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Latiano

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Castello Imperiali
Foto Mogavero - Pennetta

 Sarebbe stata fondata nell'XI secolo sulle proprietà concesse dai Normanni ai Benedettini di S. Andrea dell'Isola di Brindisi; ma a soli tre chilometri vi è l'area archeologica di Muro Tenente (o Paretone, dai ruderi delle sue imponenti fortificazioni), quasi certamente l'antica Scamnum, che risale all'VIII secolo a. C. e fu abitata sino al VI sec. d. C.; inoltre, nei dintorni sono stati rinvenuti resti di ville prediali romane. La probabile origine del nome è dal latino-italiano "lato", perché il paese - allargatosi unificando i vicini casali - sorge in una vasta campagna.

Dopo la dominazione normanna, sveva, angioina e aragonese, il feudo di Latiano passò nel 1551 ai baroni Francone e da questi alla famiglia Imperiali, marchesi di Francavilla e Oria, che lo detennero sino alla fine del XVIII secolo.

Il castello, ora Palazzo di Città, costruito nel XVII secolo su una preesistente struttura cinquecentesca (cui appartenevano le due torri quadrate, unite in seguito da un corpo di fabbrica), ha sulla facciata un loggiato sormontato da un grande arco, entro il quale è inserito lo stemma degli Imperiali. Furono questi, nel 1724, a trasformare il fortilizio - su probabile disegno dell'architetto Mauro Manieri di Nardò - in elegante residenza, con portale bugnato e finestre riccamente decorate, nella quale raccolsero numerosi quadri di scuola napoletana e veneta del 600 e 700, tra i quali "La Caduta di San Paolo" di Giovanni Papageorgio di Atene, pittore dimorante a Manduria nella metà del sec. XVII (una sua opera, che rappresenta "S. Antonio di Padova", è nella Chiesa degli Angeli di Brindisi, ed altre sono a Oria e Torre).

La Chiesa Matrice, edificata sul finire del sec. XV (o nei primi anni del XVI) sui resti di una chiesa intitolata a S. Michele Arcangelo, è dedicata a Santa Maria della Neve. Più volte rimaneggiata, ha ora una sobria facciata scandita da lesene. Nella chiesa del SS. Crocefisso si venera un crocefisso ligneo del 600. Fuori del centro abitato è il Santuario della Madonna di Cotrino, costruito nell'ultimo decennio a ridosso di una cappella secentesca che conserva, più volte restaurato, un affresco con l'immagine miracolosa della Vergine (una contadina della Basilicata fu guarita in quel luogo da una grave malattia). Tra Latiano e San Vito è una chiesa rurale dedicata a Santa Maria della Selva. A pochi chilometri, nei pressi della masseria Grottole, è la cripta di S. Angelo con tracce di affreschi databili al XIII secolo: s'intravedono una Madonna con Bambino, S. Michele Arcangelo e S. Giovanni.

Dal 1974 Latiano dispone di un interessante Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari, con la ricostruzione - ricca di innumerevoli oggetti d'epoca - dell'ambiente casalingo e delle attività agricole e artigianali.

 

Francavilla Fontana

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Porta di Francavilla Fontana
Francavilla - Porta del Carmine - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Le ricerche archeologiche hanno documentato le origini messapiche della città, occupata poi dai Romani, per la presenza di un piccolo insediamento che va dalla seconda metà del IV sec. fino ai primi decenni del II sec. a. C. In contrada S. Lorenzo, nei pressi del canale Reale (lungo l'antica via Appia), sono stati rinvenuti i resti di una villa rustica di epoca romana, costruita verso la fine del I sec. a. C. E' qui che agli inizi del XIV secolo sarebbe sorta Francavilla, per iniziativa di Filippo I d'Angiò, principe di Taranto e signore di Oria. Mentre cacciava cervi in quella zona nel 1332, il principe avrebbe rinvenuto presso una fontana - secondo la tradizione - un'immagine della Beata Vergine dipinta su un muro diroccato. Vi fece costruire una chiesa (S. Maria della Fontana, di cui esiste ancora un muro laterale con monòfora, dopo la ricostruzione del XVIII secolo), intorno alla quale radunò gente dalle campagne vicine: al nuovo casale diede il nome di Villa San Salvatore. Per incentivarne lo sviluppo, il principe angioino concesse numerose franchigie: da qui il cambio del nome a Franca Villa (dal francese ville), città franca, ossia esente da tasse e contributi. In seguito, per distinguerla da altre città con lo stesso nome, fu chiamata Francavilla d'Otranto. Solo nel 1864 divenne Francavilla Fontana, a ricordo dell'icona bizantina che raffigura la Madonna della Fontana.

Nel 1364 il casale passò a Filippo II d'Angiò, che lo cinse di mura, in seguito ampliate dal principe di Taranto Raimondello del Balzo Orsini. Da costui passò prima ai Borromeo e poi agli Imperiali, che la tennero finché Ferdinando IV di Borbone la dichiarò città libera, alla fine del XVIII secolo. Fu il figlio di Raimondello, il più noto Giovanni Antonio del Balzo Orsini, che fece costruire nel 1455 una grande torre quadrata (primo nucleo di quello che sarebbe diventato il palazzo Imperiali, a pianta rettangolare, che ha la struttura di un castello fortificato), alla quale il marchese di Oria e feudatario di Francavilla Giovanni Bernardino Bonifacio aggiunse - nel 1536 - altre tre torri. I restauri fatti eseguire dagli Imperiali dal 1701 al 1730 lo trasformarono in splendida residenza; ora è la prestigiosa sede dell'Amministrazione comunale. Su una facciata laterale vi è un grande loggiato barocco con quattro arcate incorniciate da sculture; lungo gli altri lati si aprono monòfore rettangolari. Un ampio portale del 700 dà accesso al cortile dov'è il fonte battesimale del XIV secolo che faceva parte della chiesa angioina distrutta dal terremoto del 1743.

