CookiesAccept

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

Le masserie

 

Masseria Lo Spagnulo - Ostuni

 

 Presentazione

Le masserie in terra di Brindisi

Per le masserie: ricreazioni

 

Presentazione
"Scopriamo la nostra terra". II edizione: Le Masserie

  E' stato presentato nei giorni scorsi il volume "Le Masserie in provincia di Brindisi", realizzato dal Laboratorio di Educazione Ambientale della Provincia (LEA), in collaborazione con l'APT di Brindisi, il Provveditorato agli Studi e i Comuni del territorio.

Si tratta di un libro di 52 pagine a colori, in cui i testi descrittivi del prof. Iurlaro e della prof.ssa De Caro accompagnano le stupende immagini fotografiche di alcune tra le più suggestive masserie brindisine. Il volume può essere considerato un valido strumento per scoprire nuovi percorsi turistico-ambientali e naturalistici della provincia brindisina.

"Con questa iniziativa - ha detto il presidente della Provincia - la Provincia ha dimostrato ancora una volta l'interesse e l'impegno verso la tutela naturalistico-ambientale e la valorizzazione turistica del nostro territorio. E' un prodotto facilmente consultabile e leggibile, adatto sia per i tour operators che per gli studenti delle nostre scuole. Colgo l'occasione per ringraziare chi fattivamente ha realizzato questo libro, in modo particolare i Comuni"

Il volume "Le Masserie" sarà distribuito oltre che attraverso i canali istituzionali della Provincia, dei Comuni interessati e dell'APT, anche attraverso la rivista "Italia Turistica" che con le sue 150.000 copie vendute raggiungerà ogni continente.

Questa iniziativa rientra nel progetto "Scopriamo la nostra terra" che il LEA della Provincia di Brindisi, coordinato dal dott. Renato Rubino, sta portando avanti da un paio di anni. La scorsa edizione fu incentrata sulla riscoperta delle Specchie; il tema del prossimo anno sarà lo studio delle Torri costiere. Oltre alla pubblicazione di questo libro fotografico, il progetto prevede lo svolgimento di un convegno, una visita guidata nelle masserie riservata agli studenti delle scuole medie e superiori e un concorso riservato agli stessi studenti. Essi dovranno realizzare o un progetto di riqualificazione della masseria prescelta o un elaborato scritto o grafico sul tema delle masserie. Il premio è un soggiorno estivo nella masseria oggetto di studio.

"Troppo spesso - ha detto l'Assessore provinciale all'Ambiente Vincenzo Balestra - ci dimentichiamo del passato e delle nostre tradizioni. Con questo volume il mio assessorato ha voluto dare un messaggio chiaro e preciso: riqualifichiamo dal punto di vista ambientale queste strutture per non disperdere l'immenso patrimonio lasciatoci in eredità".

Maggio 2002

 

Le Masserie in terra di Brindisi


  Le masserie costituiscono uno degli aspetti più tipici e suggestivi del territorio rurale della provincia di Brindisi. Rappresentano, inoltre, un elemento altamente probante ai fini della conoscenza del rapporto intercorso tra i nostri avi e l'ambiente.

Masseria Bottari -Francavilla Fontana

 Esse si configuravano come floridi centri di vita agricola e sociale strutturati in modo da essere perfettamente autosufficienti. In genere la parte abitativa si presentava sempre secondo schema fisso: tutt'intorno gli ambienti di lavoro con il cortile, le abitazioni dei dipendenti, le stalle e l'aia.

La parte centrale era l'abitazione del padrone e si presentava come l'edificio più vasto.

L'architettura era sostanzialmente spontanea determinata dalle esigenze della vita rurale. Le masserie, inoltre, rispondevano a quel bisogno che l'uomo ha avvertito sin dalle origini di associarsi ai propri simili, di vivere in comunità, di accomunare il proprio lavoro a quello degli altri, di assicurarsi una maggiore difesa da predoni o da pirati.

Il termine "masseria" rinvia a "massae", veri e propri villaggi agricoli fortificati che, in seguito alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, hanno sostituito le "villae" romane per fronteggiare i frequenti pericoli di saccheggio e di devastazione. Si attribuisce ai normanni la trasposizione sul territorio brindisino di un sistema politico-amministrativo d'impronta feudale con la creazione di pochi feudi concessi ad autorità laiche e ad enti ecclesiastici. Nel XII secolo, quando fu necessario un accentramento del potere nelle mani di una solida monarchia, per arginare le rivolte dei baroni e dei conti riottosi, si preferì dividere il territorio in più feudi. Durante la dominazione sveva ed angioina, molti vasti territori di proprietà di feudatari si trasformarono in masserie regie la cui operatività era annualmente controllata da un "mastro massaro", individuo con precise competenze in agricoltura che, nel periodo autunnale, stilava un inventano dei beni della masseria, del numero degli animali, dei costi di produzione e dei prodotti per la semina.

