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Le antiche strade di Brindisi

 

 Le strade di Brindisi

Particolare, mappa strade di Brindisi

 Le principali strade della Brindisi messapica (prima del III sec. a. C.) e romana (III sec. a. C. - V sec. d. C.), tuttora riconoscibili, sono il decumano superiore, l'asse stradale costituito dalle vie Santabarbara e Tarantini, e quattro cardini, le vie ad esso perpendicolari e tra loro parallele: Lauro, Pacuvio, il tratto di strada sottostante il nuovo teatro comunale, e Duomo, distanti circa 70 metri l'una dall'altra. Sono invece nascosti da nuove strade ed edifici il decumano inferiore, la lunga strada che partendo da via Carmine in prossimità di via S. Lorenzo tagliava le vie Fornari, S. Ippolito e Palma, attraversava l'area in cui sono il palazzo INA e il Municipio e terminava in via Casimiro; e due cardini, di cui uno percorreva gli orti che sono tra le vie Armengol e S. Benedetto (da via Carmine a via Santabarbara), e l'altro che partendo da via Casimiro giungeva al Duomo attraverso via S. Nicolicchio e vico Seminario.

Via Tarantini
Via Tarantini in direzione di P.zza Duomo
Foto Coll.Nolasco

  Furono i Greci i primi a progettare i centri urbani in modo razionale, influenzando anche i Messapi, grandi costruttori di città, giunti nel Salento dalle coste orientali dell'Adriatico, l'Illiria, intorno al 1000-800 a. C.. Mentre in precedenza si edificavano le case e lo spazio tra di esse diventava strada, i Greci adottarono sin dall'VIII sec. a. C. uno schema planimetrico regolare - poi codificato da Ippodamo di Mileto, nato negli ultimi anni del IV sec. a. C., che progettò il Pireo - con le strade che s'intersecavano ad angolo retto; schema costituito da due o più plateiai (i decumani dei Romani), strade larghe, lunghe e parallele, procedenti in direzione est-ovest, e dagli stenopoi (i cardini dei Romani), vie di dimensioni ridotte perpendicolari alle prime, orientate da nord a sud. Le case si distribuivano in isolati, le insulae, al cui interno erano di regola gli ambitus, passaggi larghi appena una settantina di centimetri. La regolarità dell'impianto urbano veniva meno solo nell'agorà (la "piazza") o nell'acropolis, in cui sorgeva il tempio, accessibile solo ai sacerdoti. All'esterno delle mura erano gli ipogei destinati alle sepolture.

Piazza Mercato
Piazza Mercato - Foto Coll. Nolasco

 La scelta della collinetta che si affaccia sul seno di ponente del nostro porto interno non fu casuale: i Messapi la preferirono perché si affacciava su un seno di mare lungo e profondo, con ottimi approdi, e perché più salubre, essendo esposta al vento del Nord. A ciò si aggiungevano l'abbondanza di acqua dolce, il mare pescoso, la terra fertile, il clima molto mite e la presenza del sèdano (sèlinon in greco, appio in latino), pianta dalle proprietà curative cara ad Apollo, il dio della medicina. La collinetta era difesa da mura e al posto dell'attuale corso Garibaldi e di parte (se non tutto) del corso Umberto, vi era - secondo Strabone, geografo e storico greco nato nel 63 a. C. e vissuto a lungo a Roma - un'altra insenatura (poi ridottasi a canale-palude) che tagliava in due la città, come dimostrano le ancore e i fasciami di antiche imbarcazioni lì rinvenuti. L'agorà di Brindisi, il foro dei Romani, era nell'attuale piazza Mercato; l'acròpoli, con il tempio dedicato ad Apollo e Diana, era nel sito delle colonne romane, probabilmente dove i Bizantini avrebbero poi costruito un'alta torre che con le colonne fungeva da faro (vi è ora il palazzo Perez). Il porto romano era davanti a piazza S. Teresa, ai piedi della rocca che si ergeva sul luogo in cui è il palazzo della Prefettura e della Provincia. Le terme, numerose a Brindisi, oltre ad essere utilizzate pure per gli esercizi ginnici, erano in genere dotate di biblioteche e sale di lettura. La necropoli romana era fuori delle mura, in località Cappuccini.

Chiesa di S.Lucia e Via Lata
Chiesa di S.Lucia e Via Lata
Foto coll. Nolasco

 

 La collinetta che si affaccia sul più breve seno di ponente era invece meno salubre perché esposta ai venti da Sud (tra cui l'Austro), e a causa del mare poco profondo e poco mosso; e dovette essere abitata solo saltuariamente dai Messapi e dai Romani, soprattutto dopo che Cesare aveva ostruito, nel 48 a. C., l'imboccatura d'accesso al porto interno, rendendolo una palude. Su quest'altura, comunque, i Romani trovarono lo spazio adatto per costruire la lunga e diritta via Lata (a ricordo e somiglianza della via Trionfale di Roma), che terminava in via Indipendenza. Dei Messapi ci restano tratti di mura in via Camassa e corte Capozziello, oltre alle "trozzelle" esposte al Museo Provinciale; i reperti lasciati dai Romani in più di sette secoli sono molto più numerosi e importanti, e in buona parte sono ancora sotto le nostre strade e case. Saggi di scavi stratigrafici eseguiti in vico Seminario e via Casimiro e davanti al tempietto di San Giovanni hanno riportato alla luce mosaici, rocchi, plinti, sarcofagi e teste marmoree, rinvenuti fino alla profondità di 2,75 metri (dopo i Romani il suolo della città si abbassò di due metri e più, probabilmente a causa dei terremoti del VI secolo); ciò che rende necessario evitare scavi che non siano finalizzati alla ricerca archeologica.
 

 

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La nascita del Museo Archeologico Provinciale

 

 Museo provinciale

  Nell'ottobre 1762, mentre si eseguivano lavori di scavo in largo S. Paolo a Brindisi, fu rinvenuta in ottimo stato di conservazione una bellissima statua di marmo bianco raffigurante Ercole giovane, che aveva nella mano destra i pomi d'oro delle Esperidi (con riferimento alla penultima delle sue dodici fatiche); nell'altra mano stringeva un arco spezzato, mentre la pelle del leone Nemeo (prima delle sue fatiche) pendeva dal braccio sinistro. Ma già prima del Settecento "sul luogo del Monastero di S. Paolo apparivano vestigia di muraglie e rocche dei tempi romani e messapici", come scrisse G. B. Moricino, uno dei maggiori storici locali. Avendo il re Ferdinando IV destinato l'elegante scultura al Regio Museo di Napoli, si decise di farne un ritratto su tela, che fu posto nella Curia dei nobili, poi Municipio, con un'iscrizione latina dettata da Ortensio De Leo, uomo di legge oltre che letterato e studioso di storia locale ed ecclesiastica, nato a San Vito degli Schiavi (ora dei Normanni) nel 1721, e morto nel 1791.

L'iscrizione diceva: "La statua in marmo bianco del protettore Ercole, padre dell'eroe Brento che diede il nome alla città di Brindisi, venuta casualmente alla luce il 7 ottobre 1762 nel largo S. Paolo, insieme a un gran numero di monete d'argento di Augusti e Auguste, per ordine di Ferdinando IV felicemente regnante fu trasferito a Napoli e collocato nel Suo Museo. Il decurionato e il popolo di Brindisi, per conservare il ricordo del monumento pregevolissimo per l'antichità, decisero che fossero riprodotto su tela, da esporre al pubblico nella sala delle adunanze".

 

 

 Annibale De Leo Annibale De Leo

 

  In quel 1762, nel mese di luglio, Annibale De Leo, nipote di Ortensio, che negli anni successivi avrebbe costituito presso l'Arcivescovado di Brindisi il primo museo, una ricca raccolta di reperti archeologici, si era laureato a Napoli in diritto civile e canonico. Nato a San Vito degli Schiavi (oggi San Vito dei Normanni) il 13 giugno 1739 da Ferdinando e dalla nobile brindisina Vittoria Massa, visse a Brindisi sin da bambino. Qui studiò presso gli Scolopi e poi si recò a Napoli per iniziare la carriera ecclesiastica. Tornato a Brindisi fu prima nominato canonico teologo, poi arciprete curato della Cattedrale, quindi primicerio e arcidiacono, vicario capitolare, e infine - dal 1797 al 1814, anno della sua morte - Arcivescovo di Brindisi. Spirito liberale, dalla mentalità aperta, fu un grande umanista, appassionato bibliofilo, studioso di manoscritti e collezionista di "piccole antichità", soprattutto vasi, epigrafi, statue, e medaglie, che erano in realtà monete antiche.

Il collezionismo si sviluppò in tutta Europa tra il XV e il XVIII secolo, interessando non solo studiosi e prelati, ma pure principi, medici, giuristi. L'idea del museo, come luogo della memoria (le Muse, dee e protettrici delle belle arti, erano figlie di Zeus e Mnemosine, la memoria), prese forma tra il Rinascimento e l'Illuminismo, e in principio erano le vestigia dell'antichità romana che si cercavano e si conservavano. Tutto cominciò nel 1462, quando Papa Pio II pose il veto al riutilizzo nelle nuove costruzioni dei materiali dei monumenti e degli edifici antichi, pratica fino ad allora comune. Il 14 gennaio 1507 fu rinvenuto a Roma, vicino a Santa Maria Maggiore, un gruppo statuario di epoca ellenistica, il Laocoonte, che suscitò l'ammirazione generale (ora è nei Musei Vaticani). Il granduca di Firenze Francesco I dei Medici (1541-1587), che collezionava non solo opere d'arte ma curiosità naturali, esotiche, antiche e storiche, sin dal 1580 riordinò le sue raccolte nella Galleria degli Uffizi, che esattamente due secoli dopo fu aperta al pubblico, allorché l'ultima erede dei Medici, la principessa Anna Maria Ludovica, cedette le collezioni familiari allo Stato toscano.

In quegli stessi anni, Annibale e Ortensio De Leo raccoglievano e conservavano i reperti antichi che venivano casualmente alla luce in città, e che mostravano volentieri agli studiosi di passaggio, suscitandone l'ammirazione. A parte ciò, Annibale interpretò e trascrisse le pergamene dell'archivio capitolare che raccolse nel Codice Diplomatico Brindisino, la sua opera maggiore. Tra il 1775 e il 1783 scrisse una storia antica di Brindisi, pubblicata postuma nel 1846 con il titolo "Dell'Antichissima Città di Brindisi e Suo Celebre Porto". Non solo studioso ma anche uomo pratico, bonificò le paludi dei territori di San Pancrazio e San Donaci, che facevano parte della "mensa" (rendita) arcivescovile.

Nel 1798 ottenne dal re che fosse aperta al pubblico la biblioteca in cui aveva raccolto manoscritti e libri suoi e dello zio Ortensio, che negli anni successivi ampliò con i volumi recuperati dai monasteri soppressi dai Francesi nel 1808; biblioteca a lui intitolata e tuttora funzionante. L'anno successivo, nel mese di aprile, Brindisi fu conquistata dai rivoluzionari francesi: gli ufficiali superiori scelsero di alloggiare nell'Arcivescovado. Nei giorni precedenti l'Arcivescovo si era premurato di trasferire in luogo sicuro e inaccessibile il suo ricchissimo museo, perché non divenisse preda dei vincitori. Ma per nascondere quel gran numero di oggetti, alcuni ingombranti, aveva dovuto fare assegnamento su numerose persone, alcune delle quali, se non tutte, si rivelarono inaffidabili. Infatti, quando i Francesi dopo pochi giorni di permanenza fuggirono precipitosamente abbandonando perfino le loro provviste di viveri, le collezioni nascoste non furono più ritrovate: l'alibi degli invasori era servito a farle trafugare. Si salvarono i reperti che non erano stati nascosti, i meno pregiati. Nel suo testamento, redatto pochi giorni prima della morte avvenuta il 10 febbraio 1814, Mons. Annibale dettò tra l'altro: "voglio che i residui del mio museo (siano) collocati in una stanza del Seminario e ne (abbiano) cura il bibliotecario e il custode della libreria, facendone il corrispondente inventario". Un secolo e mezzo dopo la collezione De Leo sarebbe stata acquisita dal Museo Provinciale.

 

Giovanni Tarantini 

 Giovanni Tarantini

 L'opera di Annibale De Leo fu continuata da un altro prelato, Giovanni Tarantini, nato a Brindisi il 15 novembre 1805 e qui morto il 7 febbraio 1889, al quale è stato intitolato il tratto di strada, una delle più antiche della città, in cui la sua famiglia abitava. Canonico teologo della Cattedrale, docente di discipline teologiche nel nostro Seminario, studioso di storia locale, archeologo espertissimo, fondò il Museo civico presso la Chiesa di San Giovanni al Sepolcro, dove raccolse e studiò l'abbondante materiale archeologico che nell'Ottocento si recuperava a Brindisi in occasione di scavi, per lo più occasionali. Rimasto fedele ai Borboni, dopo il 1860 fu confinato per qualche anno a Torre S. Susanna per la propaganda antiliberale che svolgeva con le sue prediche. Fu Mons. Tarantini a rinvenire i ruderi di antiche terme romane nella zona di S. Apollinare; un pavimento musivo a tasselli bianchi e neri in piazza S. Teresa (1876); tombe con lastre di un selciato stradale di età romana in piazza Sedile (1877); iscrizioni funerarie di età romana nelle adiacenze di porta Lecce (1880); molti scheletri con il cranio ricoperto da un embrice in via Duomo (1881); un deposito di anfore romane in via de Leo, di fronte all'attuale palazzo della Provincia (1881); un'epigrafe funeraria in via Lata (1881); resti di abitazioni con pavimenti musivi in San Pietro degli Schiavoni (1883); un'epigrafe funeraria latina nei pressi della fontana Tancredi, e altre nella contrada, ora rione, Paradiso (1883); un sepolcro con iscrizione messapica in via Belvedere (1884); un pavimento musivo in via Carmine (1884). Chiesa di San Giovanni al Sepolcro

 Chiesa di San Giovanni al Sepolcro
(Foto Nolasco)

 

 Poco prima di morire fornì al Mommsen - per il suo monumentale Corpus Inscriptionum Latinarum - un'ampia raccolta delle epigrafi latine da lui rinvenute. Merita di essere ricordata quella dettata da un saggio e benevolo mercante-navigante brindisino, che in punto di morte ha voluto riaffermare l'importanza della Fede per superare tutte le difficoltà, un insegnamento di grande valore umano e religioso; la stele funeraria risale probabilmente alla fine del I secolo, ed è ora nel Museo Provinciale.
Comincia così: "Si non molestum est hospes consiste et lege …" Passante, se non ti dispiace, fermati e leggi. Ho attraversato spesso l'oceano su navi a vela e mi sono recato in molti Paesi, ma qui, in questo sepolcro, è la mia ultima meta, che il destino mi presagì il giorno in cui nacqui. Qui ho lasciato tutti i miei affanni e le mie sofferenze; non ho più paura del mare tempestoso; né temo che i miei guadagni non siano sufficienti a farmi vivere. Ti ringrazio Fede - santissima dea - perché mi desti forza quando la fortuna non mi sorreggeva; meriti davvero di essere desiderata ardentemente da ogni uomo. Passante, ti auguro di vivere a lungo e in buona salute, e che non ti manchi mai il necessario, visto che hai voluto fermarti davanti a questa pietra e l'hai ritenuta meritevole di essere letta fino in fondo.
 