Le porte di Francavilla appartengono a secoli diversi: al XVII quella del Carmine, a tre fòrnici, edificata dagli Imperiali nel 1640 più come arco di trionfo che come porta; al XVIII quelle dei Cappuccini e della Croce (1714). Il borgo ha un aspetto rinascimentale e barocco, con i palazzi Pepe, Bottari, Giannuzzi-Carissimo. Alla metà del XVI secolo risalgono i palazzi Cotogno e Argentina. Il palazzo Bianco, in stile rococò, è della fine del XVII secolo.

La chiesa matrice, o chiesa del Rosario, con imponente cupola rivestita da mattonelle di maiolica, fu ricostruita tra il 1743 e il 1759 là dov'era la chiesa angioina della Madonna della Fontana del XIV secolo. In via S. Francesco è la chiesa del Carmine, con annesso convento costruito nel 1517 e utilizzato come ospedale nel 1867. La chiesa di S. Maria della Croce sarebbe stata edificata nella prima metà del sec. XVI là dove esisteva un'antica cappella, dalla quale fu presa un'immagine della Vergine dipinta su muro (databile al XIII secolo), la meglio conservata tra le immagini mariane di tradizione medioevale. Sulla via per Ceglie, fuori la porta dei Cappuccini, è la chiesa dello Spirito Santo, la cui costruzione cominciò il 19 marzo 1759. La chiesa dell'Immacolata fu consacrata dal vescovo di Oria Luigi Margherita il 23 agosto 1869. Nell'agro francavillese, interessanti due cripte basiliane, presso le masserie Caniglia e di S. Croce: l'ultima con affreschi di santi dipinti tra il XV e il XVI secolo.

Importante centro agricolo, artigianale, industriale (piccole e medie imprese) e commerciale, Francavilla è sede della Fiera Nazionale dell'Ascensione, che si svolge nel mese di maggio, giunta nel 2001 alla 62° edizione.

 

Fasano

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Municipio
 Municipio - Foto coll. Pennetta

 La zona in cui sorge Fasano dovette apparire a una parte degli abitanti di Egnazia, antica e importante città prima messapica e poi romana, abitata già nell'età del bronzo, XV-XII sec. a. C., distrutta nell'anno 545 dai Goti del re Totila, il luogo ideale in cui stabilirsi per la presenza delle fosse, o fogge, anticamente chiamate pure piscine, pubbliche cisterne in cui si raccoglieva l'acqua piovana, che a loro volta attiravano un gran numero di colombacci, colombi selvatici ambite prede dei cacciatori per le carni pregiate.

Le fogge (dal latino "fovea"), antichissime e profonde, incavate nella pietra, erano scoperte come laghetti e molto vaste, perché non ancora colmate dal terreno trasportato dai torrenti, a seguito della distruzione dei boschi e del dissodamento delle colline. I colombacci erano anche chiamati, volgarmente, "fasi" (dal loro nome greco, poiché erano originari o particolarmente abbondanti nei pressi del fiume Fasi, nella Colchide, Asia Minore), da cui si ritiene che derivi il nome di Fasano, o propriamente Fasciano, ossia terra dei fasi.

Il nome di Fasano si trova per la prima volta in un documento che risale a poco dopo l'anno Mille; mentre lo stemma più antico della città è in un "privilegio" di Carlo V del 1536, e rappresenta un colombaccio in campo azzurro.

Sulla distruzione di Egnazia, importantissimo sito archeologico tra Fasano e Monopoli (città in cui riparò un'altra parte degli Egnatini), è stata formulata l'ipotesi che sia stata in realtà distrutta dai Saraceni tra il IX e il X secolo; ma è possibile che entrambe le ipotesi siano vere, poiché - mentre dell'esistenza del Vescovado di Egnazia si perde traccia dopo la conquista dei Goti - la presenza umana, sia pure in forma precaria, è stata riscontrata nella città distrutta o semidiroccata sino al XIV secolo. Quel che è certo è che la sua fine, con il totale abbandono, non fu determinata tanto dalle distruzioni dei Goti e dei Saraceni (Brindisi, distrutta, fu ricostruita) quanto dal fatto che nel Medioevo il porto, fondamentale per l'economia di Egnazia, e parte della città furono sommersi dal mare per un fenomeno di bradisismo negativo, ossia per un lento movimento della crosta terrestre dal basso verso l'alto. Il sito è ora sede di un Museo Archeologico Nazionale.

All'inizio Fasano fu solo un modesto villaggio intorno a una chiesetta dedicata al culto di S. Maria, dipendente - per concessione del normanno Goffredo, nipote di Roberto il Guiscardo, conte di Conversano, conquistata nel 1054, e "dominatore" di Monopoli, ove dimorava - dalla badia (o monastero) benedettina di S. Stefano, presso Monopoli. Fasano era allora indicato come "casale in costruzione". Un altro convento, dedicato a S. Giovanni, era proprio a Fasano, a Sud-Est delle fogge. Tra l'VIII e il X secolo sorsero gli insediamenti monastici, con chiese e villaggi rupestri abitati anche da contadini, di Lama d'Antico, S. Lorenzo, S. Giovanni e Lamalunga. L'insediamento di Lama d'Antico, in particolare, è uno dei più importanti della Puglia.