Con le successive dominazioni, aragonese e spagnola, si venne a consolidare ulteriormente il sistema feudale.

L'importanza delle masserie accrebbe parallelamente all'aumento della popolazione ed al conseguente accrescimento delle richieste dei prodotti di immediato consumo da parte delle città. Ai mutamenti storici corrisposero cambiamenti sociali, del paesaggio e dello stesso profilo architettonico delle masserie. Le modeste dimore composte, all'origine, prevalentemente da due vani, gradatamente si andarono completando con le altre strutture che, nel corso dei tempo, subirono rimaneggiamenti ed aggiunte d'ulteriori corpi di fabbrica, rispondenti alle esigenze dell'attività agricolo-pastorale. Pertanto, ne è derivata un'ampia casistica subordinata a precise necessità della produzione agricola e dell'allevamento, oppure da una particolare organizzazione richiesta alll'epoca di costruzione d'ogni singolo impianto oppure da esigenze d'ordine difensivo. Quest' ultima necessità spiega la comparsa di tutti quegli elementi destinati alla difesa dagli attacchi esterni con alti muri di cinta interrotti dal solo portale, i torrioni angolari, le scale a pioli interne o ricavate nello spessore della muratura, il camminarnento lungo il parapetto di coronamento, i ponti levatoi con le garitte, le feritoie e le caditoie in corrispondenza delle aperture. Generalmente, nella masseria fortificata, una torre quadrangolare situata in posizione baricentrica rispetto al recinto, era adibita a residenza del proprietario. Quest'ultima era una costruzione ad uno o più piani, con stanze intercomunicanti e fornita di ponte levatoio, caditoie e feritoie a campana. Dal primo piano si riusciva a comunicare sia con quello sottostante attraverso una botola ed una scala asportabile in legno, sia con il terrazzo mediante una scala in pietra. Il piano terra era utilizzato, di solito, come magazzino.

Attorno alla costruzione erano dislocate le abitazioni dei contadini, la chiesa, i servizi (stalle, depositi) ed il trappeto (frantoio). Masserie come Pettolecchia, Coccaro, Lamacupa e Ottava Grande ubicate nel territorio di Fasano e sviluppatesi intorno ai secoli XVII - XVIII, per la loro posizione geografica non lontana dal mare e protetta dalle colline, rientravano in quella serie di torri interne e masserie fortificate che costituivano una linea di difesa dagli assalti provenienti dal mare, dopo quella delle torri d'avvistamento, collocate lungo la costa.

La tipologia delle masserie di cui è innervato il territorio di Brindisi è sicuramente molto articolata. Ne è conferma la presenza anche d'altri tre gruppi morfologici: masserie con coperture a terrazza ed a pignon, masserie miste a pignon e trulli, masserie a trullo. Si tratta di strutture architettoniche costruite in pietra calcarea o tufo. Nella maggior parte dei casi, erano recintate da muri "a secco" o "a crudo", così definiti perché innalzati utilizzando il calcare compatto offerto dalle colline, senza malta (e quindi senza acqua).

 Masseria Facciasquata - Ceglie

 Lu "jazzu", ossia il rifugio per gli animali di piccole dimensioni (pecore, capre, maiali), costituiva il fulcro dell'economia masserizia, in quanto una parte rilevante degli introiti proveniva dall'allevamento e dalle attività connesse. Nel territorio ostunese, sorge la masseria Satia Piccola che, oltre ad essere tra le più antiche della zona, è anche la più particolare. Infatti, risulta costituita da tre enormi trulli, dei quali, quello centrale è a due piani e perciò denominato Trullo Sovrano. Gran parte delle masserie della provincia di Brindisi possiede, inoltre, una cappella, vale a dire la chiesetta in cui i proprietari ed il contado potevano celebrare il rito cristiano. Nelle masserie, infatti, durante la fase della raccolta, confluiva un cospicuo numero di braccianti che vi dimoravano per periodi piuttosto lunghi svolgendo vari lavori. Le chiese, quindi consentivano alla comunità di santificare la domenica, partecipando alla S. Messa, senza abbandonare il luogo di lavoro. Potevano essere inserite nel corpo di fabbrica oppure trovarsi distaccate rispetto al complesso architettonico abitativo e produttivo. Le loro dimensioni erano legate alla situazione socio-economica dei proprietari ed erano spesso dedicate, per devozione mariana, alla Vergine. Ad esempio, sono numerosi i rilievi scultorei e le tele con l'iconografia della Madonna della Madia, collocati soprattutto nelle masserie più prossime alla costa. Molte chiese, inoltre, conservano dipinti ed affreschi che sono pregevoli attestazioni dell'attività artistica di alcuni pittori o di alcune scuole pittoriche locali.