Pasquale Camassa
Pasquale Camassa

Alla morte di Mons. Tarantini, del Museo civico ebbe cura il canonico Pasquale Camassa. Nato a Brindisi il 24 dicembre 1858, morì a Mesagne il 10 dicembre 1941, dopo che la sua casa di via Lauro a Brindisi, posta di fronte alla Chiesa di S. Giovanni, era stata distrutta da un bombardamento aereo nella notte tra il 7 e l'8 novembre 1941. Fu divulgatore efficacissimo della storia della città che raccontava a tutti coloro che accettavano di ascoltarlo, prendendo spunto proprio dagli scavi e dai monumenti; dalle monete, sculture, vasi, epigrafi e terrecotte. È questa la "documentazione" di cui in prevalenza si è servito per scrivere "La Romanità di Brindisi Attraverso la Sua Storia e i Suoi Avanzi Monumentali", stampata nel 1934. Notizie storiche sulla città sono anche nelle "Guide di Brindisi", che pubblicò nel 1897 e nel 1910. Per diffondere tra il popolo l'amore per Brindisi, fondò nel 1921 la "Brigata degli Amatori della Storia e dell'Arte": le riunioni, aperte a tutti, si svolgevano nel Museo civico (del quale era stato nominato direttore onorario) ogni giovedì sera. Come scriveva nella sua "Romanità di Brindisi", i musei devono rappresentare scuole aperte di vita, dove a tutti sia consentito di apprendere … poiché la cultura, come il sole, deve far sentire a tutti i benefici effetti della sua luce e del suo calore.
 

Francesco Ribezzo
Francesco Ribezzo  

 Già nel 1934, appena sette anni dopo la sua istituzione, l'Amministrazione Provinciale (il Presidente era il dott. Giuseppe Simone) propose di costruire il Museo e la Biblioteca provinciale proprio nelle adiacenze del Museo Civico, espropriando le vecchie abitazioni che circondavano la Chiesa di San Giovanni. La proposta, che aveva trovato d'accordo il Soprintendente alle Opere di Antichità e d'Arte della Puglia Renato Bartoccini, richiedeva però tempi lunghi e fu accantonata per lo scoppio della guerra. Fu il sen. Antonio Perrino, Presidente della Provincia dal 1948 al 1961, grande realizzatore, a far costruire - là dov'erano ancora i ruderi del vecchio Ospedale Civile, in piazza Duomo - il Museo Archeologico Provinciale (su progetto dell'ing. Antonio Cafiero, noto cultore di storia locale), che fu aperto ufficialmente con cinque sale nel 1954, ad opera non ancora ultimata. Nel 1956 vi fu trasferita l'intera collezione civica. Il Museo fu intitolato a Francesco Ribezzo, glottologo e archeologo di fama internazionale, professore emerito delle Università italiane, studioso non solo della lingua messapica e della preistoria e protostoria pugliese, ma dell'etrusco e di molte altre lingue antiche e dialetti, morto due anni prima a Lecce, durante lo svolgimento del II Congresso storico pugliese.

Nato a Francavilla Fontana l'8 maggio 1875, Ribezzo conseguì la licenza liceale con diploma d'onore a Lecce nel 1895. Si laureò a Napoli quattro anni dopo con la tesi pubblicata nel 1901 "Nuovi studi sull'origine e la propagazione delle favole indoelleniche comunemente dette esopiche". Iniziò la carriera d'insegnante presso il liceo-ginnasio "Vittorio Emanuele II" di Napoli. Vincitore di una borsa di studio di perfezionamento si recò nel 1904 a Firenze e nel 1905 e 1906 a Lipsia, dove frequentò i corsi dei maggiori linguisti dell'epoca. Tornato in Italia, riprese l'insegnamento nelle scuole medie a Benevento, Palermo, Cagliari e Napoli. Nel 1914 ebbe l'incarico di insegnare all'Università di Napoli "Storia comparata delle lingue classiche e neolatine", che tenne per un quinquennio fino alla partecipazione al concorso di glottologia che lo portò a insegnare alle Università di Messina (1921) e di Palermo (1925-1948). Sposatosi a Roma con la tedesca Maddalena Gebler il 5 giugno 1948, morì improvvisamente a Lecce il 29 ottobre 1952. La sua immensa produzione scientifica (centinaia tra libri, saggi, articoli, recensioni) comprende la fondazione e la direzione dal 1916 al 1937 della "Rivista Indo-Greco-Italica". La sua opera "La lingua degli antichi Messapii" è del 1907, anno in cui cominciò la raccolta del Corpus Inscriptionum Messapicarum, che vide la luce a puntate dal 1922 al 1937. Alla sua morte, fu commemorato non solo in Italia (tra gli altri, dall'archeologo Massimo Pallottino nel 1954, e dal filologo Ettore Paratore nel 1961), ma anche in Belgio (Lovanio), Brasile (San Paolo), Parigi e Vienna.

 

 

Gabriele Marzano

Gabriele Marzano

  Un altro padre ha il Museo Archeologico Provinciale: l'avvocato Gabriele Marzano, l'illustre archeologo nato a Monteroni il 1° marzo 1894 e residente dopo il matrimonio a San Pietro Vernotico. A lui si deve in particolare lo studio dell'antica Valesio, che si trovava in un fondo di sua proprietà, dove portò alla luce un notevole impianto termale di età romana. Aperto il Museo Provinciale, di cui era stato uno dei fautori, ebbe subito l'incarico di direttore onorario, che tenne sino alla morte avvenuta nel maggio 1980. Alle cinque sale inaugurate nel 1954, si aggiunse sei anni dopo la sala Valesio che l'avv. Marzano arricchì con molti pezzi della sua collezione privata, iniziata nel 1925. Nel 1964 fondò la collana dei quaderni del Museo provinciale "Ricerche e Studi", sui quali scrissero archeologi e linguisti di fama. Dal 1984 una missione olandese della Libera Università di Amsterdam ha effettuato scavi più sistematici nell'area di Valesio, che hanno contribuito a delinearne i confini, con la collaborazione attiva dell'Università di Lecce e del nostro Museo Archeologico Provinciale.

 

 

 

 

 

Il Monumento al Marinaio d'Italia

 

Monumento al Marinaio d'Italia
Monumento al Marinaio - Brindisi - Foto Lavino

   La decisione di realizzare a Brindisi (che fu preferita alle altre due città candidate, Trieste e a La Spezia) un monumento nazionale in onore dei circa 6.000 marinai caduti in occasione della Guerra 1915-18, fu dovuta all'importante ruolo svolto nel conflitto dalla Città che le aveva fatto meritare la croce di guerra, da allora parte integrante dello stemma comunale. Della costruzione del monumento si fece promotrice nel 1925 la Lega Navale Italiana, che in seguito integrò con 1.200.000 lire i fondi che si stavano raccogliendo, e il cui Commissario Straordinario era Achille Starace, originario della provincia di Lecce (Gallipoli), della quale anche Brindisi faceva parte.

Monumento al Marinaio d'Italia

Monumento al Marinaio d'Italia in costruzione

 

 A un altro leccese, Tito Schipa, tenore celebratissimo e molto amico del podestà di Brindisi Serafino Giannelli, la Città deve la raccolta di buona parte del denaro occorso per la costruzione del monumento, al cui costo il governo pose il limite di tre milioni di lire. Schipa raccolse i fondi con una serie di concerti "pro Monumento" organizzati con enorme successo nel 1926 nelle maggiori città italiane, tra le quali Brindisi, ove lo spettacolo si tenne il 13 giugno 1926 nel teatro Verdi.

Per il monumento fu indetto un concorso nazionale aperto ad architetti e scultori, cui parteciparono ben 92 bozzetti, ciascuno distinto da un motto, che anni dopo sarebbero stati presentati in un'apposita mostra tenutasi a Roma, in via XX Settembre, nell'antico granaio Barberini (il 30 luglio 1932). Vincitore risultò il progetto del grande timone con cappella-sacrario presentato dall'arch. Luigi Brunati e dallo scultore Amerigo Bartoli, con una spesa prevista di 1.200.000 lire (a consuntivo il costo fu invece di 2.300.000), che aveva per motto "Sta Come Torre".

I lavori durarono solo un anno, dal 28 ottobre 1932 (decimo anniversario della marcia su Roma) all'ottobre 1933. L'inaugurazione avvenne il 4 novembre 1933 (quindicesimo anniversario della vittoria), alla presenza del re Vittorio Emanuele III, oltre che di Achille Starace. Per l'occasione, un ponte di barche collegò il centro della città con la riva "Posillipo" della frazione Casale, dove il monumento si trova, per agevolare la partecipazione del maggior numero possibile di cittadini. La Lega Navale consegnò ufficialmente il "grande timone" alla Marina Militare, che a sua volta stipulò una convenzione col Comune per la gestione patrimoniale e d'uso del monumento e aree annesse.

Monumento al Marinaio d'Italia, foto d'epoca

 L'opera, alta 53 metri, realizzata con pietra di càrparo (tufo compatto dorato), ha alla base una cripta a forma di scafo capovolto profonda 27 metri e con pavimento in marmo nero. Sull'altare è la statua della Vergine "Stella del Mare; sulle pareti sono incisi i nomi dei circa 6.000 marinai caduti nella Grande Guerra e sono ricordati i 33.900 marinai caduti nell'ultima guerra. Vi è pure la campana della corazzata "Benedetto Brin", affondata con l'equipaggio nel porto medio di Brindisi il 27 settembre 1915, per un atto di sabotaggio. Sul piazzale superiore del monumento sono le àncore delle corazzate austro-ungariche "Tegethoff" e "Viribus Unitis", affondate dagli italiani nel 1918, e due cannoni appartenuti a sommergibili pure austro-ungarici. La statua in marmo della Madonna fu collocata sulla sommità del Monumento nel 1954.

 

The big rudder

The big rudder stands with its impressive shape in good view in the middle of the port. Together with the Roman Column it is considered the symbol of Brindisi. It was planned by Luigi Brunati and Amerigo Bartoli and built out of local solid stone of a beautiful golden colour. It is 53 mts. high. Inside the chapel built at the bottom of the big rudder are engraved the names of the 6.000 italian sailors fall in world war one, to whose memory the monument was dedicated. On the upper large square are kept the anchors of the Austro-Ungarian battleships "Tegethoff" and " Viribus Unitis" sunk by the italians in 1918.

 

Le piazze storiche di Brindisi

 

 Piazza Duomo
Piazza Duomo - Foto coll. Nolasco

   La piazza più antica della città - oltre che la più bella - è probabilmente quella in cui si trovano la Cattedrale, il Seminario, la loggia del palazzo Balsamo, l'Istituto S. Vincenzo e il Museo Archeologico Provinciale con il portico dei Cavalieri Gerosolimitani. La piazza, che nel 700 era chiamata "atrio dell'Arcivescovado", era al centro dell'abitato messapico e romano: tra il Duomo e le colonne romane si trovava il grandioso tempio di Apollo e Diana, le cui pietre furono utilizzate per la costruzione della Cattedrale.

In realtà la prima Cattedrale di Brindisi è stata la basilica di San Leucio, nel rione Cappuccini, costruita verso la fine del IX secolo, e riconsacrata dal Pontefice Urbano II nel 1089 dopo le profanazioni subite dai Saraceni. Nell'occasione il Papa consacrò - nell'attuale sito di piazza Duomo - il perimetro della nuova Cattedrale, che fu edificata tra il 1132 e il 1140 dal vescovo Bailardo, di origine francese, con l'aiuto di Ruggero II, re normanno di Sicilia, Calabria e Puglia. Già pericolante nel 1742, il Duomo crollò per il terribile terremoto del 20 febbraio 1743: di esso, nella ricostruzione affidata da Mons. Andrea Maddalena all'arch. Mauro Manieri, sono rimasti la planimetria basilicale, l'abside della navata di sinistra, una bella bifora della canonica (attuale curia), quattro bellissimi capitelli, frammenti del mosaico pavimentale fatto realizzare nel 1180 dall'arcivescovo Guglielmo II, con ogni probabilità dallo stesso autore del mosaico della Cattedrale di Otranto, il sacerdote Pantaleone, e il bellissimo coro barocco in legno di noce costruito tra il 1580 e il 1594. Sulla facciata del Duomo, più volte modificata, furono collocate nel 1957 le statue dei santi Leucio, Teodoro, Lorenzo, Pio X, Francesco, Chiara, Pietro e Paolo, opere dello scultore Alessandro Fiordegiglio. Il campanile fu eretto, su progetto dell'ing. Giuseppe Fasano, dal 10 ottobre 1780 all'aprile 1793; parzialmente distrutto da un bombardamento aereo il 7 novembre 1941, fu restaurato nel rispetto dell'originale nel 1957.

L'attuale Seminario, il secondo della nostra città dopo quello istituito da Mons. Giovanni Falces nel 1608, è il più notevole monumento barocco brindisino, e fu voluto dallo spagnolo arcivescovo Mons. Paolo Villana Perlas, che ne affidò la progettazione all'arch. Manieri. La prima pietra fu posta il 26 maggio 1720: per la costruzione furono utilizzate le pietre della prima Cattedrale, quella di S. Leucio, ormai in rovina. Il terremoto del 1743 danneggiò la facciata del Seminario quando ancora non aveva iniziato l'attività, ma l'arcivescovo Antonino Sersale, cui si deve anche l'ultimazione e la riapertura della nuova Cattedrale (2 luglio 1747), lo fece rapidamente restaurare e lo aprì solennemente, con 40 convittori, il 21 novembre 1744. Sul loggiato del secondo piano vi sono otto grandi statue che rappresentano la Matematica, l'Oratoria, l'Etica, la Teologia, la Filosofia, la Giurisprudenza, la Poetica e l'Armonia, opere dello stesso Manieri, che era anche un bravo scultore (sue a Lecce la statua di S. Irene sulla facciata della chiesa omonima, e il rifacimento nel 1737 della statua di S. Oronzo che è sulla colonna). A pianoterra ha sede la Biblioteca Arcivescovile intitolata a Mons. Annibale De Leo (1739-1814), da lui dotata e aperta al pubblico nel 1798. Dal palazzo dell'episcopio, la cui canonica risale al sec. XII, uscì nel 1627 il primo libro stampato a Brindisi (un volume di preghiere di Mons. Falces).