Nel 1317, papa Giovanni XXII tolse S. Stefano ai Benedettini e concesse il convento con tutte le terre, incluso il casale di Fasano, e i diritti annessi all'Ordine militare religioso degli Ospitalieri, detti anche Cavalieri Gerosolimitani (poi di Rodi, e infine di Malta), che costruirono la prima chiesa matrice. Dedicata a S. Giovanni Battista, fu ampliata e rinnovata nel 1594, aperta al culto nel 1600 e in pratica rifatta nel 1787.

Nella seconda metà del XVI secolo Fasano ebbe un rapidissimo sviluppo, perché assorbì tutta la popolazione sparsa tra il mare e le colline, tra Ostuni e Monopoli. Risale al 2 giugno 1678 l'avvenimento storico più memorabile di Fasano. Nei pressi di Torre Canne sbarcarono 400 Turchi: 100 rimasero a guardia delle imbarcazioni e 300 penetrarono in Fasano nella parte sfornita di mura. I cittadini si difesero bene, i Turchi finsero di fuggire, i Fasanesi li inseguirono e sulla spiaggia lottarono a corpo a corpo per un'ora, finché gli invasori furono costretti alla fuga.

Un altro episodio degno di nota è il rinvenimento in una grotta, in contrada Pozzo Faceto, dell'immagine della Madonna, per merito di alcuni contadini che stavano scavando un pozzo: da questo nacquero il santuario e la frazione.

Il territorio di Fasano è il più ricco di frazioni: Pezze di Greco, la più popolosa, Speziale, Montalbano, Savelletri, le più importanti. Numerose le masserie (dal latino "massa", nel senso di proprietà agricola): aziende organizzate e autonome, perché producevano, trasformavano e commerciavano i prodotti agricoli e zootecnici, ed in grado di difendersi prima dai pirati e poi dai briganti. Quelle esistenti nella provincia si possono collocare tra il 500 e il 700. Persero la loro funzione con l'abolizione della feudalità (1806) e l'esproprio dei beni degli enti ecclesiastici del 1866.

Sulla costa è la masseria Seppannibale grande, al cui interno è un tempietto indicato in una bolla del 1180 col nome di S. Pietro Veterano: le sue pareti erano un tempo completamente affrescate. Tra le masserie fortificate, notevole è la masseria Ottava grande, in cui è inserita la chiesa di S. Pietro "de Octava". Del tipo a torre fortificata con quattro bastioni angolari di forma trapezoidale, caditoie e garitte è l'imponente masseria Pettolecchia, in un bosco di ulivi secolari. Nella lama della masseria signora Cecca esiste ancor oggi un villaggio medievale abbandonato.

Fasano è dominata dalla collina della Selva (oltre che di Laureto), dai bellissimi panorami sulla campagna e sul mare; ha un bel porto come Savelletri, una stazione termale come Torre Canne, un sito archeologico come Egnazia: quanto di meglio si possa desiderare per un centro turistico di grandissima importanza, qual è da tempo, non solo per la provincia ma per l'intera regione.

Erchie

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Palazzo Ducale
 Palazzo ducale
Foto Mogavero - Pennetta

 Le sue origini sarebbero messapiche, com'è attestato dai numerosi rinvenimenti archeologici. Sul luogo in cui sorge Erchie, la città-Stato di Oria edificò un luogo di culto, ovviamente pagano; una sua cripta divenne poi rifugio dei monaci basiliani e su questa fu costruito il santuario di Santa Lucia, divenuto meta di pellegrinaggi perché vi scorre una fonte miracolosa - per ciechi e infermi in genere - di acqua perenne. Erchie sarebbe un ricordo dell'antica distrutta Erculea, che sorgeva a meno di quattro km, e che fu distrutta o abbandonata perché troppo esposta alle incursioni barbariche (le sue rovine erano ancora visibili nel 1678). Prima che il Cristianesimo si affermasse, era molto vivo da noi il culto di Ercole (l'Eracle dei Greci), radicato soprattutto presso i Romani. Gli abitanti o i superstiti di Erculea si rifugiarono nel vicino casale sorto attorno al luogo di culto e alle cripte (un'altra grotta - quella dell'Annunziata, con tracce di affreschi - è in una cavità carsica, sulla quale si trovava un'antica diruta chiesa intitolata a San Michele), casale al quale diedero il nome del paese abbandonato, modificatosi nei secoli in Erchie. Non a caso, lo stemma comunale rappresenta Ercole che spezza una colonna.

Nel XVII secolo, Erchie entrò a far parte - come altri paesi vicini - del feudo degli Imperiali che, per ripopolarla, concessero le sue terre ai profughi di Candia, l'antico nome dell'isola di Creta oltreché della città di Heraklion, allorché la loro isola passò dalla dominazione veneziana a quella turca.

Il palazzo ducale risale agli ultimi decenni del 700 e si ritiene che sia stato disegnato dal grande architetto neoclassico di Oria Francesco Milizia (1725-1798), che fu anche uno storico dell'architettura.

 

Cisternino

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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 Borgo antico

 Borgo antico - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Il territorio di Cisternino era già abitato nella preistoria, dal paleolitico al neolitico, e i reperti della loro vita dedicata alla caccia e alla raccolta sono conservati nel Museo Civico. Numerosi erano anche gli insediamenti nell'età del bronzo. I primi agglomerati urbani sorsero nelle zone di San Salvatore, Gianecchia e Calabrese.