E' innegabile, dunque, il valore storico, sociale, culturale ed architettonico delle masserie le quali offrono, non solo un valido contributo allo studio dei processi insediativi nel territorio della provincia di Brindisi, ma anche un'autentica testimonianza di quel solido mondo rurale con le sue quotidiane fatiche, con il suo profondo rispetto per l'ambiente e con la sua religiosità.


 

Per le Masserie: Ricreazioni

Masseria Pettolecchia - Fasano

   Masseria è voce antica usata, anche attraverso le varianti alla radice massa, nei paesi latini di mezza Europa.

Essa ha avuto e ha significati diversi nelle varie parti d'italia, univoco nel meridione ove ha indicato e indica l'azienda agropastorale, altrove detta fattoria, cascina, casa colonica, tenuta, podere, possedimento. In Maremma significò mandria e gregge così come la intese nel secolo XVI Annibal Caro, traduttore dell'Eneide di Virgilio.

Una nicchia nei vocabolari italiani la voce masseria, regionale massaria, l'ha acquistata per tempo e necessariamente per dare paternità alle proprie derivazioni come massaio, massaia, masserizie, magione, maniero e forse anche mastino.

Il massaio, con la stessa funzione di ogni conduttore di azienda agricola, fu ufficiale di contabilità nei comuni medievali, nei collegi di categorie professionali e poi, addirittura, nell'accademia linguistica della Crusca che ebbe e ha, storicamente, il suo economo in un "accademico massaio". Massaia fu previdente donna di casa. Masserizie significò buona amministrazione; magione, casa; maniero, casa come castello.

Alcuni glottologi hanno ipotizzato che anche la voce mastino sia derivata da massa e da manere perché quei cani, detti di masseria, furono guardiani di casa: altri linguisti hanno legato la stessa voce invece all'antico francese mastin e ambedue come derivate dal latino popolare mansuetus, sempre come con eccezione di casalingo, domestico.

Il significato di masseria come azienda agropastorale è ancora da inserire nei vocabolari italiani perché indichi compiutamente la natura e la funzione dell'insieme di terreni riservati alla semina e al pascolo, degli alloggi per le famiglie, per gli operai e le bestie: cavalli, buoi, pecore, e degli annessi opifici ove si producevano e si stagionavano i formaggi o caci che in Toscana diedero a simili aziende le denominazioni di cascine.

La funzione delle masserie dell'Italia meridionale, e quindi anche dell'area provinciale di Brindisi, sta nella radice del nome storicamente esteso, come già accennato, a gran parte dei paesi d'Europa. Mas indicò anticamente podere, casa di campagna nella Francia, specialmente in Provenza e nella limitrofa Catalogna, così come masa l'indicò nella Spagna.

Queste voci, massa e la pugliese massaria si è ritenuto siano derivate dal latino mansus, participio passato del verbo manere, in cui sono i signifìcati di dimora e di dimorare.

In Continente masseria, libro edito a Ravenna dall'editore Longo nel 1995, non senza questo sapere, ebbi occasione, trattando dei bovari, di scrivere testualmente: "Si diceva, senza contare gli anni, che un giorno loro avessero negli stabulari, ove erano con i buoi, invitato i pastori erranti e i cavallari ladri perché gli uni divenissero produttori di cacio e gli altri agricoltori e carrettieri capaci di portare i prodotti lontano nel mondo".

Il mitico patriarca del continente masseria, che la possanza dei buoi aveva domato e usato sui campi con gli aratri di legno per la semina e sull'aia con le trebbie di pietra per il raccolto del grano, associando a sé agricoltori e pastori aveva dato ai preistorici l'accesso alla storia e alla specie umana, ancora errante, l'occasione per divenire residenziale, permanente nelle mansiones dette poi masse e masserie.

Tutto ciò è oggi nella memoria storica. La natura e la funzione delle masserie non sono più verificabili, come non furono più luoghi per preghiere e ascesi mistiche le grotte degli anacoreti dell'antica Tebaide e delle nostre contrade quando i tempi mutarono e il monachesimo si organizzò nei conventi. Allora si avverarono le profezie di quei santi che i luoghi delle loro preghiere pensarono dovessero divenire, come di fatto sono divenute pure con le immagini di Cristo e dei santi affrescati sulle pareti, ripari per pastori, stalle per bestie, tane di volpi, nidi di rapaci.

