazzini nella località che da loro fu detta Tor Pisana.

Ai Normanni successero prima gli Svevi e poi gli Angioini. Ai tempi di Federico II (1196-1250), che fortificò la città e costruì il Castello Grande, la città era divisa in tre rioni o "pittachi" (parola che per Francesco Ribezzo significa, dal greco, "parti" della pianta di una città): S. Stefano nelle vicinanze delle colonne, S. Eufemia nella zona di S. Teresa e S. Toma nella zona di S. Lucia. Tra via Colonne, piazza Duomo, via S. Chiara e il lungomare, si trovava il grande "hospitale" dei Gerosolimitani che dava assistenza e ospitalità ai pellegrini e ai crociati diretti in Terra Santa, e che aveva molti portici, in parte tuttora visibili in piazza Duomo e nella Casa del Turista (in quest'ultima per il riparo delle galere).

Portico dell'
Portico dell'"hospitale" dei Cavalieri Gerosolimitani
(N.B. L'hospitale era locanda e ospedale insieme)
(Foto coll. Nolasco)

 Con Carlo I d'Angiò (1226-1285), la città divenne la principale base per la sua dispendiosa politica di espansione in Oriente. Impadronitosi della grande casa di Aroldo di Ripalta, divenuta curia regia (in via Casimiro, dov'è ora un edificio scolastico), costruì nel 1268 a S. Maria del Monte un castello che inglobava il palazzo reale, soprastante l'imponente arsenale che volle dov'era stato quello romano. Agli Angioini si devono le chiese di San Paolo e di Santa Maria del Casale.

Alla fine di dicembre 1456, un forte terremoto - dal quale conseguì la peste - colpì il regno e distrusse e spopolò Brindisi. Fu Ferdinando I d'Aragona, questa volta, a concedere agevolazioni e franchigie a coloro (tra cui numerosi Greci, Albanesi e Schiavoni) che accettarono di venire a ripopolarla.

 

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