Il nome deriverebbe da "Cis-Sturninum", al di qua di Sturni, antico centro japigio nei pressi di Ostuni che aveva preso la denominazione da Sturno, compagno dell'eroe omerico Diomede, scampati alla guerra di Troia. Partecipò alla lega messapica contro Taranto. Fu conquistata dai Romani che, per la salubrità dei luoghi, vi costruirono ville rustiche. Fu probabilmente sul sito di una di queste che i monaci basiliani costruirono nell'VIII secolo la badia di S. Nicola di Pàtara. Sulle fondazioni della chiesa bizantina fu edificata nel XIV secolo, in stile romanico pugliese, la chiesa matrice intitolata a S. Nicola, che conserva una scultura in pietra locale del 1517 raffigurante la Madonna del Cardellino, dello scultore Stefano da Putignano, un coro del XVII secolo e un crocifisso di legno del 300. Nell'adiacente casa canonica sono una scultura di legno raffigurante la Madonna della Madia, e una tela del XVIII secolo nella quale, ai piedi dei Santi Quirico e Giuditta, patroni della città, è una veduta prospettica della città. Nella stessa piazza dov'è la chiesa matrice, è la torre Normanno-Sveva del XIII secolo, che anticamente costituiva la porta di accesso al casale.

E' stata feudo dei Vescovi e dei signori di Monopoli fino al 1505, quando fu conquistata dai Veneziani, che la detennero fino all'arrivo degli Spagnoli, la cui oppressione fiscale fece insorgere i cittadini. Tra le altre chiese, quelle barocche di S. Quirico, di S. Cataldo e del cimitero vecchio, con affreschi del 1600. Fuori dell'abitato, in contrada Lamacesare, è la piccola chiesa romanica di S. Maria di Bernis.

Le abitazioni del borgo antico, imbiancate a calce, sono rimaste pressoché intatte dal 400 in poi, con le torri e parte delle mura; vi sono anche palazzi del 700 con ampi portali e giardini pensili.

Trullo Sovrano
Trullo sovrano - - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 

Dal "belvedere" si ha lo stupendo panorama della Valle d'Itria, ricca di ulivi e mandorli, o valle dei trulli (dal greco tardo trullos = cupola), per queste caratteristiche costruzioni a pianta generalmente circolare all'esterno, quadrata all'interno, su cui si imposta la cupola aggettante a tholos (derivata dalla civiltà micenea), ottenuta con pietre calcaree piatte. La più antica testimonianza della presenza di trulli in Puglia è in una pergamena del 917. Opera di bravi maestri muratori, i trulli avevano in origine funzione di ricovero per il bestiame, o di deposito per gli attrezzi agricoli, ma anche di riparo per i contadini. A questa funzione si collegava, come per i muretti a secco, l'esigenza di liberare il terreno agricolo dal gran numero di pietre che ostacolavano le colture o il pascolo. Il "trullo sovrano" ha un vano superiore a quello destinato ad abitazione, che è adibito a magazzino.

Cellino San Marco

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 Chiesa di San Marco
Chiesa di San Marco - Foto coll. Pennetta

 Anche il territorio di Cellino sarebbe stato abitato in tempi molto antichi, come dimostrano le stazioni preistoriche rinvenute. Il casale, attuale Comune, risalirebbe invece al IX o X secolo, allorché i monaci basiliani vi stabilirono una grancia (deposito di grano), poi facente parte dei possedimenti dei benedettini dell'abbazia di S. Andrea dell'Isola di Brindisi. L'origine del nome è chiara: deriva dall'albero di ulivo che caratterizzava l'agro cellinese, chiamato "celino", da cui l'oliva "celina" o "cellina", nerissima nella piena maturità (così detta dal termine greco che indicava il colore nero), una qualità in grado di dare un olio dolce e fino; denominata anche "saracenica", perché sarebbe stata importata dai Saraceni.

Solo un secolo fa l'economia agricola di Cellino, come quella dei Comuni vicini, fu convertita a vigneto. La vite è, con l'ulivo e il mandorlo, una delle piante d'importazione greca che non temono la siccità, poiché nel Salento - in contrasto con la fitta rete delle acque sotterranee, che raggiungono anche i 400 metri di profondità, in cui svaniscono le piogge subito assorbite - la crosta terrestre, costituita in gran parte da calcari cretacei e priva com'è di corsi d'acqua superficiali, è asciutta.

Lo stemma, approvato nel 1929 ma risalente al 1822, mostra un ulivo su fondo colore argento, con le lettere C ed L ai due lati. Nel 1862 furono aggiunte al nome le parole "San Marco", per distinguerlo dal Comune di Cellino Attanasio ch'è in provincia di Teramo. La particolare devozione per l'Evangelista Marco potrebbe derivare dal fatto che il Salento è stato un importante avamposto della Repubblica di Venezia, per lungo tempo la maggiore potenza commerciale del Mediterraneo.

Un castello dal torrione quadrato, che ha subito nei secoli numerose modifiche e aggiunte, fu costruito - probabilmente nel 1578 - da Antonio Albrizzi; divenne in seguito proprietà dei Chyurlia (nel 1756 ne risultavano già proprietari), conti di Cellino, che lo ampliarono per trasformarlo in loro residenza. La cappella dedicata a San Marco (ora chiesa del cimitero), che ha sull'altare maggiore una tela raffigurante l'Evangelista, fu costruita nel 1716 - in occasione del ripopolamento del territorio, prima ricoperto da una parte dell'antica foresta oritana - sullo stesso luogo in cui era una cappella basiliana del IX secolo. Pure la chiesa matrice, dedicata a Santa Caterina d'Alessandria, nel cui interno sono altari barocchi e tele del sec. XVIII, fu costruita nel 1870 circa là dov'era una precedente chiesa edificata nel 1738 e più volte restaurata.