 Masseria Sansone - Ostuni

Le masserie non sono più i luoghi deputati in cui permanevano, dimoravano massai con le proprie famiglie, operai e bestie per coltivare terre, produrre formaggi e tenere, come oasi negli spazi tra i centri urbani: città, casali, terre, costante il controllo sull'ambiente perché non inselvatichisse più di quanto utile per essere praticabile pascolo per le capre che furono qui associate, con il loro stesso nome, ai cervi.

Con i buoi si impiegavano giorni e giorni per coltivare quanto oggi si può coltivare in poche ore con un mezzo meccanico. Le bestie nelle masserie dovevano essere tante e sempre proporzionate ai campi produttivi perché gli escrementi, curati ad arte, erano i concimi organici oggi sostituiti dai fertilizzanti chimici.

Non vi sono piu masserie in cui la sera si accendevano, come in chiesa la notte di Pasqua, invocando il nome di Cristo, le lucerne a olio che davano fioca luce nelle stalle ove le bestie riposavano sopra strame d paglia e gli uomini, semivestiti, sopra sacchi di iuta pieni anch'essi di paglia.

Gli aratri di legno, appena rinforzati dai puntali di ferro o vomeri, costruiti dai bovari sono nei musei della civiltà contadina con i ventilabri e quant'altro fu usato sui campi e sulle aie.

I pastori non vanno più con le borse di pelle di pecora a tracolla vigilando sui greggi a sbucciare le fave che, cotte nelle caldaie di rame, come pastone più che purè, erano le quotidiane minestre da mangiare con un filo d'olio, se calde, o con aceto e cipolla cruda se fredde.

Le strutture delle masserie: torri di difesa, muraglie dei cortili, stalle, ombracoli sono ancora, ma cedono alle pressioni delle radici dei capperi e di quelle più pressanti dlei caprifichi; cedono per l'abbandono e perché spogliati dei pavimenti e degli infissi che i proprietari o i profìttatori trasferiscono, come anticaglie, nelle case del paese o nelle ville al mare.

 Masseria Incantalupi - Carovigno

 Vi sono masserie ove le stalle, non più tali, ospitano festose comitive al seguito di sposi. La funzione loro è cosi mutata da luogo di lavoro in luogo di ristoro e di festa.

Le masserie, in cui non stagionale ma permanente è la residenza della famiglia del proprietario, e solo di quella e non più degli operai giornalieri delle sei ore, in tutta l'area della provincia di Brindisi finiranno col contarsi sulle dita delle mani. Sarà deluso chi ancora pensa di trovare in esse quel mondo antico in cui il silenzio doveva essere incombente perché le chiocce covassero fìno alla schiusa delle uova e alla nascita dei pulcini e le altre bestie gravide non avessero traumi acustici, spaventi e abortissero. Sarà deluso se in esse vorrà ancora vedere aggiogati i buoi aratori o al guado le pecore per essere munte dai pastori.

Non si caglia più il formaggio con l'erba, detta caglio, nè con il latte fermentato negli stomaci degli agnelli che non avevano ancora brucato erba ed erano stati venduti al macellaio. Il caglio oggi si acquista in flaconi in farmacia.

Il cacio e ricotta, stracchino nostrano, non si ricava più dal latte magro delle pecore gravide che brucavano d'estate, dopo la mietitura, le stoppie nei campi nè si caglia con il lattice degli steli di fico.

Non s'incontra più nelle masserie la rassegnata gente che attendeva la pioggia e pregava e si fiagellava perché piovesse o salmodiava formule magiche per allontanare la grandine. Si vedono invece irrigati i campi con l'acqua tirata su dalle idrovore elettriche da vertiginose profondità di pozzi artesiani. Le assicurazioni con il versamento di una somma cautelativa garantiscono contro ogni infortunio. Non si vedono più attorno agli acquari, in altri tempi riserve d'acqua piovana preziosa nelle torridi stagioni estive, le bisce confuse con le anguille depostevi dentro per contenere la crescita di certi vermi inquinanti, rossi come sangue. Né si vedono gli arcaici scranni con tre piedi, essenziali ed economici, anche nella fattura.

Nessun pastore, di quelli che oggi indossano i camici igienici e hanno i guanti alle mani, sa che per far accettare a una pecora che ha perduto il suo agnello, l'agnello non suo, si usava strofinare la creatura sopra le parti più intime di quella bestia perché fosse familiare l'odore e prendesse, come si usava dire anche per gli uomini, l'uno il tanfo dell'altro. Erano allora anche i gatti resi domestici con la costrizione del guinzaglio o corda legata da una parte al loro collo e dall'altra a una scarpa vecchia della massaia per memorizzare l'odore del piede di chi viveva più tempo in casa.

Le strutture degli ombracoli, dei capanni, delle stalle, dei cortili al pianoterra non avevano determinate e fisse destinazioni d'uso. Secondo necessità gli uomini se le scambiavano con le bestie.