Loggia Balsamo
Loggia Balsamo - Foto coll. Pennetta

 La loggia Balsamo, datata XIV secolo, doveva far parte di un grande edificio - che occupava probabilmente l'intero isolato - in cui era allogata la zecca angioina, quando la casa dell'ammiraglio Margarito, sul sito in cui sono ora la chiesa di S. Paolo, la Provincia e la Prefettura, si rivelò insufficiente. Il vicino palazzo, che fu acquistato nel 1887 dalle Figlie della Carità di S. Vincenzo de' Paoli, è la casa natale del giureconsulto Carlo De Marco, che fu Ministro di Grazia e Giustizia di Carlo III e Ferdinando IV di Borbone. Il Museo Archeologico Provinciale fu costruito tra il 1954 e il 1956 nel luogo in cui era l'antico ospedale civile dei poveri (a beneficio dei quali il proprietario dei locali lo aveva espressamente destinato), distrutto dallo stesso bombardamento aereo che danneggiò il Campanile del Duomo.

 

Piazza Vittoria

Piazza Vittoria
Piazza della Vittoria - Foto coll. Nolasco

   Una successione di piazze attraversa in maniera quasi ininterrotta la parte più antica della città: Anime, del Popolo, Vittoria, del Mercato, Sedile, Matteotti, Duomo, S. Teodoro, S. Teresa, Dante, larghi S. Paolo e S. Benedetto. Al di fuori di questa sequenza è Piazza Cairoli, che ha "soltanto" un secolo di storia.

In piazza Anime è la chiesa dedicata a S. Sebastiano, costruita nel 1670 con le oblazioni dei fedeli, come si rileva dall'iscrizione posta sulla porta maggiore: D. O. M. Anno Dom. 1670. Divo Sebastiano sacellum piis extrunctum elemosinis. Restaurata nel 1872 e pavimentata in marmo nel 1896, ha di notevole la statua dell'Addolorata, opera veneziana donata da Leonardo Montenegro, sindaco di Brindisi negli anni 1680-89-98 e 1704. Fino alla costruzione della piazza del mercato coperto (1907), era nota anche come piazza della verdura, e come tale era la prosecuzione della piazza dei commestibili, ora Vittoria. La contigua piazza del Popolo ha ospitato, prima dell'attuale statua in bronzo che raffigura Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (63 a. C.-14 d. C.), e che è una copia della scultura rinvenuta nel 1931 a Prima Porta in Roma, un busto di Garibaldi.

Piazza Mercato oggi piazza Vittoria
 Piazza Mercato in una foto d'epoca, oggi Piazza della Vittoria

 Piazza Vittoria ha avuto nella sua lunga storia numerosi nomi: di basso, rustica, inferiore, della plebe, dei commestibili, ma era pure nota come piazza della fontana (de Torres). I nomi servivano a distinguerla dalla vicina piazza urbana, o superiore, o dei nobili, poi Sedile; chiamata anche, nel 1723, "prima piazza". Prima che fossero demolite le costruzioni che la dividevano da piazza Sedile, era quadrata, e occupava meno della metà dell'attuale area. Era sede del mercato all'aperto finché non fu costruito nei pressi, nel 1907, quello coperto. Nei lavori di sterro per la costruzione della piazza del mercato coperto, dove oltre duemila anni fa era il foro brindisino, chiamato foro Giuliano (attuale largo Jacopo Pipino), furono rinvenuti splendidi reperti in marmo d'epoca romana: colonne, capitelli, pezzi di trabeazione, statue onorarie ed epigrafi, tra le quali molto bella e interessante, perché rappresenta una delle più antiche deliberazioni municipali brindisine, è quella che autorizza il "sindaco" dell'epoca (anno 144 dopo Cristo), Lucio Clodio Pollione, ad erigere nel foro una statua onoraria alla figlia Antianilla, morta prematuramente:


A Clodia Antianilla, figlia di Lucio, promessa a M. Cocceio Gemino Comandante di Cavalleria

Essendo consoli L. Lolliano Avito e T. Statilio Massimo, il giorno decimo delle calende di Aprile, nella sala d'attesa delle terme di Pollione, avendo discusso dei provvedimenti da prendere per assicurare a Clodia Antianilla i più opportuni onori funebri, i Decurioni così stabilirono. Poiché Clodia Antianilla - fulgidissima fanciulla - i cui progressi, di gran lunga superiori alla sua età, facevano sperare che sarebbe divenuta un ornamento della nostra città, è stata colta da morte prematura e strappata ai suoi genitori, Clodio Pollione, nostro sindaco, illustre cavaliere romano e benemerito della repubblica, e Seia Quintilia, madre distintissima, al cui dolore il nostro Municipio si associa, i Decurioni, sia per consolazione dei genitori, sia perché resti memoria della onorata fanciulla, deliberarono che le fosse eretta una statua nel luogo più frequentato.

Lucio Clodio Pollione, figlio di Lucio, e padre dell'ottima fanciulla, pagò le spese per l'onore ricevuto.

L'iscrizione latina, molto ben conservata, e la bellissima statua attribuita alla fanciulla (priva della testa e del braccio sinistro), sono esposte nel Museo Provinciale.

Piazza Sedile e piazza Matteotti rientrano entrambe in uno dei due significati della parola latina platea (da cui piazza deriva): quello di "strada ampia". Nella prima erano due importanti edifici: il Sedile e la Torre dell'Orologio.

 

Il Sedile

  Il Sedile, o Seggio dei Decurioni o del Pubblico Reggimento, era l'antico palazzo di Città, in cui decurioni e sindaco si riunivano per discutere gli affari dell'università (intesa come comunità, Comune); era chiamato anche "Curia dei nobili" perché solo questi avevano il diritto di governare. Era costituito da una loggia aperta (poi chiusa, nel 1717, da grosse cancellate di ferro) antistante a porticati, e da poche stanze. In alto aveva dipinta una meridiana. In una piccola città com'era Brindisi allora, le riunioni venivano annunciate dal suono della campana o dalla voce del banditore. La denominazione di "sedile" o "seggio" non era esclusiva della sede del Comune, perché era riferita pure ad altri edifici pubblici (la dogana, ad esempio). Benedetto Croce così definì i seggi napoletani: "portici quadrilateri con cancelli di ferro e a uno dei lati una sala chiusa per le riunioni, discussioni, deliberazioni". Mentre il Sedile di Brindisi divenne nel 1897 sede della Pretura e fu poi demolito, quello di Lecce, edificato nel 1592 dal sindaco Pier Mocenigo, oriundo veneziano, è tuttora esistente e in buone condizioni in piazza S. Oronzo. Il nostro palazzo di Città fu trasferito nel 1890 nell'ex Convento dei Domenicani della Maddalena, sito in piazza Municipio, ora Matteotti, che nel 1816 era stato trasformato in elegante residenza da Pasquale Ercolini di Monteforte. L'attuale Municipio fu costruito tra il 1959 e il 1961 nello stesso luogo, ampliato con l'acquisto di vecchie abitazioni sulla via Consiglio.

 

 

La Torre dell'Orologio

Torre dell'orologio
 Torre dell'Orologio in piazza Sedile in un'immagine di fine '800

 Il campanile comunale, collegato al palazzo di città o nelle sue immediate vicinanze, nasce nel tardo Medioevo, con l'avvento della società borghese e come simbolo dell'orgoglio comunale. A Brindisi una torre dell'orologio esisteva già prima del 1600, di fronte al Sedile, ma dovette essere danneggiata seriamente dal terremoto del 20 febbraio 1743, perché fu ricostruita vent'anni dopo: i lavori durarono dal 2 settembre 1763 all'aprile 1764. Nella costruzione dalle linee barocche, il piccolo ingresso era sormontato dallo stemma cittadino; sulla facciata del primo piano fu posta nel 1889, dalla "famiglia massonica", quest'epigrafe su lastra di marmo "A GIUSEPPE MAZZINI LA RICONOSCENZA DELL'UMANITÀ E DELLA PATRIA/ LA FAMIGLIA BRINDISINA TESTIMONIAVA/ A X MARZO MDCCCLXXXIX; al secondo piano vi era il quadrante dell'orologio e al terzo e ultimo piano la cella campanaria. Con la distruzione del Sedile, venne meno la funzione della torre, che fu demolita nel febbraio 1956, sia per consentire la costruzione del palazzo della Previdenza Sociale, sia perché nel progetto del nuovo Municipio era stata prevista, inglobata nell'edificio, una nuova torre con orologio. In piazza Sedile avvenivano le esecuzioni capitali: l'ultima dovrebbe risalire al 27 luglio 1861, allorché furono fucilati undici sbandati dell'esercito borbonico, catturati nelle campagne di Cellino San Marco.

 

Dopo piazza Duomo, al termine di via Montenegro, è piazza S. Teodoro, fino a poco tempo fa chiamata Baccarini (era il nome di un Ministro dei Lavori Pubblici), e prima ancora "dei Consoli". Vi è il palazzo Montenegro, costruito nella seconda metà del sec. XVII da un ricchissimo commerciante montenegrino, Leonardo Bansciulik, uomo generosissimo che in occasione di una delle ricorrenti carestie mise a disposizione dei brindisini i suoi granai e il suo denaro. Divenuto cittadino onorario, ottenne di aggiungere al cognome di nascita quello di Montenegro, dal Paese di origine, e fu più volte eletto sindaco. La sua famiglia si estinse nel 1856 con Teodoro Montenegro; e anni dopo il palazzo, che ha ospitato tra gli altri Ferdinando IV di Borbone e Gioacchino Murat, divenne proprietà della "Peninsular & Oriental Steam Navigation Company", armatrice dei piroscafi della "Valigia delle Indie", prima di essere acquistato dalla Provincia che ne fece la residenza del Prefetto. Nel 1736 fu scoperta nel giardino un'epigrafe che risale all'epoca di Traiano: fu fatta murare nell'atrio da Girolamo Montenegro.

Piazza Santa Teresa
Piazza S.Teresa - Foto Coll. Nolasco

 In piazza S. Teresa sono la chiesa e il monastero di S. Teresa dei Carmelitani Scalzi, sorti nel 1671 a cura e spese del sacerdote Francesco Monetta, nel quartiere detto degli Spagnoli. Il convento fu ceduto, con l'obbligo di impartire istruzione gratuita al popolo, ai Padri Teresiani, che l'hanno abitato dal 1672 al 1862; in seguito è stato caserma, e di recente ristrutturato per divenire la sede dell'Archivio di Stato. Sulla piazza si affaccia il palazzo della Provincia e della Prefettura, che hanno altri ingressi sulla via De Leo e in piazza Dante, già della Sottoprefettura. In largo San Paolo è l'omonima chiesa sorta nel 1322 ad iniziativa di Carlo I d'Angiò che nel 1284 donò il comprensorio della zecca, già casa di Margarito, ai frati Minori di S. Francesco perché costruissero chiesa e monastero (sede dal 1813 della Sottintendenza, divenuta Sottoprefettura nel 1860). Nel largo S. Benedetto è la chiesa omonima, il cui ingresso ha un architrave figurato: il tempio esisteva già nel 1089 ed era dedicato a Santa Maria Veterana.

Piazza Cairoli
Piazza Cairoli - Foto coll. Nolasco

 Piazza Cairoli è sorta dopo il 1869, con la costruzione di Corso Umberto I, che collega il porto alla stazione ferroviaria, inaugurata nel 1865. Assunse un aspetto decoroso vent'anni dopo la costruzione del Teatro comunale "Verdi", per merito di una grande vasca circolare, modificata nel 1931, e trasformata nel 1937 nell'attuale fontana delle ancore. Il suo periodo migliore è stato la prima metà del secolo scorso, per la presenza di un grande caffè concerto e di locali di spettacolo (il Verdi dal 1901 al 1956, il Politeama Bellini dal 1903 al 1911, il cinema Eden - poi Impero - dal 1925 al 1966, oltre all'arena Italia).

 

Le masserie

 

Masseria Lo Spagnulo - Ostuni

 

 Presentazione

Le masserie in terra di Brindisi

Per le masserie: ricreazioni

 

Presentazione
"Scopriamo la nostra terra". II edizione: Le Masserie

  E' stato presentato nei giorni scorsi il volume "Le Masserie in provincia di Brindisi", realizzato dal Laboratorio di Educazione Ambientale della Provincia (LEA), in collaborazione con l'APT di Brindisi, il Provveditorato agli Studi e i Comuni del territorio.

Si tratta di un libro di 52 pagine a colori, in cui i testi descrittivi del prof. Iurlaro e della prof.ssa De Caro accompagnano le stupende immagini fotografiche di alcune tra le più suggestive masserie brindisine. Il volume può essere considerato un valido strumento per scoprire nuovi percorsi turistico-ambientali e naturalistici della provincia brindisina.

"Con questa iniziativa - ha detto il presidente della Provincia - la Provincia ha dimostrato ancora una volta l'interesse e l'impegno verso la tutela naturalistico-ambientale e la valorizzazione turistica del nostro territorio. E' un prodotto facilmente consultabile e leggibile, adatto sia per i tour operators che per gli studenti delle nostre scuole. Colgo l'occasione per ringraziare chi fattivamente ha realizzato questo libro, in modo particolare i Comuni"

Il volume "Le Masserie" sarà distribuito oltre che attraverso i canali istituzionali della Provincia, dei Comuni interessati e dell'APT, anche attraverso la rivista "Italia Turistica" che con le sue 150.000 copie vendute raggiungerà ogni continente.

Questa iniziativa rientra nel progetto "Scopriamo la nostra terra" che il LEA della Provincia di Brindisi, coordinato dal dott. Renato Rubino, sta portando avanti da un paio di anni. La scorsa edizione fu incentrata sulla riscoperta delle Specchie; il tema del prossimo anno sarà lo studio delle Torri costiere. Oltre alla pubblicazione di questo libro fotografico, il progetto prevede lo svolgimento di un convegno, una visita guidata nelle masserie riservata agli studenti delle scuole medie e superiori e un concorso riservato agli stessi studenti. Essi dovranno realizzare o un progetto di riqualificazione della masseria prescelta o un elaborato scritto o grafico sul tema delle masserie. Il premio è un soggiorno estivo nella masseria oggetto di studio.

"Troppo spesso - ha detto l'Assessore provinciale all'Ambiente Vincenzo Balestra - ci dimentichiamo del passato e delle nostre tradizioni. Con questo volume il mio assessorato ha voluto dare un messaggio chiaro e preciso: riqualifichiamo dal punto di vista ambientale queste strutture per non disperdere l'immenso patrimonio lasciatoci in eredità".

Maggio 2002

 

Le Masserie in terra di Brindisi


  Le masserie costituiscono uno degli aspetti più tipici e suggestivi del territorio rurale della provincia di Brindisi. Rappresentano, inoltre, un elemento altamente probante ai fini della conoscenza del rapporto intercorso tra i nostri avi e l'ambiente.