Ceglie Messapica

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 Torre dell'Orologio

Torre dell'orologio - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Importante centro militare, politico e religioso dell'antico Stato dei Messapi (Caelium ricordato da Plinio), fu fiorente soprattutto nel IV-III sec. a. C., e sono tuttora visibili tratti della cerchia muraria, il Paretone, che doveva racchiudere l'abitato messapico. Fu a capo delle altre città della Messapia contro Taranto, uscendone dapprima vittoriosa, ma poi fu espugnata e completamente distrutta dai Tarantini, che nella battaglia uccisero il re Opis che guidava l'esercito e che si ritiene abitasse nella roccaforte cegliese. Si vuole pure che a Ceglie avessero sede i più importanti edifici di culto dei Messapi e dei Romani; ipotesi confermata dal rinvenimento nell'abitato di tombe con ricche suppellettili e numerose iscrizioni messapiche (conservate nella pinacoteca comunale).

Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, Ceglie fu devastata dai Goti, Longobardi e Visigoti. Divenuta feudo degli Angioini, fu concessa in dote da Carlo II d'Angiò a sua figlia Eleonora, che andò in sposa al barone Filippo di Tuzziaco. Divenuta feudo della Curia Arcivescovile di Brindisi, fu venduta intorno alla metà del XIV secolo ai duchi di Sanseverino, dai quali passò ai Luperano e da questi ai Sisto-Britto. Durante il Risorgimento furono aperte a Ceglie numerose "vendite" carbonare e sezioni della Giovine Italia.

Nel centro del borgo medievale è il castello, le cui strutture più antiche risalgono probabilmente all'XI secolo. Sul torrione cilindrico domina una torre quadrata la cui costruzione, voluta dal duca Fabrizio Sanseverino, risale al 1492; mentre il palazzo è di pochi anni più tardi (1525). L'ultima proprietaria è stata la famiglia Verusio. Nei suoi pressi è la chiesa matrice, più volte rimaneggiata, che ha assunto l'attuale aspetto barocco nel 1796. All'interno si conservano un pregevole crocefisso di legno e un Cristo a mezzo busto scolpito nella pietra. Al centro storico si accede dalle porte di Giuso, con tracce dell'originale architettura gotica, e Monterone, quest'ultima difesa da una torre quadrata del XV secolo.

Sulla via per Francavilla sono la chiesetta della Madonna della Grotta, nella cui cripta basiliana sono visibili affreschi del XIII secolo, e la grotta carsica di contrada S. Michele, in cui è un affresco più antico, risalente probabilmente al sec. VIII (il più antico della provincia), che raffigura la Madonna orante. La vita contadina è documentata nel Museo della Civiltà del Trullo, che ha sede in un complesso di trulli risalenti al 1792, nella masseria Montedoro.

Spettacolari le grotte di Montevicoli, con stalagmiti e stalattiti, che a Natale diventano la sede splendida per il Presepe vivente. Al loro interno sono state rinvenute iscrizioni messapiche con dedica alla dea Afrodite, alla quale doveva essere stato dedicato un tempio; mentre un tempio ad Apollo doveva trovarsi sul luogo ove sorge la chiesa di S. Rocco.

Nell'agro cegliese sono le "specchie" (la più antica è quella Miano, o di Castelluzzo), i principali documenti - rimasti pressoché intatti - della civiltà messapica: torri di avvistamento e monumenti a tronco di cono con scale esterne a rampa o a gradoni che li cingono a spirali tutto intorno. Nella struttura ricordano le tombe circolari dell'antica Creta, ma potrebbero essere state, con molta probabilità, torri di vedetta e di difesa, data anche la derivazione del loro nome dal latino "specula", ossia posti di osservazione.

 

Carovigno

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 Castello di Carovigno
Castello - Foto coll. Pennetta

 La città ha origini antichissime e il suo nome deriva dal messapico Carbina (dal greco "carpina" che significa "fruttìfera"). Della città messapica restano tracce delle mura, visibili alle spalle della chiesa nuova, e della necropoli. Nel 473 a. C. fu espugnata dai Tarantini. I Romani la chiamavano "Corvineum"; e i Carovignesi furono fedeli a Roma anche quando altre città si arresero ad Annibale. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, fu dominata dai Visigoti, Bizantini, Longobardi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Veneziani. Divenne feudo dei principi di Taranto e di varie famiglie nobili (De Loffreda, Caputo, Serra, Costaguto, Castaldi, Granafei, Imperiali, Dentice di Frasso). Il castello sarebbe stato costruito dopo la conquista di Carovigno da parte dei Veneziani (1483), da Raimondo del Balzo Orsini, intorno a una preesistente torre di avvistamento: è un tipo di fortificazione tardo medioevale ad impianto triangolare con torri ai vertici. I locali a piano terra e quelli corrispondenti sotterranei hanno conservato inalterata la struttura originaria. Durante il Risorgimento si costituirono a Carovigno una "vendita" di Carbonari e una sezione della Giovine Italia.

La chiesa matrice, che è dedicata all'Assunta, fu ricostruita nei primi dell'800 sulla struttura di un'antica chiesa edificata tra la fine del 1400 e l'inizio del 1500. Della vecchia fabbrica conserva, sulla facciata, un pregevole rosone e un frammento del portale con angelo in rilievo.