Al primo piano, ove era l'appartamento o la torre, viveva la famiglia del massaio, anche questa non senza le bestie tra i piedi: pulcini, colombini, coniglietti, per nutrirsi o da vendere ed essere peculiare interesse economico delle donne.

La civiltà agropastorale, durata a lungo fino all'avvento della luce elettrica e della meccanizzazione, rimasta immutata negli usi e nei costumi per millenni, non è più. I pastori, che descritti nella Bibbia non sembravano diversi da quelli dell'ultimo dopoguerra come i bovari descritti da Esiodo e i carrettieri figurati in monumenti egizi, sono ormai soltanto nella storia e nella letteratura.

Visitando le masserie ancora abitate, e forse più quelle abbandonate, ognuno per suo conto potrà ricreare quel mondo, al meglio, mitizzando magari ove necessario, e ricrearlo escludendo le sofferenze individuali date dalla fame durante le carestie, dalle perdite di animali e di parenti durante le epidemie, di costrizioni e schiavitù quando si era presi in ostaggio e portati oltremare. Così le incursioni dei pirati: turchi e barbareschi, e dei briganti: delinquenti comuni o patrioti come si dissero, discutibilmente, quelli che, insufflati dai Borbone spodestati, offesero l'ordine pubblico nei primi decenni dell'unità d'Italia, possono essere anche ricostruite come saghe che spesso si concludevano in tanto sangue versato da innocenti.

Nell'area della provincia di Brindisi, aperta a oriente sull'Adriatico sempre infido e chiusa da una cresta di colline a nord-ovest e una depressìone già paludosa a sud-est, le masserie non furono mai strutturate architettonicamente su unico modello. Ve ne sono di emergenti con torri di difesa, caditoie sopra porte a finestre, ponti levatoi alle scale, garitte con feritoie ai quattro cantoni, e di povere, quasi occulte per la loro apparente pochezza strutturale.

Tutte meritano d'essere salvate, ma è d'obbligo la scelta; difficile come la scelta delle proposte operative tendenti a fermare, ove possibile, il degrado e la perdita di tanta storia politica, economica e artistica.

Potrebbero molte masserie, anche se ruderi, con liberale intesa tra pubblico e privato, essere inserite in itinerari utili a ricostruire, in maniera più particolareggiata, anche il paesaggio dell'area provinciale, già piana dei messapi, costellata da altre misteriose torri, dette specchie, e poi particellarizzata con muretti di pietre a secco che tanto si dice impressionarono, anche se non ne scrisse, Guido Piovene durante il suo Viaggio in Italia compiuto dal 1953 al 1956.

Si potrebbe così in Puglia, e nella Provincia di Brindisi, scoprire, attraverso i toponimi che indicano le masserie, come alcune di esse furono già stazioni di posta sull'Appia traianea al tempo dei romani: Ottava grande e Ottava piccola, e altre, doni degli sposi longobardi alle spose il giorno dopo le nozze: Morginkap, Maracciccappa, e altre ancora memorie remote di abbattuti boschi di lecci: Viscigli, di macchie di lentisco: Restinco, di garriche di ferule: Fergola.

Il ricordo di vegetazioni, ove riproponibili, costituirebbero un esemplare inedito orto botanico sul territorio, monumento in memoria di tutti quelli che vissero nelle masserie anche prima che nei centri urbani, polis, civitas, per essere politici e civili, come Cleiton per il quale il poeta magnogreco Leonida da Taranto nel IV secolo a.C. scrisse monumentale il ricondo che ho voluto fosse anche ricordo monumentale di mio padre:

 

"Qui il breve campo di Cleiton e il solco
stretto pronto alla semina;
qui la piccola vigna e là il boschetto
per la legna: e su questo
spazio Cleiton ha passato ottanta anni".

 

 

Stemma della Provincia di Brindisi
Provincia di Brindisi
Assessorato Ecologia e Ambiente
Assessorato al Turismo

Azienda di Promozione Turistica
Azienda di Promozione Turistica
della provincia di Brindisi

 

Testi:

"Masserie in terra di Brindisi"
di Nicoletta De Caro
"
Per le masserie: ricreazioni"
di Rosario Jurlaro

 

 

Foto:

Federico Meneghetti
Giampaolo Senzanonna

 

Le fontane di Brindisi

 La fontana grande, o Tancredi

Fontana Tancredi
Fontana Tancredi
(Foto Nolasco)