Masseria Bottari -Francavilla Fontana

 Esse si configuravano come floridi centri di vita agricola e sociale strutturati in modo da essere perfettamente autosufficienti. In genere la parte abitativa si presentava sempre secondo schema fisso: tutt'intorno gli ambienti di lavoro con il cortile, le abitazioni dei dipendenti, le stalle e l'aia.

La parte centrale era l'abitazione del padrone e si presentava come l'edificio più vasto.

L'architettura era sostanzialmente spontanea determinata dalle esigenze della vita rurale. Le masserie, inoltre, rispondevano a quel bisogno che l'uomo ha avvertito sin dalle origini di associarsi ai propri simili, di vivere in comunità, di accomunare il proprio lavoro a quello degli altri, di assicurarsi una maggiore difesa da predoni o da pirati.

Il termine "masseria" rinvia a "massae", veri e propri villaggi agricoli fortificati che, in seguito alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, hanno sostituito le "villae" romane per fronteggiare i frequenti pericoli di saccheggio e di devastazione. Si attribuisce ai normanni la trasposizione sul territorio brindisino di un sistema politico-amministrativo d'impronta feudale con la creazione di pochi feudi concessi ad autorità laiche e ad enti ecclesiastici. Nel XII secolo, quando fu necessario un accentramento del potere nelle mani di una solida monarchia, per arginare le rivolte dei baroni e dei conti riottosi, si preferì dividere il territorio in più feudi. Durante la dominazione sveva ed angioina, molti vasti territori di proprietà di feudatari si trasformarono in masserie regie la cui operatività era annualmente controllata da un "mastro massaro", individuo con precise competenze in agricoltura che, nel periodo autunnale, stilava un inventano dei beni della masseria, del numero degli animali, dei costi di produzione e dei prodotti per la semina.

Con le successive dominazioni, aragonese e spagnola, si venne a consolidare ulteriormente il sistema feudale.

L'importanza delle masserie accrebbe parallelamente all'aumento della popolazione ed al conseguente accrescimento delle richieste dei prodotti di immediato consumo da parte delle città. Ai mutamenti storici corrisposero cambiamenti sociali, del paesaggio e dello stesso profilo architettonico delle masserie. Le modeste dimore composte, all'origine, prevalentemente da due vani, gradatamente si andarono completando con le altre strutture che, nel corso dei tempo, subirono rimaneggiamenti ed aggiunte d'ulteriori corpi di fabbrica, rispondenti alle esigenze dell'attività agricolo-pastorale. Pertanto, ne è derivata un'ampia casistica subordinata a precise necessità della produzione agricola e dell'allevamento, oppure da una particolare organizzazione richiesta alll'epoca di costruzione d'ogni singolo impianto oppure da esigenze d'ordine difensivo. Quest' ultima necessità spiega la comparsa di tutti quegli elementi destinati alla difesa dagli attacchi esterni con alti muri di cinta interrotti dal solo portale, i torrioni angolari, le scale a pioli interne o ricavate nello spessore della muratura, il camminarnento lungo il parapetto di coronamento, i ponti levatoi con le garitte, le feritoie e le caditoie in corrispondenza delle aperture. Generalmente, nella masseria fortificata, una torre quadrangolare situata in posizione baricentrica rispetto al recinto, era adibita a residenza del proprietario. Quest'ultima era una costruzione ad uno o più piani, con stanze intercomunicanti e fornita di ponte levatoio, caditoie e feritoie a campana. Dal primo piano si riusciva a comunicare sia con quello sottostante attraverso una botola ed una scala asportabile in legno, sia con il terrazzo mediante una scala in pietra. Il piano terra era utilizzato, di solito, come magazzino.

Attorno alla costruzione erano dislocate le abitazioni dei contadini, la chiesa, i servizi (stalle, depositi) ed il trappeto (frantoio). Masserie come Pettolecchia, Coccaro, Lamacupa e Ottava Grande ubicate nel territorio di Fasano e sviluppatesi intorno ai secoli XVII - XVIII, per la loro posizione geografica non lontana dal mare e protetta dalle colline, rientravano in quella serie di torri interne e masserie fortificate che costituivano una linea di difesa dagli assalti provenienti dal mare, dopo quella delle torri d'avvistamento, collocate lungo la costa.

La tipologia delle masserie di cui è innervato il territorio di Brindisi è sicuramente molto articolata. Ne è conferma la presenza anche d'altri tre gruppi morfologici: masserie con coperture a terrazza ed a pignon, masserie miste a pignon e trulli, masserie a trullo. Si tratta di strutture architettoniche costruite in pietra calcarea o tufo. Nella maggior parte dei casi, erano recintate da muri "a secco" o "a crudo", così definiti perché innalzati utilizzando il calcare compatto offerto dalle colline, senza malta (e quindi senza acqua).

 Masseria Facciasquata - Ceglie

 Lu "jazzu", ossia il rifugio per gli animali di piccole dimensioni (pecore, capre, maiali), costituiva il fulcro dell'economia masserizia, in quanto una parte rilevante degli introiti proveniva dall'allevamento e dalle attività connesse. Nel territorio ostunese, sorge la masseria Satia Piccola che, oltre ad essere tra le più antiche della zona, è anche la più particolare. Infatti, risulta costituita da tre enormi trulli, dei quali, quello centrale è a due piani e perciò denominato Trullo Sovrano. Gran parte delle masserie della provincia di Brindisi possiede, inoltre, una cappella, vale a dire la chiesetta in cui i proprietari ed il contado potevano celebrare il rito cristiano. Nelle masserie, infatti, durante la fase della raccolta, confluiva un cospicuo numero di braccianti che vi dimoravano per periodi piuttosto lunghi svolgendo vari lavori. Le chiese, quindi consentivano alla comunità di santificare la domenica, partecipando alla S. Messa, senza abbandonare il luogo di lavoro. Potevano essere inserite nel corpo di fabbrica oppure trovarsi distaccate rispetto al complesso architettonico abitativo e produttivo. Le loro dimensioni erano legate alla situazione socio-economica dei proprietari ed erano spesso dedicate, per devozione mariana, alla Vergine. Ad esempio, sono numerosi i rilievi scultorei e le tele con l'iconografia della Madonna della Madia, collocati soprattutto nelle masserie più prossime alla costa. Molte chiese, inoltre, conservano dipinti ed affreschi che sono pregevoli attestazioni dell'attività artistica di alcuni pittori o di alcune scuole pittoriche locali.

E' innegabile, dunque, il valore storico, sociale, culturale ed architettonico delle masserie le quali offrono, non solo un valido contributo allo studio dei processi insediativi nel territorio della provincia di Brindisi, ma anche un'autentica testimonianza di quel solido mondo rurale con le sue quotidiane fatiche, con il suo profondo rispetto per l'ambiente e con la sua religiosità.


 

Per le Masserie: Ricreazioni

Masseria Pettolecchia - Fasano

   Masseria è voce antica usata, anche attraverso le varianti alla radice massa, nei paesi latini di mezza Europa.

Essa ha avuto e ha significati diversi nelle varie parti d'italia, univoco nel meridione ove ha indicato e indica l'azienda agropastorale, altrove detta fattoria, cascina, casa colonica, tenuta, podere, possedimento. In Maremma significò mandria e gregge così come la intese nel secolo XVI Annibal Caro, traduttore dell'Eneide di Virgilio.

Una nicchia nei vocabolari italiani la voce masseria, regionale massaria, l'ha acquistata per tempo e necessariamente per dare paternità alle proprie derivazioni come massaio, massaia, masserizie, magione, maniero e forse anche mastino.

Il massaio, con la stessa funzione di ogni conduttore di azienda agricola, fu ufficiale di contabilità nei comuni medievali, nei collegi di categorie professionali e poi, addirittura, nell'accademia linguistica della Crusca che ebbe e ha, storicamente, il suo economo in un "accademico massaio". Massaia fu previdente donna di casa. Masserizie significò buona amministrazione; magione, casa; maniero, casa come castello.

Alcuni glottologi hanno ipotizzato che anche la voce mastino sia derivata da massa e da manere perché quei cani, detti di masseria, furono guardiani di casa: altri linguisti hanno legato la stessa voce invece all'antico francese mastin e ambedue come derivate dal latino popolare mansuetus, sempre come con eccezione di casalingo, domestico.

Il significato di masseria come azienda agropastorale è ancora da inserire nei vocabolari italiani perché indichi compiutamente la natura e la funzione dell'insieme di terreni riservati alla semina e al pascolo, degli alloggi per le famiglie, per gli operai e le bestie: cavalli, buoi, pecore, e degli annessi opifici ove si producevano e si stagionavano i formaggi o caci che in Toscana diedero a simili aziende le denominazioni di cascine.

La funzione delle masserie dell'Italia meridionale, e quindi anche dell'area provinciale di Brindisi, sta nella radice del nome storicamente esteso, come già accennato, a gran parte dei paesi d'Europa. Mas indicò anticamente podere, casa di campagna nella Francia, specialmente in Provenza e nella limitrofa Catalogna, così come masa l'indicò nella Spagna.

Queste voci, massa e la pugliese massaria si è ritenuto siano derivate dal latino mansus, participio passato del verbo manere, in cui sono i signifìcati di dimora e di dimorare.

In Continente masseria, libro edito a Ravenna dall'editore Longo nel 1995, non senza questo sapere, ebbi occasione, trattando dei bovari, di scrivere testualmente: "Si diceva, senza contare gli anni, che un giorno loro avessero negli stabulari, ove erano con i buoi, invitato i pastori erranti e i cavallari ladri perché gli uni divenissero produttori di cacio e gli altri agricoltori e carrettieri capaci di portare i prodotti lontano nel mondo".

Il mitico patriarca del continente masseria, che la possanza dei buoi aveva domato e usato sui campi con gli aratri di legno per la semina e sull'aia con le trebbie di pietra per il raccolto del grano, associando a sé agricoltori e pastori aveva dato ai preistorici l'accesso alla storia e alla specie umana, ancora errante, l'occasione per divenire residenziale, permanente nelle mansiones dette poi masse e masserie.

Tutto ciò è oggi nella memoria storica. La natura e la funzione delle masserie non sono più verificabili, come non furono più luoghi per preghiere e ascesi mistiche le grotte degli anacoreti dell'antica Tebaide e delle nostre contrade quando i tempi mutarono e il monachesimo si organizzò nei conventi. Allora si avverarono le profezie di quei santi che i luoghi delle loro preghiere pensarono dovessero divenire, come di fatto sono divenute pure con le immagini di Cristo e dei santi affrescati sulle pareti, ripari per pastori, stalle per bestie, tane di volpi, nidi di rapaci.

 Masseria Sansone - Ostuni

Le masserie non sono più i luoghi deputati in cui permanevano, dimoravano massai con le proprie famiglie, operai e bestie per coltivare terre, produrre formaggi e tenere, come oasi negli spazi tra i centri urbani: città, casali, terre, costante il controllo sull'ambiente perché non inselvatichisse più di quanto utile per essere praticabile pascolo per le capre che furono qui associate, con il loro stesso nome, ai cervi.

Con i buoi si impiegavano giorni e giorni per coltivare quanto oggi si può coltivare in poche ore con un mezzo meccanico. Le bestie nelle masserie dovevano essere tante e sempre proporzionate ai campi produttivi perché gli escrementi, curati ad arte, erano i concimi organici oggi sostituiti dai fertilizzanti chimici.

Non vi sono piu masserie in cui la sera si accendevano, come in chiesa la notte di Pasqua, invocando il nome di Cristo, le lucerne a olio che davano fioca luce nelle stalle ove le bestie riposavano sopra strame d paglia e gli uomini, semivestiti, sopra sacchi di iuta pieni anch'essi di paglia.

Gli aratri di legno, appena rinforzati dai puntali di ferro o vomeri, costruiti dai bovari sono nei musei della civiltà contadina con i ventilabri e quant'altro fu usato sui campi e sulle aie.

I pastori non vanno più con le borse di pelle di pecora a tracolla vigilando sui greggi a sbucciare le fave che, cotte nelle caldaie di rame, come pastone più che purè, erano le quotidiane minestre da mangiare con un filo d'olio, se calde, o con aceto e cipolla cruda se fredde.

Le strutture delle masserie: torri di difesa, muraglie dei cortili, stalle, ombracoli sono ancora, ma cedono alle pressioni delle radici dei capperi e di quelle più pressanti dlei caprifichi; cedono per l'abbandono e perché spogliati dei pavimenti e degli infissi che i proprietari o i profìttatori trasferiscono, come anticaglie, nelle case del paese o nelle ville al mare.

 Masseria Incantalupi - Carovigno

 Vi sono masserie ove le stalle, non più tali, ospitano festose comitive al seguito di sposi. La funzione loro è cosi mutata da luogo di lavoro in luogo di ristoro e di festa.

Le masserie, in cui non stagionale ma permanente è la residenza della famiglia del proprietario, e solo di quella e non più degli operai giornalieri delle sei ore, in tutta l'area della provincia di Brindisi finiranno col contarsi sulle dita delle mani. Sarà deluso chi ancora pensa di trovare in esse quel mondo antico in cui il silenzio doveva essere incombente perché le chiocce covassero fìno alla schiusa delle uova e alla nascita dei pulcini e le altre bestie gravide non avessero traumi acustici, spaventi e abortissero. Sarà deluso se in esse vorrà ancora vedere aggiogati i buoi aratori o al guado le pecore per essere munte dai pastori.

Non si caglia più il formaggio con l'erba, detta caglio, nè con il latte fermentato negli stomaci degli agnelli che non avevano ancora brucato erba ed erano stati venduti al macellaio. Il caglio oggi si acquista in flaconi in farmacia.

Il cacio e ricotta, stracchino nostrano, non si ricava più dal latte magro delle pecore gravide che brucavano d'estate, dopo la mietitura, le stoppie nei campi nè si caglia con il lattice degli steli di fico.

Non s'incontra più nelle masserie la rassegnata gente che attendeva la pioggia e pregava e si fiagellava perché piovesse o salmodiava formule magiche per allontanare la grandine. Si vedono invece irrigati i campi con l'acqua tirata su dalle idrovore elettriche da vertiginose profondità di pozzi artesiani. Le assicurazioni con il versamento di una somma cautelativa garantiscono contro ogni infortunio. Non si vedono più attorno agli acquari, in altri tempi riserve d'acqua piovana preziosa nelle torridi stagioni estive, le bisce confuse con le anguille depostevi dentro per contenere la crescita di certi vermi inquinanti, rossi come sangue. Né si vedono gli arcaici scranni con tre piedi, essenziali ed economici, anche nella fattura.

Nessun pastore, di quelli che oggi indossano i camici igienici e hanno i guanti alle mani, sa che per far accettare a una pecora che ha perduto il suo agnello, l'agnello non suo, si usava strofinare la creatura sopra le parti più intime di quella bestia perché fosse familiare l'odore e prendesse, come si usava dire anche per gli uomini, l'uno il tanfo dell'altro. Erano allora anche i gatti resi domestici con la costrizione del guinzaglio o corda legata da una parte al loro collo e dall'altra a una scarpa vecchia della massaia per memorizzare l'odore del piede di chi viveva più tempo in casa.