Di notevole interesse anche la storia del borgo di Serranova, che si trova a sei chilometri da Carovigno, verso il mare. Il nobile Ottavio Serra fece costruire nel 1629 un castello incorporando un torrione quadrangolare del XIV secolo. Le abitazioni sorte intorno costituirono il casale di Serranova. Addossata al castello è la chiesetta del Crocefisso, in cui è conservato un crocefisso in legno del 1700, cui i Carovignesi sono sempre stati molto devoti perché lo ritenevano giunto dal mare, a seguito di un naufragio. A quattro chilometri dall'abitato è il Santuario di S. Maria di Belvedere: dalla chiesa si scende in due ampie grotte comunicanti, e in una è l'edicola con l'affresco della Madonna col Bambino del sec. XIV.

A sette chilometri da Carovigno, sulla costa, è Santa Sabina, con una torre di forma stellare, che fu approdo della Carbina messapica sin dal VII sec. a. C., come testimoniano i frammenti ceramici rinvenuti sui suoi fondali; oggi è rinomato villaggio turistico. Il nome deriva molto probabilmente dalla santa venerata in una delle cripte rupestri del territorio, nei cui pressi era un villaggio preistorico, e dal rinvenimento in mare di una statuetta che la raffigura.

Sulla costa è anche la meravigliosa oasi ecologica di Guaceto, dichiarata "zona umida di rilevanza internazionale", in cui convivono, fianco a fianco, bosco di latifoglie e macchia mediterranea. E' il regno di tartarughe, ramarri, beccaccini, anatre, gabbiani, uccelli migratori. Vi è l'odore di rosmarino, alloro, mirto e lentisco. Guaceto fu abitato fin dalla preistoria: gli scavi hanno documentato la presenza di un esteso villaggio databile tra la tarda età del bronzo e la prima età del ferro. Il suo nome deriverebbe dall'arabo Gawsit, che vuol dire "acqua" o "fiume", per la presenza nell'oasi di acqua dolce; ha una torre di avvistamento costruita nel XV secolo per contrastare gli sbarchi dei Saraceni, che devono aver comunque utilizzato notevolmente quell'approdo (molto probabilmente usato - con quello di Santa Sabina - già in epoca messapica), visto che l'arcivescovo di Brindisi Giovan Carlo Bovio, in un documento del 1565, chiamò Guaceto Saracinopoli.
 
Tessitrice al telaioTessitrice - Foto coll. Mogavero-Pennetta

Una peculiarità importante dell'economia di Carovigno è stata l'artigianato tessile, anche in tempi recenti, ad opera di donne che lavoravano al telaio (la "tessitrice" è uno dei personaggi che simboleggiano le attività della terra di Brindisi, nella grande tela del salone di rappresentanza della Provincia, dipinta nel 1949 da Mario Prayer); ma vi sono ancora donne che lavorano completamente a mano tappeti, arazzi, coperte, tovaglie, impreziosite con decorazioni secondo tecniche tramandate da secoli.

 
 

 

Brindisi

 

Colonne terminali della via Appia Colonne terminali della "Via Appia" - Foto coll. Mogavero-Pennetta

Dalla preistoria ai Messapi e ai Romani

 Le testimonianze più antiche rinvenute nel territorio del Comune risalgono al paleolitico (età della pietra antica), e sono conservate nel Museo Archeologico Provinciale intitolato a Francesco Ribezzo, di Francavilla Fontana, archeologo e glottologo insigne (1875-1952). I reperti più abbondanti provengono da un villaggio dell'età del bronzo media (XVI sec. a. C.), scoperto a Punta le Terrare, che si trova a sud del porto medio di Brindisi: un terrapieno di pietre eretto a difesa di un gruppo di capanne, nelle quali sono stati trovati pure frammenti di ceramica micenea, a conferma delle affermazioni di Erodoto e degli stretti rapporti da sempre intercorsi con il mondo greco. Del periodo messapico (VII-III sec. a. C.) sono conservate al Museo le "trozzelle": le anfore per acqua caratterizzate da alte anse verticali che terminano spesso con quattro o più rotelle, a forma di carrucola, dalla cui voce latina 'trochlea' deriva il loro nome. Resti delle mura megalitiche dei Messapi si trovano in via Camassa e corte Capozziello e in un'abitazione privata di via Montenegro.

Moltissime sono le testimonianze di epoca romana (dal III sec. a. C. al IV d. C.), conservate sia nelle aree archeologiche di San Pietro degli Schiavoni (sotto il teatro sospeso), di via Casimiro, della piazzetta Virgilio, dov'erano le "colonne romane" (III sec. d. C., a giudicare dal capitello), e nei pressi di Porta Mesagne, ove sono i resti delle vasche per la decantazione delle acque provenienti dal pozzo di Vito; sia al Museo, che espone sculture in marmo e in bronzo, epigrafi e molte monete, tra cui quelle di bronzo del III sec. a. C. che hanno sul diritto la testa di Nettuno, e sul rovescio Falanto che cavalca un delfino e la scritta BRVN. Anticamente, tutte le città cercavano di far risalire le loro origini a un dio, e i primi abitanti di Brindisi diffusero la leggenda che il nome della città derivava dal nome del figlio di Ercole, Brento, che ne sarebbe stato il fondatore. Più concretamente, i geografi e gli storici greci e latini fanno derivare il nome Brun o Brunda dalla parola messapica che significava "testa di cervo", cui la forma del porto somiglia. Ma "brun" era anche la voce onomatopeica con cui s'indicava l'acqua, che circonda quasi completamente la città.