  La fontana grande di Brindisi, più conosciuta come Tancredi, che si trova a brevissima distanza dal termine dell'antica via Appia, fu costruita in realtà dai Romani. Tancredi, conte di Lecce e ultimo re normanno, la fece solo restaurare nel 1192, a ricordo del solenne matrimonio celebrato quell'anno nella nostra Cattedrale tra il suo giovanissimo figlio Ruggero e Irene di Grecia, figlia dell'imperatore di Costantinopoli Isacco. L'anno prima Tancredi aveva nominato Ruggero coreggente del regno, e questo spiega la citazione dei due re nell'epigrafe che fu posta sulla fontana per memoria del rifacimento dell'opera:

 ANNO DOMINICE INCARNATIONIS MILLESIMO CENTESIMO NONAGESIMO SECVNDO/ REGNANTE DOMINO NOSTRO TANCREDO INVICTISSIMO REGE ANNO TERTIO/ ET FELICITER REGNANTE DOMINO NOSTRO GLORIOSISSIMO REGE ROGERIO FILIO EIVS/ ANNO PRIMO MENSE AVGVSTI INDICTIONIS DECIMAE/ HOC OPVS FACTVM EST AD HONOREM EORVNDEM REGVM .

 

Fontana Tancredi, particolare

Fontana Tancredi - particolare
(Foto Nolasco)

 

La parte terminale della via Appia e la fontana furono restaurate nel 1540 (sindaco era Bartolomeo Tomasino) dal governatore della provincia d'Otranto (che fu governatore anche della provincia di Bari nel 1544-45), Ferdinando Loffredo, come ricorda una seconda iscrizione, non più leggibile come la precedente, che si rivolgeva direttamente al viandante, con l'invito a fermarsi e a bere:

AD VIATOREM
APPIA APPIO, FONS TANCREDO REGE AEDITA/ AMBO FERDINANDO LOFFREDO HEROE INSTAVRATA/ QUARE STA BIBE ET PROPERA ET TRIA HAEC COMMODA HIS TRIBVS PROCERIBVS ACCEPTA REFERTO

La fontana grande, che fu di nuovo riparata - e con l'occasione ampliata - nel 1828, forniva acqua abbondantissima e purissima (se ne servivano pure gli ammalati, perché dai medici e dai periti era considerata la migliore in assoluto della città e dei dintorni), non solo per le esigenze dei cittadini e degli animali, ma anche per irrigare gli orti e i giardini che si trovavano lungo quel tratto di costa. La vasca rettangolare era l'abbeveratoio dei cavalli e degli altri animali da tiro. A quel tempo la città e i suoi immediati dintorni erano ricchi di sorgenti d'acqua potabile, spesso in vicinanza del mare, come si vedrà. Una risorsa pressoché completamente distrutta a seguito dello spianamento dei colli e delle alture e, più recentemente, dello scavo di molti pozzi artesiani che hanno sconvolto l'equilibrio naturale e ridotto la grande disponibilità idrica che una volta era assicurata dalle falde freatiche (superficiali e poco profonde, a differenza di quelle artesiane).

L'acquedotto romano

  I Romani, grandi costruttori, realizzarono pure a Brindisi, nel I secolo d. C., sotto l'imperatore Claudio (10 a. C. circa-54 d. C.), un acquedotto che portava acqua alla città dalla zona acquifera di Pozzo di Vito (a metà strada tra Brindisi e San Vito dei Normanni, a Nord della strada statale 16, l'Adriatica). Qui fu costruita una grande vasca cilindrica, nella quale confluivano - per mezzo di ben costruiti cunicoli filtranti - le acque degli altri pozzi dei dintorni; lungo la strada per giungere in città (dodici chilometri), l'acquedotto romano raccoglieva le acque di altri pozzi appositamente scavati. Prima di entrare in città ed essere utilizzata per usi potabili, l'acqua veniva depositata nei serbatoi costituiti dalle grandi "vasche limarie", delle quali le parti rimaste - ora restaurate - si trovano a lato del bastione di Porta Mesagne, dove restava per qualche tempo per far precipitare sul fondo il fango (il "limo"). La magnifica volta del grande serbatoio fu demolita, e le vasche furono interrate, allorché si rese necessario - nel 1530 - costruire le nuova mura a difesa della città, cui provvide il generale Ferdinando di Alarçon, per conto di Carlo V d'Asburgo. Le vasche furono scoperte nel 1886, in occasione dello sterro operato nel terrapieno per l'apertura di una strada.