Le strutture degli ombracoli, dei capanni, delle stalle, dei cortili al pianoterra non avevano determinate e fisse destinazioni d'uso. Secondo necessità gli uomini se le scambiavano con le bestie.

Al primo piano, ove era l'appartamento o la torre, viveva la famiglia del massaio, anche questa non senza le bestie tra i piedi: pulcini, colombini, coniglietti, per nutrirsi o da vendere ed essere peculiare interesse economico delle donne.

La civiltà agropastorale, durata a lungo fino all'avvento della luce elettrica e della meccanizzazione, rimasta immutata negli usi e nei costumi per millenni, non è più. I pastori, che descritti nella Bibbia non sembravano diversi da quelli dell'ultimo dopoguerra come i bovari descritti da Esiodo e i carrettieri figurati in monumenti egizi, sono ormai soltanto nella storia e nella letteratura.

Visitando le masserie ancora abitate, e forse più quelle abbandonate, ognuno per suo conto potrà ricreare quel mondo, al meglio, mitizzando magari ove necessario, e ricrearlo escludendo le sofferenze individuali date dalla fame durante le carestie, dalle perdite di animali e di parenti durante le epidemie, di costrizioni e schiavitù quando si era presi in ostaggio e portati oltremare. Così le incursioni dei pirati: turchi e barbareschi, e dei briganti: delinquenti comuni o patrioti come si dissero, discutibilmente, quelli che, insufflati dai Borbone spodestati, offesero l'ordine pubblico nei primi decenni dell'unità d'Italia, possono essere anche ricostruite come saghe che spesso si concludevano in tanto sangue versato da innocenti.

Nell'area della provincia di Brindisi, aperta a oriente sull'Adriatico sempre infido e chiusa da una cresta di colline a nord-ovest e una depressìone già paludosa a sud-est, le masserie non furono mai strutturate architettonicamente su unico modello. Ve ne sono di emergenti con torri di difesa, caditoie sopra porte a finestre, ponti levatoi alle scale, garitte con feritoie ai quattro cantoni, e di povere, quasi occulte per la loro apparente pochezza strutturale.

Tutte meritano d'essere salvate, ma è d'obbligo la scelta; difficile come la scelta delle proposte operative tendenti a fermare, ove possibile, il degrado e la perdita di tanta storia politica, economica e artistica.

Potrebbero molte masserie, anche se ruderi, con liberale intesa tra pubblico e privato, essere inserite in itinerari utili a ricostruire, in maniera più particolareggiata, anche il paesaggio dell'area provinciale, già piana dei messapi, costellata da altre misteriose torri, dette specchie, e poi particellarizzata con muretti di pietre a secco che tanto si dice impressionarono, anche se non ne scrisse, Guido Piovene durante il suo Viaggio in Italia compiuto dal 1953 al 1956.

Si potrebbe così in Puglia, e nella Provincia di Brindisi, scoprire, attraverso i toponimi che indicano le masserie, come alcune di esse furono già stazioni di posta sull'Appia traianea al tempo dei romani: Ottava grande e Ottava piccola, e altre, doni degli sposi longobardi alle spose il giorno dopo le nozze: Morginkap, Maracciccappa, e altre ancora memorie remote di abbattuti boschi di lecci: Viscigli, di macchie di lentisco: Restinco, di garriche di ferule: Fergola.

Il ricordo di vegetazioni, ove riproponibili, costituirebbero un esemplare inedito orto botanico sul territorio, monumento in memoria di tutti quelli che vissero nelle masserie anche prima che nei centri urbani, polis, civitas, per essere politici e civili, come Cleiton per il quale il poeta magnogreco Leonida da Taranto nel IV secolo a.C. scrisse monumentale il ricondo che ho voluto fosse anche ricordo monumentale di mio padre:

 

"Qui il breve campo di Cleiton e il solco
stretto pronto alla semina;
qui la piccola vigna e là il boschetto
per la legna: e su questo
spazio Cleiton ha passato ottanta anni".

 

 

Stemma della Provincia di Brindisi
Provincia di Brindisi
Assessorato Ecologia e Ambiente
Assessorato al Turismo

Azienda di Promozione Turistica
Azienda di Promozione Turistica
della provincia di Brindisi

 

Testi:

"Masserie in terra di Brindisi"
di Nicoletta De Caro
"
Per le masserie: ricreazioni"
di Rosario Jurlaro

 

 

Foto:

Federico Meneghetti
Giampaolo Senzanonna

 

Le fontane di Brindisi

 La fontana grande, o Tancredi

Fontana Tancredi
Fontana Tancredi
(Foto Nolasco)

  La fontana grande di Brindisi, più conosciuta come Tancredi, che si trova a brevissima distanza dal termine dell'antica via Appia, fu costruita in realtà dai Romani. Tancredi, conte di Lecce e ultimo re normanno, la fece solo restaurare nel 1192, a ricordo del solenne matrimonio celebrato quell'anno nella nostra Cattedrale tra il suo giovanissimo figlio Ruggero e Irene di Grecia, figlia dell'imperatore di Costantinopoli Isacco. L'anno prima Tancredi aveva nominato Ruggero coreggente del regno, e questo spiega la citazione dei due re nell'epigrafe che fu posta sulla fontana per memoria del rifacimento dell'opera:

 ANNO DOMINICE INCARNATIONIS MILLESIMO CENTESIMO NONAGESIMO SECVNDO/ REGNANTE DOMINO NOSTRO TANCREDO INVICTISSIMO REGE ANNO TERTIO/ ET FELICITER REGNANTE DOMINO NOSTRO GLORIOSISSIMO REGE ROGERIO FILIO EIVS/ ANNO PRIMO MENSE AVGVSTI INDICTIONIS DECIMAE/ HOC OPVS FACTVM EST AD HONOREM EORVNDEM REGVM .

 

Fontana Tancredi, particolare

Fontana Tancredi - particolare
(Foto Nolasco)

 

La parte terminale della via Appia e la fontana furono restaurate nel 1540 (sindaco era Bartolomeo Tomasino) dal governatore della provincia d'Otranto (che fu governatore anche della provincia di Bari nel 1544-45), Ferdinando Loffredo, come ricorda una seconda iscrizione, non più leggibile come la precedente, che si rivolgeva direttamente al viandante, con l'invito a fermarsi e a bere:

AD VIATOREM
APPIA APPIO, FONS TANCREDO REGE AEDITA/ AMBO FERDINANDO LOFFREDO HEROE INSTAVRATA/ QUARE STA BIBE ET PROPERA ET TRIA HAEC COMMODA HIS TRIBVS PROCERIBVS ACCEPTA REFERTO

La fontana grande, che fu di nuovo riparata - e con l'occasione ampliata - nel 1828, forniva acqua abbondantissima e purissima (se ne servivano pure gli ammalati, perché dai medici e dai periti era considerata la migliore in assoluto della città e dei dintorni), non solo per le esigenze dei cittadini e degli animali, ma anche per irrigare gli orti e i giardini che si trovavano lungo quel tratto di costa. La vasca rettangolare era l'abbeveratoio dei cavalli e degli altri animali da tiro. A quel tempo la città e i suoi immediati dintorni erano ricchi di sorgenti d'acqua potabile, spesso in vicinanza del mare, come si vedrà. Una risorsa pressoché completamente distrutta a seguito dello spianamento dei colli e delle alture e, più recentemente, dello scavo di molti pozzi artesiani che hanno sconvolto l'equilibrio naturale e ridotto la grande disponibilità idrica che una volta era assicurata dalle falde freatiche (superficiali e poco profonde, a differenza di quelle artesiane).

L'acquedotto romano

  I Romani, grandi costruttori, realizzarono pure a Brindisi, nel I secolo d. C., sotto l'imperatore Claudio (10 a. C. circa-54 d. C.), un acquedotto che portava acqua alla città dalla zona acquifera di Pozzo di Vito (a metà strada tra Brindisi e San Vito dei Normanni, a Nord della strada statale 16, l'Adriatica). Qui fu costruita una grande vasca cilindrica, nella quale confluivano - per mezzo di ben costruiti cunicoli filtranti - le acque degli altri pozzi dei dintorni; lungo la strada per giungere in città (dodici chilometri), l'acquedotto romano raccoglieva le acque di altri pozzi appositamente scavati. Prima di entrare in città ed essere utilizzata per usi potabili, l'acqua veniva depositata nei serbatoi costituiti dalle grandi "vasche limarie", delle quali le parti rimaste - ora restaurate - si trovano a lato del bastione di Porta Mesagne, dove restava per qualche tempo per far precipitare sul fondo il fango (il "limo"). La magnifica volta del grande serbatoio fu demolita, e le vasche furono interrate, allorché si rese necessario - nel 1530 - costruire le nuova mura a difesa della città, cui provvide il generale Ferdinando di Alarçon, per conto di Carlo V d'Asburgo. Le vasche furono scoperte nel 1886, in occasione dello sterro operato nel terrapieno per l'apertura di una strada.

 

Vasche limarie
Vasche limarie
(Foto Nolasco)

Un altro serbatoio, comunicante con la rete di quell'antico acquedotto, e cunicoli filtranti furono ritrovati sotto il piano stradale della via Pozzo Traiano, prima della salita S. Dionisio: l'imperatore romano (52-112 d. C.) del quale porta il nome, che si trovava a Brindisi con l'esercito in attesa del tempo favorevole per imbarcarsi per le sue campagne orientali contro Armeni e Parti, ne avrebbe ordinato la costruzione per provvedere di acqua i soldati e i cavalli, evidentemente acquartierati in quell'area, nelle vicinanze del porto. Più che un pozzo sembra un grande deposito (conserva) d'acqua, collegato all'acquedotto che alimentava le fontane della città; sino alla fine dell'800 era detto dai brindisini il "pozzo della città". Altra acqua giungeva in città dal fiume di Celano, chiamato nell'uso popolare Cerano, che per buona parte scorreva "celato" sottoterra.

Nell'attuale porto medio (considerato esterno prima della costruzione del Castello Alfonsino), defluivano le acque di due fiumi, grande e piccolo, una volta denominati "Delta" e "Luciana". Sullo stesso lato, in località Apollinare (da un tempio dedicato ad Apollo), furono ritrovati resti di terme romane, alimentate evidentemente dalla grande disponibilità di acqua dolce. Altri avanzi di antiche terme furono ritrovati nel 1925 in piazza Vittoria, durante i lavori per le fondazioni del palazzo delle Poste, e in piazza Crispi nei pressi del bastione S. Giorgio. Sulla sponda opposta del porto medio vi erano le "fontanelle", sorgenti di acque potabili, celebrate probabilmente da Virgilio nell'Eneide, e - più vicina al canale - la sorgente chiamata dai brindisini "abisso", ma anche pozzo di Plinio, perché fu studiata da Plinio Caio Secondo il vecchio (23-79 d. C.), che scrisse nella sua monumentale "Storia Naturale": 'Brundusii in portu fons incorruptas praestat aquas navigantibus'.

Una volta c'erano due colli all'imbocco dell'attuale canale Pigonati (il più alto era quello posto sul lato del Casale), che furono spianati da Cesare in occasione della guerra civile con Pompeo, per restringere l'accesso al porto interno: da questi e dagli altri colli sgorgavano acque abbondanti e dolcissime. La disponibilità di acqua rendeva il terreno agricolo molto fertile, tant'è che Strabone scrisse: 'Fertilior ager Brundusinus, quam Tarantinus'. Le colline che si affacciano sul porto interno (promontorio di S. Andrea, dove sono ora le chiese di S. Paolo e S. Teresa, il sito delle colonne e, al lato opposto, S. Maria del Monte) erano piene di giardini, di uliveti e vigneti. Una fonte di acqua salata, che nel Medioevo ha dato il nome al rione (pitagio) detto della Fontana Salsa, si trovava tra il Castello grande e S. Paolo. Molta acqua dolce finiva in mare, tra cui quella condotta dai canali Cillarese e Patri, che sboccano nelle insenature del porto interno: il primo nel più lungo seno di ponente, dove sono il termine dell'antica via Appia e il Castello grande; il secondo nel seno di levante.

La fontana de Torres

   Piazza della Vittoria comprende le due piazze che nel 1600 erano chiamate piazza dei nobili, o urbana, con il Sedile e la torre dell'orologio, entrambi demoliti; e piazza della plebe, o rustica, dov'era il mercato dei commestibili.

 
Fontana De Torres
Fontana de Torres
(Foto Nolasco)
 
Nelle estati 1617 e 1618 scoppiarono a Brindisi delle epidemie che fecero molte vittime, soprattutto tra i soldati e gli ufficiali spagnoli che erano qui di stanza. I cittadini erano costretti ad andare a prendere l'acqua al torrione di S. Giorgio (quasi completamente demolito nel 1865, in occasione della costruzione della stazione ferroviaria e della piazza antistante), che era attraversato dall'antico acquedotto, e perfino alla fontana grande. Il governatore della città, e castellano dell'isola e del forte a mare, era il capitano Pedro Aloysio de Torres, spagnolo di grande capacità e umanità oltre che molto risoluto. Per condurre l'acqua ai cittadini, stabilì di costruire tre fontane all'interno del centro abitato, addebitandone la spesa ai cittadini benestanti, in proporzione alle possibilità di ciascuno, facendo segnare sui muri delle loro abitazioni le somme da pagare sulla base dei compensi spettanti agli operai. Dal "bastione de agua", come gli Spagnoli chiamavano il torrione di S. Giorgio (che - si è visto - distava un centinaio di metri dalle vasche limarie), dal quale nei secoli precedenti il prezioso liquido si era perso attraverso le falde sotterranee in campagna o in mare, l'acqua venne portata a tre fontane appositamente costruite: una, quella di Crisostomo, si trovava nell'angolo della via Conserva, allora estremo limite dell'abitato; un'altra nelle vicinanze del porto, nei pressi della scomparsa Porta Reale (giardini di piazza Vittorio Emanuele), a beneficio soprattutto dei soldati dei galeoni spagnoli che erano nel porto, e la terza - la più importante perché più centrale - nella piazza della plebe, a quei tempi quadrata.
Sulla fontana, costituita da una grande vasca marmorea in cui si raccoglieva l'acqua zampillante da una bella vasca superiore più piccola, pure di marmo, molto simile a un fonte battesimale di epoca più antica, vi era un'iscrizione a ricordo del governatore de Torres che ne era stato il fautore, del re di Spagna Filippo III (1578-1621), e di Pedro Tellez-Giron y Guzman, duca di Osuna (1574-1624), lo spagnolo che fu prima viceré di Sicilia e, dal 1616, viceré di Napoli (accusato di cospirazione, fu richiamato in patria e, incarcerato, morì in prigione). L'iscrizione ricordava anche i danni causati dal normanno Guglielmo I il Malo (1120-1166), e metteva in rilievo l'importante particolare che i lavori si riferivano alla rimessa in efficienza dei condotti romani già esistenti.