Porta Mesagne o anche Porta Napoli
Porta Mesagne (detta anche Porta Napoli) - Foto coll. Nolasco

In età imperiale romana, il centro di Brindisi doveva essere nell'area tra le vie Duomo, Tarantini, Pacuvio e Battisti, e gli edifici pubblici e il foro nel rione di S. Pietro degli Schiavoni e nell'attuale piazza della Vittoria. Fuori dell'abitato vi erano vaste necropoli, con sepolture sia ad incenerimento che ad inumazione. La prima documentazione degli importanti traffici, militari e commerciali, del nostro porto, agevolati com'erano da due importanti arterie stradali come le vie Appia e Traiana, risale alla conquista romana (III sec. a. C.). Fu Cesare a far restringere e ostruire per primo, nel 48 a. C., per meglio difendere la città, il canale che si sarebbe in seguito chiamato Pigonati. I resti delle terme rinvenuti in piazza Duomo sono la dimostrazione del passaggio da Brindisi di imperatori, consoli, ricchi commercianti e importanti uomini di cultura.

 

Dopo i Romani

 Con l'Impero romano d'occidente, decaddero anche il porto e la città di Brindisi. Si ripresero, dopo alterne vicende, solo con i Normanni, cui si devono la prima fabbrica romanica della Cattedrale (1132), la chiesa di San Benedetto (di poco precedente al 1089) e il piccolo tempio di S. Giovanni al Sepolcro (inizi del XII secolo); con gli Svevi e Federico II, che fece costruire nel 1227, con il materiale ottenuto dalla demolizione dell'anfiteatro romano, il primo nucleo del Castello di terra; con gli Angioini, che per motivi militari resero di nuovo il porto praticabile alle grandi flotte, e gli Aragonesi, che fortificarono la città e fecero edificare nel 1481 il Castello Alfonsino. Ma 31 anni prima, nel 1450, il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo aveva fatto interrare nuovamente il canale per impedire ai Veneziani di impadronirsi di Brindisi (provocando così la malaria e l'elevata mortalità degli abitanti); e sei anni dopo un terremoto aveva quasi spopolato la città. Furono proprio i Veneziani, dal 1496, a far rifiorire l'economia brindisina, con la costruzione di cantieri navali e la ripresa dei traffici mercantili; ma il loro dominio durò solo 13 anni.

Il porto interno divenne nuovamente una palude con gli Spagnoli e i Borboni, e la malaria rese Brindisi pressoché inabitabile. I lavori per la riapertura del canale - il cui ruolo, come si è visto, è stato decisivo nella storia della città negli ultimi duemila anni - furono eseguiti in tre riprese: i primi, dal marzo 1776 al novembre 1778, a cura dell'ing. Andrea Pigonati, che non riuscirono però ad evitare un nuovo interramento; i secondi nel 1789, a cura degli ingg. Pollio e Forte, che non apportarono benefici di lunga durata; e gli ultimi, dal 1843 al 1847, affidati da Ferdinando II di Borbone al col. del Genio Albino Mayro, il quale, tenendo conto dei venti predominanti, orientò in modo diverso il canale (verso tramontana e non verso greco-levante, come aveva voluto Pigonati).

La ripresa della città avvenne dopo l'Unità: il 1869 fu un anno di grandi opere, in vista del transito della cosiddetta "Valigia delle Indie": la linea ferroviaria e marittima che univa Londra a Bombay passando da Brindisi (funzionò dal 1870 al 1914). Nuovi lavori di sistemazione furono eseguiti nel porto nei primi anni del secolo, e terminarono nel 1909; lavori essenziali per il grande contribuito che la città avrebbe dato alla vittoria nella Grande Guerra. Nel 1925, Brindisi ospitò l'idroscalo e le prime linee aree internazionali del nostro Paese, con collegamenti con Atene, Istanbul, Rodi, Salonicco, Tirana, Valona e Durazzo. Divenuta nel 1927 capoluogo di provincia, ha aumentato la sua popolazione dai 40.000 residenti del 1931 ai 93.000 circa attuali. Le sue maggiori infrastrutture, il porto, la cui superficie è raddoppiata con la costruzione della diga di Punta Riso nei primi anni 80, e l'aeroporto internazionale, in grado di operare con i maggiori aeromobili, ne hanno fatto di nuovo uno scalo di primaria importanza nel movimento passeggeri per la Grecia e il Medio Oriente.
 

 