 

Vasche limarie
Vasche limarie
(Foto Nolasco)

Un altro serbatoio, comunicante con la rete di quell'antico acquedotto, e cunicoli filtranti furono ritrovati sotto il piano stradale della via Pozzo Traiano, prima della salita S. Dionisio: l'imperatore romano (52-112 d. C.) del quale porta il nome, che si trovava a Brindisi con l'esercito in attesa del tempo favorevole per imbarcarsi per le sue campagne orientali contro Armeni e Parti, ne avrebbe ordinato la costruzione per provvedere di acqua i soldati e i cavalli, evidentemente acquartierati in quell'area, nelle vicinanze del porto. Più che un pozzo sembra un grande deposito (conserva) d'acqua, collegato all'acquedotto che alimentava le fontane della città; sino alla fine dell'800 era detto dai brindisini il "pozzo della città". Altra acqua giungeva in città dal fiume di Celano, chiamato nell'uso popolare Cerano, che per buona parte scorreva "celato" sottoterra.

Nell'attuale porto medio (considerato esterno prima della costruzione del Castello Alfonsino), defluivano le acque di due fiumi, grande e piccolo, una volta denominati "Delta" e "Luciana". Sullo stesso lato, in località Apollinare (da un tempio dedicato ad Apollo), furono ritrovati resti di terme romane, alimentate evidentemente dalla grande disponibilità di acqua dolce. Altri avanzi di antiche terme furono ritrovati nel 1925 in piazza Vittoria, durante i lavori per le fondazioni del palazzo delle Poste, e in piazza Crispi nei pressi del bastione S. Giorgio. Sulla sponda opposta del porto medio vi erano le "fontanelle", sorgenti di acque potabili, celebrate probabilmente da Virgilio nell'Eneide, e - più vicina al canale - la sorgente chiamata dai brindisini "abisso", ma anche pozzo di Plinio, perché fu studiata da Plinio Caio Secondo il vecchio (23-79 d. C.), che scrisse nella sua monumentale "Storia Naturale": 'Brundusii in portu fons incorruptas praestat aquas navigantibus'.

Una volta c'erano due colli all'imbocco dell'attuale canale Pigonati (il più alto era quello posto sul lato del Casale), che furono spianati da Cesare in occasione della guerra civile con Pompeo, per restringere l'accesso al porto interno: da questi e dagli altri colli sgorgavano acque abbondanti e dolcissime. La disponibilità di acqua rendeva il terreno agricolo molto fertile, tant'è che Strabone scrisse: 'Fertilior ager Brundusinus, quam Tarantinus'. Le colline che si affacciano sul porto interno (promontorio di S. Andrea, dove sono ora le chiese di S. Paolo e S. Teresa, il sito delle colonne e, al lato opposto, S. Maria del Monte) erano piene di giardini, di uliveti e vigneti. Una fonte di acqua salata, che nel Medioevo ha dato il nome al rione (pitagio) detto della Fontana Salsa, si trovava tra il Castello grande e S. Paolo. Molta acqua dolce finiva in mare, tra cui quella condotta dai canali Cillarese e Patri, che sboccano nelle insenature del porto interno: il primo nel più lungo seno di ponente, dove sono il termine dell'antica via Appia e il Castello grande; il secondo nel seno di levante.

La fontana de Torres

   Piazza della Vittoria comprende le due piazze che nel 1600 erano chiamate piazza dei nobili, o urbana, con il Sedile e la torre dell'orologio, entrambi demoliti; e piazza della plebe, o rustica, dov'era il mercato dei commestibili.

 
Fontana De Torres
Fontana de Torres
(Foto Nolasco)
 
Nelle estati 1617 e 1618 scoppiarono a Brindisi delle epidemie che fecero molte vittime, soprattutto tra i soldati e gli ufficiali spagnoli che erano qui di stanza. I cittadini erano costretti ad andare a prendere l'acqua al torrione di S. Giorgio (quasi completamente demolito nel 1865, in occasione della costruzione della stazione ferroviaria e della piazza antistante), che era attraversato dall'antico acquedotto, e perfino alla fontana grande. Il governatore della città, e castellano dell'isola e del forte a mare, era il capitano Pedro Aloysio de Torres, spagnolo di grande capacità e umanità oltre che molto risoluto. Per condurre l'acqua ai cittadini, stabilì di costruire tre fontane all'interno del centro abitato, addebitandone la spesa ai cittadini benestanti, in proporzione alle possibilità di ciascuno, facendo segnare sui muri delle loro abitazioni le somme da pagare sulla base dei compensi spettanti agli operai. Dal "bastione de agua", come gli Spagnoli chiamavano il torrione di S. Giorgio (che - si è visto - distava un centinaio di metri dalle vasche limarie), dal quale nei secoli precedenti il prezioso liquido si era perso attraverso le falde sotterranee in campagna o in mare, l'acqua venne portata a tre fontane appositamente costruite: una, quella di Crisostomo, si trovava nell'angolo della via Conserva, allora estremo limite dell'abitato; un'altra nelle vicinanze del porto, nei pressi della scomparsa Porta Reale (giardini di piazza Vittorio Emanuele), a beneficio soprattutto dei soldati dei galeoni spagnoli che erano nel porto, e la terza - la più importante perché più centrale - nella piazza della plebe, a quei tempi quadrata.
Sulla fontana, costituita da una grande vasca marmorea in cui si raccoglieva l'acqua zampillante da una bella vasca superiore più piccola, pure di marmo, molto simile a un fonte battesimale di epoca più antica, vi era un'iscrizione a ricordo del governatore de Torres che ne era stato il fautore, del re di Spagna Filippo III (1578-1621), e di Pedro Tellez-Giron y Guzman, duca di Osuna (1574-1624), lo spagnolo che fu prima viceré di Sicilia e, dal 1616, viceré di Napoli (accusato di cospirazione, fu richiamato in patria e, incarcerato, morì in prigione). L'iscrizione ricordava anche i danni causati dal normanno Guglielmo I il Malo (1120-1166), e metteva in rilievo l'importante particolare che i lavori si riferivano alla rimessa in efficienza dei condotti romani già esistenti.