PETRO ALOYSIO DE TORRES PRAETORI: QVOD ROMANOS EMVLATUS AVTHORITATE ET INDVSTRIA SUA/ PHILIPPI TERTII REGIS ET PETRI GIRONIS DVCIS OSSVNAE/ PROREGIS AVSPICIIS AC CIVIVM LABORE ET IMPENSA AQVARUM DVCTVS TEMPORVM ET MALI GVLIELMI INIVRIA DESTRVCTOS RESTITVERIT/ ATQVE REPVRGATO FUNICVLO VETERI ET INSTAVRATO FORNICE NOVOS ADSTRUXERIT/ AC SINVOSO TRACTV PER TVBOS FISTVLAS ET SALIENTES IN VRBE PERTRAXERIT/ ORDO POPVLVSQVE BRVNDVSINVS PARTE COMMODITATIS ET ORNAMENTI MEMOR ET GRATVS POST ANNVM SALVTIS MDCXVIII .

Nel mese di marzo 1715 la fontana de Torres, per carenza di manutenzione, non diede più acqua; la fontana di Crisostomo o della Conserva si bloccò due mesi dopo. Il sindaco Stanislao Monticelli le fece riparare e l'acqua tornò a zampillare il 26 ottobre 1715.

 La Fontana delle Ancore e quella Monumentale

Fontana delle ancore
Fontana delle Ancore
(Foto Nolasco)

  La Fontana delle Ancore, che risale al 1937, è quella di piazza Cairoli. L'area assunse una certa importanza dopo la costruzione del primo Teatro Verdi (1901), ma la prima vasca-fontana - grande ma molto semplice, con zampillo centrale - fu realizzata solo nel 1921. Dieci anni dopo, la vasca fu arricchita da quattro basamenti sul bordo esterno, sui quali poggiavano due grosse rane e due tartarughe; la colonnina centrale era costituita da quattro fasci littori che reggevano un'elegante coppa; moltissimi gli zampilli dell'acqua, dal centro al bordo e viceversa, che creavano suggestivi effetti di luce. Sei anni dopo, la fontana fu completamente rifatta a cura e su progetto dell'Ente Autonomo Acquedotto Pugliese, prendendo l'aspetto attuale.

La fontana monumentale è quella fatta costruire dall'Amministrazione Provinciale nel 1940, su disegno dell'arch. Iginio Grassi di Brindisi, con il contributo del Comune (podestà era Corradino Panico Sarcinella), sull'esedra, la facciata esterna a semicerchio che delimita il belvedere della piazza S. Teresa. Sulle lastre di marmo verde fu posta una semplice iscrizione, l'unica leggibile, dati anche i pochi decenni trascorsi, tra quelle citate:

ANNO DOMINI MCMXL/ XVIII AB ITALIA PER FASCES RENOVATA/ VICTORIO EMMANUELE REGE ET IMPERATORE/ BENITO MUSSOLINI DVCE/ PROVINCIA F. F. (Feliciter Fecit)

Fontana Monumentale
Fontana Monumentale
(Foto Nolasco)

 


 
 

Il Castello Grande (o Svevo) di Brindisi


 Castello Svevo di Brindisi
Castello Svevo
Foto tratta dal volume
"Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo

    Il Castello grande, detto anche svevo dall'Imperatore Federico II che fece costruire il primo nucleo, quello interno, oltre che "castello di terra", è - in ordine cronologico - il secondo dei quattro castelli che Brindisi ha avuto. Del primo, chiamato "antico", si sa solo che era contiguo allo svevo, e si trovava nell'area detta ancora oggi della "cittadella", e che di esso nel sec. XVII si vedevano ancora parti delle mura e dei fossi: una fortezza in cui i cittadini si rifugiavano in caso di pericolo per meglio difendersi. I due successivi allo svevo furono quelli fatti edificare da Carlo I d'Angiò nel 1268 a sua dimora e protezione, noto come castello di S. Maria del Monte o "castello a mare", scomparso da oltre cinque secoli, e da Alfonso d'Aragona dopo il 1481 sull'isola di S. Andrea, all'imboccatura del porto medio, noto come castello alfonsino, o aragonese, dal nome del suo fautore, o rosso (dal colore che la pietra assumeva al tramonto), al quale fu aggiunto dagli Austriaci, nel 1558, il poderoso Forte a mare. Dei quattro castelli, l'ultimo fu probabilmente l'unico ad essere eretto per fronteggiare unicamente i nemici esterni, compito che ha sempre assolto bene, a parte l'episodio bellico finale che lo vide attaccato e conquistato dal vascello francese "Il Generoso", nel 1799. Ma a quell'epoca, con i progressi dell'artiglieria, i castelli e le altre opere fortificate avevano ormai perso le loro funzioni difensive.
Vecchia foto aerea del Castello Svevo
 
Pianta del Castello SvevoIl Castello grande nacque - come la maggior parte dei castelli (nome che deriva dal latino "castellum", piccolo castrum, l'accampamento militare dei Romani) - come residenza fortificata dell'Imperatore svevo, della sua famiglia e servitù, dei suoi funzionari e soldati; e questi ultimi erano soprattutto saraceni, stimati per il loro valore e fedeltà da Federico II che, dopo averli deportati dalla Sicilia a Lucera, li aveva poi accolti nel suo esercito e in particolare nella sua guardia del corpo. Per i brindisini, che erano rimasti affezionati ai Normanni e non soffrivano gli Svevi - oltre che per il trattamento crudele che il padre di Federico II, Enrico VI, aveva riservato al loro nobile concittadino Margarito, grande ammiraglio fedelissimo dei Normanni - per gli eccessivi obblighi fiscali, le servitù e le prepotenze cui erano assoggettati, il castello divenne il simbolo di un potere oppressivo, contro il quale si ribellarono più volte. Tra l'altro, l'Imperatore svevo aveva voluto a Brindisi il fedele Ordine militare e ospedaliero dei Cavalieri Teutonici, costituito solo da nobili tedeschi, colpevoli anch'essi, come le soldatesche saracene, di soprusi e molestie ai danni dei cittadini (Imperatore e cavalieri teutonici sarebbero stati scomunicati, nel 1244, da Papa Innocenzo IV; l'ultimo degli Svevi, Corradino, sarebbe stato giustiziato a Napoli nel 1268, e i Saraceni che vivevano nell'Italia meridionale sarebbero stati sterminati dagli Angioini nel 1300). Eppure, fu proprio sotto Federico II che la città assunse l'aspetto di una capitale, perché oltre al nuovo imponente castello e alle mura poderose ebbe un'importante zecca, che aveva sede nella sontuosa casa dell'ammiraglio Margarito (che era nel sito in cui furono poi costruiti la chiesa di San Paolo e l'annesso monastero). Nel Duomo di Brindisi Federico II sposò nel novembre 1225 Isabella di Brienne, figlia di Giovanni re di Gerusalemme.
 
Torrione circolareCastello Svevo
Torrione circolare - (Foto Pennetta)

 
Nel 1226 Federico II pensò di approfittare del gran numero di soldati e pellegrini in ozio, convenuti a Brindisi per partecipare alla sesta crociata, utilizzandoli per far costruire un castello - molto vicino a quello "antico", che doveva essere già in cattive condizioni o comunque non soddisfaceva il raffinato Imperatore - con un doppio accesso: dalla parte di terra (a breve distanza dall'anfiteatro romano e da un tempio pagano, che furono demoliti per ricavarne il materiale necessario alla costruzione), e dalla parte del mare, là dove terminava l'antica via Appia. Qui le darsene consentivano l'attracco contemporaneo di almeno venti galee per rifornire la guarnigione nel caso in cui l'approvvigionamento fosse stato impedito da terra. Un'eventualità non remota poiché i brindisini avevano già invaso 'nequiter et rapaciter' , secondo Federico, le residenze dei cavalieri teutonici, il castello di Mesagne e la 'domus Margariti', tra il 1220 e il 1221; si ribellarono poi, con particolare violenza, contro Manfredi, figlio di Federico, che per riconquistarla nel 1257, fu costretto ad assediare Brindisi due volte. Il castello grande fu dimora di Federico, sede di uffici, caserma, prigione e arsenale, funzioni che ha continuato a svolgere nei secoli successivi.

La costruzione iniziò nel 1227, e nel 1233 il castello era già rifinito. Di forma trapezoidale, aveva quattro altissime torri agli angoli; era difeso da un lato dal mare e dagli altri tre lati da un largo e profondo fossato. Negli stessi anni fu costruito il castello di Oria, località più salubre di Brindisi, soprattutto nelle estati torride, posta com'è su un'altura (150 metri), e allora circondata da una vastissima foresta. Federico II, uomo di grande cultura, aveva tra l'altro molta passione per l'architettura e costruiva opere, come Castel del Monte, con l'intento di far vivere il suo nome in eterno.

Ferdinando I d'Aragona

  Potenziato da Carlo I d'Angiò (1226-1285), prima re di Sicilia e poi di Napoli, che nell'ambito della sua politica espansionistica in Oriente, costruì a Brindisi un grandioso arsenale sull'attuale sito della stazione marittima, il castello grande fu molto ampliato e fortificato nel 1488 da Ferdinando I re di Napoli (detto il Ferrante), figlio di Alfonso V d'Aragona. Egli fece costruire una nuova cinta di mura (l'antemurale), meno alta delle torri erette 260 anni prima da Federico II, e quattro grandi torri circolari agli angoli. Coprì con una volta il fossato che divideva la nuova cinta di mura dal nucleo svevo, ricavando all'interno tanti locali sotterranei da poter ospitare - in caso di necessità - tutti gli abitanti della città. Circondò l'antemurale con un nuovo fosso, largo e profondo come quello che aveva appena coperto all'interno, in modo da dare - attraverso spiragli - luce ai locali sotterranei. Nello scavare il nuovo fosso, furono trovate fonti d'acqua potabile e abbondante, in grado di dissetare a lungo gli abitanti del castello in caso di assedio. Fece costruire anche, interrato, un ampio locale da minare in caso di bisogno: il pericolo era rappresentato dai Turchi, che otto anni prima avevano conquistato Otranto e facevano frequenti scorrerie nel Salento. Nel 1492 Brindisi ospitò un'armata costituita da cento navi, di cui 40 galere, affidata da re Ferdinando al figlio Federico, per opporla ai Turchi in caso di un loro attacco, che fortunatamente non avvenne. Due anni dopo, nel 1494, Ferdinando morì, lasciando via libera al tentativo di Carlo VIII di Francia di rivendicare i diritti angioini sul trono di Napoli, tentativo fallito l'anno successivo per merito della potente lega che si era formata contro di lui.

Il 30 marzo 1496 Brindisi fu consegnata da Ferdinando II d'Aragona, detto Ferrandino (1467-1496), alla Repubblica di Venezia (ma il suo dominio durò solo 13 anni), con il castello grande, il castello alfonsino e le due torrette fatte costruire nel 1301 da Carlo II d'Angiò, che si trovavano sulle sponde dell'attuale canale Pigonati, e che chiudevano con una catena di ferro (ora conservata nel castello svevo) l'accesso al porto interno. Nella relazione di Priamo Contarini, inviato dal doge di Venezia per fare l'inventario dei beni della città, il Castello grande è definito "bello e fortissimo, che domina la città e gli altri castelli" (del contado, evidentemente).

Carlo V d'Asburgo

Castello Svevo: Piazza d'Armi
 Castello Svevo - Piazza d'Armi - (Foto Pennetta)

  L'imperatore Carlo V d'Asburgo (1500-1558), che a 16 anni - alla morte del nonno materno Ferdinando II d'Aragona, detto il Cattolico, re di Spagna col nome di Ferdinando V - aveva tra l'altro ereditato i domini italiani (Napoli, Sicilia e Sardegna), ha svolto un ruolo importante nella storia di Brindisi e del castello grande. Dopo che egli aveva sconfitto Francesco I di Francia a Pavia nel 1525 e messo a sacco Roma nel 1527, la lega costituitagli contro da Francia, Inghilterra, Firenze, Venezia, ducato di Milano e Papa Clemente VII, invase il regno di Napoli. Erano 16.000 i soldati francesi, veneziani e romani che nell'agosto 1528 diedero l'assalto a Brindisi, dapprima dalla parte del mare, ma inutilmente, perché furono respinti dai cannoni del castello alfonsino. Come ulteriore opera di difesa, per impedire l'accesso alle navi francesi, il sindaco brindisino Giacomo de Napoli bloccò l'imboccatura del porto interno (attuale canale Pigonati), facendovi affondare una sua nave (una fusta, piccola galea a un solo albero) carica di piombo. I soldati della lega riuscirono però a conquistare la città da porta Lecce, e vi si insediarono requisendo le abitazioni. Comandava il castello grande Giovanni de Glianes, per conto di Ferdinando d'Alarçon, generale di cavalleria qui inviato nel 1516 da Carlo V. Il castellano, nella convinzione che una parte dei brindisini avesse instaurato rapporti amichevoli col nemico, mentre con ogni probabilità essi cercavano solo di fare buon viso a cattivo gioco, ordinò di sparare con i cannoni contro le abitazioni, colpendo così anche gli innocenti e i fedeli dell'Imperatore. Contro l'artiglieria del castello il nemico oppose - con un tiro incrociato - due batterie, una che si trovava tra il castello e San Paolo (attuale sito di S. Aloi, voce dialettale derivante dal francese che sta per sant'Eligio), e l'altra sulla riva in prossimità del termine dell'antica via Appia. Si continuò a colpire da entrambe le parti per molti giorni, mentre i soldati del castello facevano sortite vittoriose.

L'episodio che portò al saccheggio della città e al massacro di molti brindisini avvenne in quell'occasione. Il comandante generale dei soldati della lega, Simone Romano, mentre passava sul ponte situato nei pressi della seconda batteria (per non far conoscere il suo grado era salito sul cavallo di un semplice militare), attrasse l'attenzione di un artigliere del castello, che si vantava con i compagni di essere molto preciso. Costui scommise che sarebbe riuscito a colpire l'uomo a cavallo con una piccola bombarda (chiamata smeriglio), e in effetti - misurando a occhio la distanza e i movimenti del cavallo - colse il generale Romano su un fianco e lo gettò morto a terra. I soldati occupanti celebrarono solenni funerali al loro comandante, il cui corpo fu posto a riposare nella chiesa di Santa Maria del Casale. Sul suo sarcofago era ancora nel XVII secolo la seguente iscrizione: Hic iacet Simeon Thebaldus Romanus, Imperator Exercitus.