Le chiese

Chiesa Santa Maria del Casale

 Chiesa di Santa Maria del Casale
(coll. Nolasco)
 Le chiese più notevoli di Brindisi sono la Cattedrale, costruita la prima volta nel 1132 per volontà di papa Urbano II e dell'Arcivescovo Bailardo, di origine francese; fu riedificata, dopo il terremoto del 20 febbraio 1743, su progetto dell'architetto salentino Mauro Manieri, e restaurata nel 1957, con la rimozione dell'antico frontone triangolare e l'aggiunta di otto statue, opere dello scultore Fiordegiglio; conserva elementi architettonici dell'originaria fabbrica romanica, l'arca d'argento reliquiario del corpo di San Teodoro e un pregevole coro di legno del 1594; la chiesa di San Benedetto, che esisteva già nel 1089 ed era dedicata a Santa Maria Veterana, costruita per volontà dei conti normanni Goffredo e Sighelgaita; ha un architrave, sul portale d'ingresso, con pannelli scolpiti con scene di combattimento fra uomini e animali fantastici; chiesa, chiostro e campanile quadrato sono di grande interesse per gli studiosi di arte medievale; l'originale chiesa di San Giovanni al Sepolcro, a pianta circolare, che risale agli inizi del XII secolo ed ha consistenti tracce di affreschi lungo le pareti; e la bellissima ed elegante chiesa di Santa Maria del Casale, in cui si rileva il passaggio dallo stile romanico a quello gotico, costruita tra il 1300 e il 1310, che si caratterizza per l'alternarsi nelle pareti esterne, in armoniose composizioni geometriche, di conci di arenaria grigia e càrparo dorato, e per un singolare protiro pensile a baldacchino su mensola scalata; all'interno ha grandi affreschi della stessa epoca, opere di Rinaldo da Taranto, con Cristo seduto tra gli Apostoli, Angeli che suonano le trombe, il Paradiso, gli Eletti, episodi del nuovo Testamento e storie della Passione.

 

Non meno belle sono le altre: la chiesa di San Paolo era già costruita nel 1322 ed è il più autentico monumento gotico della città; fu ricostruita nel sec. XVII e restaurata nel 1949; nella cappella dedicata a San Francesco vi è la sepoltura del medico Giovanni Maria Moricino, storico della città; sulle pareti interne vi sono resti degli affreschi che una volta le ricoprivano interamente; la chiesa della SS. Trinità o di Santa Lucia, che pure doveva essere un tempo completamente affrescata, è databile al XIV secolo; vi si conservano un crocefisso di legno e un polittico raffigurante la Madonna del Dolce Canto, del XVI secolo, probabile opera del pittore brindisino Giacomo De Vanis; ha una suggestiva cripta, che risale alla fine del XII secolo, con affreschi; la chiesa del Cristo, di S. Domenico, fu ultimata intorno al 1232 per volontà del beato Nicolò Pagliara da Giovinazzo; come nella chiesa di S. Maria del Casale, nella facciata di stile romanico vi è l'alternarsi in orizzontale della pietra bianca e di quella dorata, interrotto da un grande rosone; all'interno, un crocefisso dipinto e una statua di legno della Madonna col Bambino, entrambi ispirati alla scultura gotica francese del Duecento; la chiesa di Santa Maria degli Angeli, costruita nel 1609 per iniziativa di S. Lorenzo col contributo finanziario prevalente del duca Massimiliano di Baviera (sul portale vi è lo stemma della casa tedesca) e del re di Spagna Filippo III, in seguito radicalmente trasformata con l'allargamento dei muri perimetrali e lo spostamento del portale d'ingresso da via S. Lorenzo (si chiamava via Conserva prima del 1900) a piazza degli Angeli; mentre l'attiguo convento delle Clarisse fu demolito per far posto nel 1916 alle scuole elementari femminili; ha un pregevole portone in legno, scolpito con le immagini di S. Francesco, Santa Chiara e gli Evangelisti e, all'interno, due crocefissi, uno in legno e l'altro in avorio, numerose tele e le reliquie di San Lorenzo; la chiesa di Santa Teresa, costruita nel 1671 dal sacerdote brindisino Francesco Monetta nel quartiere detto degli "Spagnoli" (i soldati qui giunti per difendere le nostre coste dai Turchi, e che a Brindisi erano rimasti dopo avere sposato le donne del luogo); tipico esempio di architettura ecclesiale barocca.

 

I palazzi

Palazzo Granafei - Nervegna
Palazzo Granafei-Nervegna
(coll. Nolasco)

 Il palazzo arcivescovile (già Seminario), del 1720, probabile opera dell'arch. Manieri, è il più importante monumento barocco della città; la facciata è decorata da otto statue che raffigurano l'Armonia, l'Etica, la Filosofia, la Giurisprudenza, la Matematica, l'Oratoria, la Poetica, la Teologia. La parte più antica si affaccia su vico Guerrieri: lungo il suo prospetto sono visibili gli archi ad ogiva e le merlature in rilievo. Nel cortile interno si affaccia la torre quadrangolare dell'Episcopio. La loggia Balsamo, che risale alla prima metà del XIV secolo, faceva probabilmente parte della zecca angioina. E' caratterizzata da mensole a gradoni con bizzarre figure d'uomini e animali, unite da archetti superiori. Nel palazzo Granafei-Nervegna, del XVI secolo, si fondono elementi rinascimentali e soluzioni barocche e manieriste. Eretto dalla famiglia Granafei, fu poi abitato dai Nervegna, l'ultimo dei quali fu un noto numismatico. Un'iscrizione latina, posta sulla facciata, dice fra l'altro "Il saggio costruisce la casa mentre lo stolto la distrugge" e "A che servono allo stolto le ricchezze dal momento che non può comprare la saggezza ? "

All'interno del palazzo Montenegro, del XVII secolo, di proprietà della Provincia, con grande balcone sostenuto da mensole decorate, fu rinvenuta un'iscrizione marmorea dedicata all'imperatore Traiano. Di un secolo dopo è il palazzo Perez, con ampio portale architravato; mentre il vicino e più antico palazzo degli Scolmafora, devastato da un incendio, fu ricostruito nel 1652.

In via Carmine è il palazzo Ripa, del sec. XVII, con ricco portale sormontato dallo stemma della famiglia Ripa, che ha urgente bisogno di essere restaurato e riutilizzato: una sede ideale per un museo di storia moderna e delle tradizioni locali.