Prima di togliere l'assedio, i soldati della lega - non potendo vendicarsi degli artiglieri del castello - sfogarono la loro ira, nel corso di un'intera notte, contro la città, saccheggiando e uccidendo uomini, donne, vecchi, come avevano già fatto a Molfetta. Quello che ottomila mercenari luterani tedeschi (Bavaresi, Svevi e Tirolesi) avevano fatto a Roma l'anno prima, fecero a Brindisi sedicimila francesi, veneziani e romani ai danni degli innocenti cittadini. Un episodio degno di nota è quello del brindisino che, travestito con i suoi domestici da soldato nemico, mise in salvo vita e beni facendo finta di svaligiare la sua stessa casa. Il sacco lasciò Brindisi poverissima e pressoché priva di abitazioni, perché molte erano state demolite dall'artiglieria del castello.

Incaricato da Carlo V, il generale d'Alarçon nel 1530 munì la città di nuove mura, potenziò i castelli e porta Lecce e fece costruire i torrioni di San Giacomo, San Giorgio (si trovava davanti all'attuale piazza della stazione ferroviaria) e quello posto a lato della porta di Mesagne.

Fu Gioacchino Murat, generale francese e cognato di Napoleone, re di Napoli dal 1808 al 1815 (allorché fu fatto fucilare dai Borboni a Pizzo Calabro), a trasformare nel 1814 il castello grande - da tempo in stato di abbandono dopo che era stato dismesso dagli Spagnoli - in "bagno penale", funzione che svolse anche sotto i Borboni e i Savoia fino ai primi anni del 900, quando la Marina Militare ne fece la sede della sua base di Brindisi. Nel 1879 il castello ospitava 800 forzati.

Il medico milanese di Carlo V, Luigi Marliano, suggerì all'Imperatore nell'estate 1516 di adottare quale stemma di Brindisi le due colonne - che comunque erano già da secoli l'emblema più o meno ufficiale della città - così come si osservano, con la scritta ai lati "AD HERCVLIS COLVMNAS", nel bassorilievo in pietra murato all'esterno del castello grande, all'ingresso del Comando della Marina Militare.

 

Le Colonne Romane di Brindisi

Colonne romane di Brindisi
Colonne romane di Brindisi

      Sono tre le ipotesi tramandate sulle origini delle colonne romane di Brindisi. Per molti - ed è l'ipotesi più accreditata dalla tradizione - si tratta di un monumento fatto innalzare nel 110 circa d. C. dall'imperatore Traiano, per celebrare - con il potenziamento del nostro porto - la costruzione di una deviazione della via Appia per il tratto che da Benevento conduceva a Brindisi, passando da Canosa, Ruvo, Egnazia; strada che da lui fu detta Traiana o Appia-Traiana (ma anche Egnazia). La prima parte dell'originaria via Appia era stata costruita nel 322 a. C. dal censore Appio Claudio il Cieco per unire Roma a Capua, ma qualche decennio dopo la strada fu prolungata sino a Benevento e Taranto, conquistata nel 272. Sottomessa cinque anni dopo anche Brindisi, si rese necessario il prolungamento fino al nostro porto, realizzato molto probabilmente da Appio Claudio Pulcro, che fu console nel 213 a. C. A quei tempi Oria, attraversata dalla primitiva via Appia, svolgeva l'importante funzione di mansio, cioè di un luogo in cui, oltre a cambiare i cavalli, i viaggiatori potevano pernottare.
Per altri è un monumento eretto in onore di Ercole (il libico), al cui figlio Brento i brindisini facevano risalire la rifondazione della città, e il cui culto era molto vivo a Brindisi, come in tante altre città. Ciò a somiglianza delle più famose colonne poste in Africa e in Spagna, sull'attuale stretto di Gibilterra, che indicavano la fine del mondo allora conosciuto.

Rappresentazione antica delle colonne romane

 Per altri ancora le colonne sarebbero state volute dai Romani per premiare la lealtà dei brindisini, che nel 214 a. C. - a differenza dei tarantini - non si erano arresi ad Annibale; o del brindisino Lucio Ramnio, in particolare, che nello stesso anno fece fallire il piano del re macedone Perseo, che voleva battere i Romani facendone avvelenare i comandanti di passaggio dalla nostra città; o per premiare il contributo in denaro e soldati che Brindisi - con poche altre città - assicurò a Roma nella guerra contro i Cartaginesi anche dopo la disfatta di Canne; oppure il validissimo aiuto fornito a Silla (nell'83 a. C.), a Cesare (nel 48 a. C.) e a Ottaviano (il futuro Cesare Augusto, nel 38 a. C.), in occasione delle guerre civili che li videro vincitori rispettivamente su Mario, Pompeo e Marco Antonio.
In ogni caso le colonne sarebbero servite, per un certo periodo, evidentemente prima che l'accesso al porto e la sua prima difesa fossero trasferiti dall'attuale canale Pigonati all'isola di Sant'Andrea, come faro: tra un capitello e l'altro fu posta una robusta traversa di bronzo con un fanale dorato (opportunamente protetto e in grado di sopportare l'impeto dei venti) al centro, per dare ai naviganti un punto di riferimento e la possibilità di trovare riparo anche di notte dalle furiose tempeste per le quali nell'antichità era famoso l'Adriatico.

In favore dell'ipotesi che considera le colonne "terminali della via Appia", vi è la contemporanea costruzione a Benevento - l'altra città interessata dalla costruzione del nuovo tratto orientale della strada, di strategica importanza per le campagne orientali, in particolare contro i Daci - dell'arco celebrativo detto di Traiano; ed è molto probabile che Brindisi, punto di arrivo della duplice strada e base di partenza per l'Oriente, che forniva assistenza e vettovaglie alle imponenti armate romane, abbia avuto nell'occasione un proprio monumento celebrativo. Un'epigrafe fu ritrovata nel 1736 nel giardino del palazzo Montenegro (in una parete del quale fu murata), con la seguente iscrizione dedicata dai brindisini a Traiano:

IMP - CAESARI - DIVI - NERVAE - F - NERVAE - TRAIANO - AVG - GER - DACIC -PONT - MAX - TRIB - POT - XIV - IMP - V - COS - VI - P - P - BRVNDVSINI - DECVRIONES - ET - MVNICIPES (A Nerva Traiano Imperatore, Cesare, Augusto, figlio del divo Nerva, Germanico, Dacico, Pontefice Massimo, Tribuno per la quattordicesima volta, Imperatore per la quinta, Console per la sesta, Padre della Patria, i Decurioni e i Municipali Brindisini).

Inoltre, un bellissimo torso loricato - ora nel Museo Archeologico Provinciale - fu rinvenuto nel 1932 in via Tarantini, durante uno scavo: dalla ricchezza dei fregi ornamentali della corazza potrebbe trattarsi di un simulacro dello stesso Traiano, a significare i profondi legami tra l'Imperatore e la nostra città. Infine, non si può sottacere il fatto che nel 29 a. C. il Senato romano decretò, a ricordo della vittoria di Ottaviano ad Azio di due anni prima, l'erezione di due archi di trionfo, uno a Roma e l'altro a Brindisi, a ulteriore dimostrazione che Roma era particolarmente generosa quando si trattava di celebrare - con monumenti - vittorie e opere pubbliche. È noto che al tempo dell'Impero, Brindisi fu forse il più importante nodo stradale; e nel nostro porto, attivissimo già agli inizi del II sec. a. C., Augusto teneva stabilmente un'intera flotta. A Roma ha peraltro resistito alle ingiurie del tempo la splendida colonna Traiana, che celebra le conquiste dell'Imperatore.

In favore dell'ipotesi che le colonne siano state erette in onore di Ercole, vi è da dire che a parte l'incredibile culto che nei tempi antichi veniva reso a questo dio dalla forza proverbiale, e la pretesa di molte città di discendere da lui (soprattutto allo scopo di intimorire i nemici, ritenendosi o facendo credere di essere invincibili), c'è l'iscrizione che all'incirca nel 1660 i leccesi fecero scolpire sulla base del monumento a S. Oronzo, realizzato - come si vedrà - con una parte di una delle colonne romane di Brindisi:

 

COLVMNAM HANC QVAM BRVNDVSINA CIVITAS SVAM AB HERCVLE OSTENTAS ORIGINEM PROPHANO OLIM RITV IN SVA EREXERAT INSIGNIA RELIGIOSO TANDEM CVLTV SVBIECIT ORONTIO VT LAPIDES ILLI QVI FERARVM DOMITOREM EXPRESSERANT NOVO CAELAMINE VOTO ET CVLTV TRVCVLENTIORIS PESTILENTIAE NOSTRI TRIVNPHATOREM POSTERIS CONSIGNARENT (Questa colonna che la città di Brindisi, che ostenta la sua origine da Ercole, con rito profano aveva eretto come sua insegna, finalmente con rito religioso sottopone ad Oronzo, affinché quelle pietre che avevano simboleggiato il domatore delle belve, con nuovo aspetto, voto e culto tramandino ai posteri il trionfatore della feroce pestilenza). Un'ipotesi in parte suffragata dalla datazione al III sec. d. C., successivamente quindi alle imprese di Traiano e alle guerre puniche e civili, proposta per il capitello della colonna rimasta a Brindisi; ma si tratta di un elemento che può essere stato sostituito in epoca successiva all'erezione dei fusti delle colonne, che in origine devono aver sostenuto due statue. Infatti, un bassorilievo in pietra, senza data, murato all'esterno del Castello Svevo, mostra le due colonne con i capitelli e due piattaforme, presumibili appoggi per statue. Ai lati delle colonne vi è l'iscrizione: AD HERCVLIS COLVMNAS.

In favore dell'ipotesi che vede nelle colonne un premio alla lealtà e generosità dei brindisini, vi è la gratitudine dimostrata in particolare da Lucio Silla per l'accoglienza e il mantenimento della sua armata costituita da 600 navi, al ritorno dalla guerra contro il re del Ponto Mitridate: la città fu per un lungo periodo esonerata dal pagamento a Roma dei tributi cui erano obbligate le altre città. Le colonne potrebbero anche essere state erette con una parte delle opere d'arte orientali che costituivano il bottino di guerra di Silla.

La colonna superstite, di marmo bigio orientale, è alta - come d'altronde quella caduta nel 1528, trasportata a Lecce e modificata nel 1660 - m. 18,74, dei quali 4,44 di base, 11,45 per gli otto rocchi, 1,85 per il capitello e un metro per il pulvino. Il suo capitello è adornato con quattro deità e otto tritoni e foglie di acanto; il pulvino ha tre ordini di fregi.

Sulla base della colonna rimasta a Brindisi vi è un'iscrizione che ricorda la ricostruzione nel IX secolo della città, distrutta dai Saraceni (che tra l'altro appiccarono il fuoco alle colonne), ad opera di un illustre personaggio della Corte imperiale greca, il protospatario Lupo, che agì nel nome dell'Imperatore di Costantinopoli Basilio. L'iscrizione, che si leggeva ancora interamente nel 1674, diceva:

 

ILLUSTRIS PIVS ACTIB. ATQ: REFVLGENS - PTOSPATHA LVPVS VRBEM HANC STRVXIT AB IMO - QVAM IMPERATORES MAGNIFICIQ: BENIGNI … (L'illustre e pio per azioni benefiche Lupo Protospata ricostruì dalle fondamenta questa città, che gli Imperatori magnifici e benigni …) L'epigramma continuava con ogni probabilità (e logica) sulla base della seconda colonna, troppo presto deterioratasi: dei caratteri non è rimasto neppure il ricordo.

 Colonna con S.Oronzo a Lecce

 Il 20 novembre 1528, senza apparente motivo, una delle colonne crollò, e il rocchio superiore (quello immediatamente sotto il capitello) cadde di traverso sulla base, mentre tutti gli altri, inclusi il capitello e il pulvino rimasero a terra per quasi 132 anni. La peste - che aveva già colpito Brindisi nel luglio 1526 uccidendo in pochi giorni un gran numero di cittadini - scoppiò di nuovo nel regno di Napoli nel 1657, ma non si diffuse nella terra d'Otranto, si ritenne per intercessione di S. Oronzo (i brindisini si rivolsero invece a San Rocco, come avevano fatto 130 anni prima). A Lecce, in particolare, si pensò di erigere al Santo un monumento, cui il sindaco di Brindisi Carlo Stea decise di contribuire donando i rocchi e il capitello caduti, danneggiati e in stato di abbandono della colonna romana. Il suo successore (la carica allora durava solo un anno), Giovanni Antonio Cuggiò, interpretando i sentimenti dei cittadini che preferivano che al monumento si provvedesse con marmo nuovo, al cui acquisto erano pronti a contribuire, rifiutò di consegnarli. Il 2 novembre 1659 giunse però alla Città l'ordine del Vicerè di Napoli conte di Castrillo di consegnare i pezzi cascati della colonna: il nuovo Sindaco Carlo Monticelli Ripa provò a chiedere un contrordine, ma inutilmente. Il trasporto fu effettuato l'anno successivo tra molte difficoltà, non per ostacoli frapposti dai brindisini, ma perché le strade erano impraticabili per le piogge, e i carri dell'epoca non erano in grado di sopportare il peso della colonna, mentre vi era la necessità di evitare il rischio di danneggiare ulteriormente i pezzi già malridotti. L'architetto leccese Giuseppe Zimbalo, oltre a costruire una nuova base con pietra locale, fu costretto a rastremare i rocchi di 65 centimetri (la circonferenza passò alla base da m. 4,77 a 4,12) e a ridurre, trasformandone lo stile e le figure, il capitello corinzio. A quanto sembra, il capitello originale rappresentava figure femminili e principi persiani.

Una prima sistemazione della collinetta su cui sono le colonne romane fu eseguita nel 1861, sotto il sindacato di Domenico Balsamo, primo sindaco liberale di Brindisi, con la pavimentazione del piazzale e la costruzione di una stretta scalinata, che assunse l'ampiezza attuale in occasione della costruzione del Monumento Nazionale al Marinaio d'Italia (1933).

Nel 1937, su "La Stampa" di Torino Margherita Sarfatti auspicò il ritorno a Brindisi della colonna di S. Oronzo, per ricomporre il monumento così com'era in origine, ma il Consiglio Superiore delle Belle Arti - su relazione dell'Accademico Gustavo Giovannoni - non ritenne possibile il ritorno della colonna, poiché rocchi e capitello, a causa della caduta, erano stati ormai ridotti e modificati.

Ferdinando II d'Aragona ordinò nel 1496 che sulle medaglie e monete che si coniavano a Brindisi s'incidessero le colonne romane, in segno della lealtà immutabile dei brindisini, di cui anch'egli, come Silla, Cesare e Ottaviano, aveva avuto prova. Su alcuni esemplari furono aggiunte le parole FIDELITAS BRVNDVSINA. Ma le colonne non furono introdotte nel nostro stemma dagli Aragonesi: si tratta di un'insegna antica, visibile anche in un affresco del XIV secolo intitolato "Albero della Croce", che è all'interno della Chiesa di S. Maria del Casale (del 1300 circa).

 

Il Castello Alfonsino e il Forte a Mare

 

Forte a Mare
Castello Alfonsino o Aragonese
Foto coll. Mogavero-Pennetta  

 

L'isola di S. Andrea

  L'isola su cui sorgono il Castello Alfonsino e il Forte a Mare si chiamava anticamente Bara (nome di origine orientale, forse ebraica): presso gli antichi fu molto celebre ed è ricordata da Cesare, Appiano, Plinio, Mela, Lucano. Essa fu utilizzata, durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo, come base d'attacco da Libone, che per Pompeo comandava una flotta di cinquanta navi, per cacciare dai posti vicini i presidi della cavalleria di Cesare e spargere lo spavento tra i suoi soldati. Marco Antonio, però, assediò a sua volta Libone e, impedendogli di rifornirsi di acqua potabile, lo costrinse a fuggire. Si ritiene che i suoi abitatori, di là cacciati, avessero fondato Bari (l'antica Barium).

Dal Medioevo l'isola si chiamò invece di S. Andrea, perché nel 1059 l'Arcivescovo di Brindisi Eustasio, che aveva la sua residenza a Monopoli, la concesse ai baresi Melo e Teudelmano per costruirvi un monastero in onore dell'Apostolo Sant'Andrea. L'importante abbazia benedettina (i suoi imponenti capitelli sono ora esposti nel Museo Provinciale) dovette essere costruita in breve tempo: nel 1062 abate di S. Andrea era Melo. Nei secoli successivi, i monaci dell'abbazia avrebbero trasferito il culto del Santo in città, in una chiesa che era sul promontorio detto di S. Andrea. Nel 1579, la chiesa e il monastero di S. Andrea "piccolo" (per distinguerlo da quello dell'abbazia dell'isola) caddero in rovina, e all'Apostolo fu dedicata una cappella nella nuova chiesa di S. Teresa, sorta nel 1671, il cui convento, tenuto dai Carmelitani Scalzi, confinava con la chiesa e il monastero diroccati.

Nel tempo, per ragioni di difesa marittima, l'isola fu divisa artificialmente in tre parti: nella prima sorge il Castello Alfonsino, nella seconda il Forte a Mare, e nella terza, conosciuta come isola del lazzaretto, vi era nel 1934 una batteria di cannoni, la "Pisacane". Fino a 130 anni fa circa, si accedeva al porto medio di Brindisi attraverso due aperture: la prima, chiamata Bocca di Puglia, tra l'isola del lazzaretto e punta Mater Domini, per la quale transitavano le navi provenienti da Nord; e la seconda, larga il doppio della precedente, tra il Castello e le Pedagne, per la quale transitavano le navi provenienti dall'Oriente. Bocca di Puglia fu chiusa da una diga nel 1869, per maggiore sicurezza delle navi che si ancoravano a Costa Guacina.

 

La difesa del porto fino al 1481

  Prima della conquista di Otranto da parte dei Turchi (1480), la prima difesa della città avveniva all'altezza dell'attuale canale Pigonati. L'imboccatura, anticamente molto larga e profonda, ma resa più stretta da Cesare che voleva impedire l'uscita dalla città del suo nemico Pompeo, fu ostruita prima dallo stesso Cesare (48 a. C.), poi dal Principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo (1450 circa) e quindi dal Sindaco brindisino Giacomo de Napoli (1529).

Furono i Normanni a sentire per primi il bisogno di costruire sull'isola di S. Andrea un avamposto difensivo del porto esterno, più probabilmente a scopo di vedetta; mentre Carlo I d'Angiò (1226-1285), che negli anni 1273-1274 sostenne una guerra contro greci e albanesi, vi fece costruire probabilmente una torre cilindrica, primo nucleo di quello che sarebbe diventato un castello solo sotto gli Aragonesi, a seguito della grave minaccia rappresentata dai Turchi. Gli Angioini continuarono a considerare l'imboccatura del porto interno (quello che sarebbe diventato il canale Pigonati) il primo vero baluardo a difesa della città: sulle due sponde del canale fecero costruire due torri; la maggiore - ancora esistente alla fine del 600, sul lato di ponente - era collegata alla minore da una catena di ferro, come si vede bene nella celebre pianta della città, del 1703, di G. B. Pacichelli. La catena è conservata nel Castello Svevo, sede del Comando della Marina Militare.

 

Il castello a mare angioino (o di S. Maria del Monte)

  Carlo I d'Angiò, figlio del re di Francia Luigi VIII, prima re di Sicilia, poi anche d'Albania e di Gerusalemme, vincitore degli Svevi nel 1266 a Benevento e nel 1268 a Tagliacozzo (sarebbe poi stato sconfitto dagli Aragonesi nel 1284), fece costruire a Brindisi, nel 1268, un castello con sei torri merlate che si affacciava sul seno di levante, in località Belvedere. Fu questo il Castello di S. Maria del Monte (nel quale era incorporato il palazzo reale), detto Castello a mare per distinguerlo da quello "di terra", lo Svevo di Federico II, che pure si affaccia sul mare. Nel 1410 il castello aveva già bisogno di riparazioni e divenne inutile (fu disarmato e demolito) dopo la costruzione del Castello Alfonsino ad opera degli Aragonesi. Carlo I d'Angiò, che attuò con scarsa fortuna una politica espansionistica in Oriente, costruì ai piedi del Castello un grandioso arsenale, nello stesso luogo in cui si trovava l'arsenale romano e dov'è ora la stazione marittima.

  Forte a mare, cala interna
Forte a mare, cala interna
 Castello Alfonsino: Cala interna al Forte - Foto coll. Nolasco  
Il castello Alfonsino (o Aragonese)

  Nel 1481, Ferdinando d'Aragona ordinò al figlio Alfonso, duca di Calabria, di costruire sull'isola di S. Andrea una fortezza in grado di difendere efficacemente porto e città con un minor numero di soldati: all'inizio fu solo una rocca, o una gran torre, dov'era la stanza in cui dormiva il re. Già nel 1484 il forte fu attaccato dal generale veneziano Francesco Marcello che, dopo essere stato sconfitto sul terreno dal brindisino Pompeo Azzolino, tentò di conquistare la città dalla parte del mare. Ma, respinto anche dalle artiglierie della "rocca dell'isola", ripiegò su Gallipoli, che riuscì ad occupare a caro prezzo.

Sperimentata con successo la capacità di difesa della fortezza, Alfonso I d'Aragona la fece ampliare con la costruzione di un antemurale - con bastioni - al torrione preesistente, e con mura alte e molto spesse: alle due torri, cilindrica e quadrata, ne fu aggiunta un'altra poligonale così che il castello assunse una forma triangolare. Il tutto inglobava ormai la chiesa e l'abbazia di S. Andrea. Si chiamò Alfonsino, ma anche "dell'isola"; i nemici che lo vedevano da lontano lo chiamavano con timore "il castello rosso", a causa del colore che al tramonto assumeva la pietra, cavata nell'isola stessa, con cui era costruito. E' noto anche come Castello Aragonese, dalla casata dei re che lo fecero costruire. D'altro canto, Alfonso fece ampliare e fortificare anche il Castello Svevo, detto talvolta "castello grande" per la sua mole.

Nel 1516, il regno di Napoli fu trasferito alla Casa d'Austria, a seguito della morte di Ferdinando d'Aragona, la cui figlia Giovanna aveva sposato Filippo I d'Asburgo, arciduca d'Austria. Il loro figlio Carlo V, nato a Gand nel 1500, il futuro imperatore, a soli 16 anni ereditò dal nonno i regni d'Aragona e di Castiglia, con tutti i loro possedimenti, incluse le colonie americane, poiché il padre Filippo era morto prematuramente dieci anni prima. Per contrastare l'enorme estendersi dei domini di Carlo V, il re di Francia Francesco I promosse una Lega contro di lui alleandosi con i Veneziani e i Romani (si sarebbe in seguito unito anche con i Turchi pur di combattere l'Imperatore).

Nel 1528, i Veneziani con 16 galee attaccarono nuovamente il Castello, che si difese benissimo con i molti pezzi di artiglieria di cui era stato dotato, costringendo le navi nemiche ad allontanarsi (comandante del Castello era allora Ferdinando Alarcòn, inviato da Carlo V per controllare e potenziare, come fece, le fortificazioni della città). La città fu invece costretta ad arrendersi, e saccheggiata, quando fu attaccata dalla parte di terra (Porta Lecce) da 16.000 soldati della Lega. Le artiglierie dell'epoca usavano palle di pietra, ferro e piombo. A Brindisi si fondevano i cannoni e si fabbricava la polvere da sparo. Uno dei fonditori era Nicola Scarzopino (operava nel 1543); mentre Bartolomeo e Natale de Prenda fabbricavano e raffinavano polveri da sparo per cannoni e archibugi nel 1595. Una fabbrica di polvere esisteva allora nelle vicinanze di via S. Ippolito. Maestri muratori, falegnami e ferrai erano in quegli anni, a Brindisi, Donato Fischetto e Pietro de Tuccio (operanti nel 1583), Donato Santabarbara (1593), Teodoro Ignini (1595), Martino de Stratis (1599), Teodoro Buongiorno (1602), Francesco Guido (1611). Fornitori di calce erano, negli anni 1596 e seguenti, i brindisini Donato Antonio Dotto, Matteo della Ragione e Girolamo Moriero. Il loro nome è stato tramandato perché vincitori di appalti indetti per opere e forniture eseguite per il Castello e il Forte.

Il Forte a Mare

  Nei primi anni del regno di Filippo II d'Austria, figlio di Carlo V, fu deciso di completare la fortificazione dell'isola di S. Andrea, per evitare che il nemico, occupato lo spazio vuoto, vi piazzasse le sue armi di assedio o di offesa e colpisse molto da vicino il castello, rendendolo inutile. Nel 1558, si diede inizio alla costruzione del Forte dell'Isola, o Forte a Mare, di mole smisurata, contiguo e congiunto alle mura orientali dell'antica rocca; la costruzione durò 46 anni senza pausa nei lavori. Castello e Forte costituirono un grande triangolo isoscele; erano divisi solo da un profondo fossato, per impedire al nemico che avesse eventualmente conquistato l'uno di passare facilmente all'altro.

Dapprima, nel 1577, Forte e Castello furono uniti da un ponte di pietra che scavalcava il fossato: in quell'occasione fu aperta la porta sul Forte e fu chiusa quella del castello che era sul mare verso mezzogiorno. Ma presto gli ingegneri e i commissari reali si accorsero dell'errore di esporre entrambe le fortezze ad un unico pericolo, e sostituirono il ponte di pietra con uno levatoio di legno per dare un solo comandante ad entrambe e per dividerle in caso di necessità. Risale al 1583 l'iscrizione fatta apporre dal castellano Lorenzo Cariglio di Melo in memoria dell'unificazione dei due immobili sotto un solo comando. Per dare un'idea dell'importanza della piazzaforte di Brindisi in Puglia al tempo degli Austriaci: nel 1572 erano a Brindisi duemila soldati in pianta stabile (come a Taranto); a Trani mille, a Bari 600, ad Otranto 400. Un tentativo di attacco al forte avvenne nei primi giorni del giugno 1616, durante il regno di Filippo III, da parte di undici vascelli veneziani, che furono dissuasi da otto grandi navi da guerra spagnole, comandate dal gen. Francesco di Ribera.

Il più famoso castellano del Forte a Mare fu il "maestro di campo" Luigi (Aloysio) Ferreyra di Lisbona, che il 25 febbraio 1711 istituì, con un cospicuo capitale personale di 9.000 ducati, una rendita di 600 ducati annui a favore dei soldati del castello e dei loro eredi. Il 4 giugno 1715 entrarono in città 150 soldati tedeschi, dei quali cento presidiarono il Forte a Mare e il Castello Alfonsino, dopo che Filippo V (nipote di Luigi XIV), salito al trono di Spagna nel 1701, primo dei Borboni, era stato privato, con la pace di Utrecht (1713) e quella di Rastatt (1714), del regno di Napoli, a seguito della guerra di successione provocata dall'Austria. Vent'anni dopo, nel 1735, con la riscossa spagnola che costrinse i tedeschi ad abbandonare la città, il figlio Carlo III di Borbone assunse il titolo (per la prima volta) di re delle due Sicilie. A Carlo sarebbero successi Ferdinando I di Borbone nel 1759, salito al trono come Ferdinando IV di Napoli, Francesco I nel 1825, Ferdinando II nel 1830 e, ultimo, Francesco II nel 1859, appena due anni prima dell'Unità d'Italia.

Il 12 marzo 1739 giunse a Brindisi una delegazione di ingegneri e ufficiali di artiglieria, al comando del maresciallo spagnolo Andrea de los Covos, primo ingegnere di Carlo III, per fare la pianta del Forte, del castello di terra e di tutta la città, di cui misurò le strade e le mura. Si tratta della famosa "mappa spagnola" in possesso del Comune di Brindisi: in quegli anni la città era abitata da 7.000 persone, mentre poteva contenerne più di 50.000.

Il Forte fu attaccato, danneggiato ed espugnato, il 9 aprile 1799, dal vascello francese "Il Generoso". Brindisi, rimasta fedele ai Borboni, dopo che i rivoluzionari francesi, entrati a Napoli tre mesi prima, vi avevano proclamato la repubblica, ospitava in quei giorni due controrivoluzionari corsi arruolati nell'esercito borbonico, Giovanni Francesco di Boccheciampe e Giovan Battista De Cesari. Costoro assunsero il comando delle batterie del Forte, danneggiarono la nave francese (un colpo di cannone ne uccise il comandante) che tuttavia, aiutata da otto paranze barlettane favorevoli alla causa rivoluzionaria, riuscì a smantellare la fortezza nel versante in cui era disarmata e a conquistarla. I francesi entrarono in città ma si ritirarono in fretta pochi giorni dopo, il 16 aprile, lasciando le provviste alimentari che avevano trovato nel Forte (farina, biscotti, vino, fagioli, ceci, carne salata). Boccheciampe fu preso e fucilato dai rivoluzionari nei pressi di Trani.

Nel secolo successivo, castelli e fortezze persero la loro funzione difensiva: il Castello Svevo di Brindisi fu utilizzato come bagno penale, il Forte a Mare come lazzaretto, il Castello Alfonsino come sede di un faro e, durante la Grande Guerra (1915-1918), come deposito di mine. Nel 1984, la Marina Militare consegnò il complesso dell'isola (forte e castello, 28.600 metri cubi, oltre ai grandi spazi aperti) al Demanio dello Stato, che lo affidò alla Soprintendenza regionale ai Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici. Con i fondi dell'Unione Europea destinati allo sviluppo del turismo, e in particolare del turismo d'affari, la Soprintendenza sta ora restaurando il Forte a Mare, mentre la Provincia di Brindisi ha pressoché terminato i lavori, assunti di propria iniziativa, per il recupero funzionale del Castello Alfonsino.