PETRO ALOYSIO DE TORRES PRAETORI: QVOD ROMANOS EMVLATUS AVTHORITATE ET INDVSTRIA SUA/ PHILIPPI TERTII REGIS ET PETRI GIRONIS DVCIS OSSVNAE/ PROREGIS AVSPICIIS AC CIVIVM LABORE ET IMPENSA AQVARUM DVCTVS TEMPORVM ET MALI GVLIELMI INIVRIA DESTRVCTOS RESTITVERIT/ ATQVE REPVRGATO FUNICVLO VETERI ET INSTAVRATO FORNICE NOVOS ADSTRUXERIT/ AC SINVOSO TRACTV PER TVBOS FISTVLAS ET SALIENTES IN VRBE PERTRAXERIT/ ORDO POPVLVSQVE BRVNDVSINVS PARTE COMMODITATIS ET ORNAMENTI MEMOR ET GRATVS POST ANNVM SALVTIS MDCXVIII .

Nel mese di marzo 1715 la fontana de Torres, per carenza di manutenzione, non diede più acqua; la fontana di Crisostomo o della Conserva si bloccò due mesi dopo. Il sindaco Stanislao Monticelli le fece riparare e l'acqua tornò a zampillare il 26 ottobre 1715.

 La Fontana delle Ancore e quella Monumentale

Fontana delle ancore
Fontana delle Ancore
(Foto Nolasco)

  La Fontana delle Ancore, che risale al 1937, è quella di piazza Cairoli. L'area assunse una certa importanza dopo la costruzione del primo Teatro Verdi (1901), ma la prima vasca-fontana - grande ma molto semplice, con zampillo centrale - fu realizzata solo nel 1921. Dieci anni dopo, la vasca fu arricchita da quattro basamenti sul bordo esterno, sui quali poggiavano due grosse rane e due tartarughe; la colonnina centrale era costituita da quattro fasci littori che reggevano un'elegante coppa; moltissimi gli zampilli dell'acqua, dal centro al bordo e viceversa, che creavano suggestivi effetti di luce. Sei anni dopo, la fontana fu completamente rifatta a cura e su progetto dell'Ente Autonomo Acquedotto Pugliese, prendendo l'aspetto attuale.

La fontana monumentale è quella fatta costruire dall'Amministrazione Provinciale nel 1940, su disegno dell'arch. Iginio Grassi di Brindisi, con il contributo del Comune (podestà era Corradino Panico Sarcinella), sull'esedra, la facciata esterna a semicerchio che delimita il belvedere della piazza S. Teresa. Sulle lastre di marmo verde fu posta una semplice iscrizione, l'unica leggibile, dati anche i pochi decenni trascorsi, tra quelle citate:

ANNO DOMINI MCMXL/ XVIII AB ITALIA PER FASCES RENOVATA/ VICTORIO EMMANUELE REGE ET IMPERATORE/ BENITO MUSSOLINI DVCE/ PROVINCIA F. F. (Feliciter Fecit)

Fontana Monumentale
Fontana Monumentale
(Foto Nolasco)

 


 
 

Il Castello Grande (o Svevo) di Brindisi


 Castello Svevo di Brindisi
Castello Svevo
Foto tratta dal volume
"Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo

    Il Castello grande, detto anche svevo dall'Imperatore Federico II che fece costruire il primo nucleo, quello interno, oltre che "castello di terra", è - in ordine cronologico - il secondo dei quattro castelli che Brindisi ha avuto. Del primo, chiamato "antico", si sa solo che era contiguo allo svevo, e si trovava nell'area detta ancora oggi della "cittadella", e che di esso nel sec. XVII si vedevano ancora parti delle mura e dei fossi: una fortezza in cui i cittadini si rifugiavano in caso di pericolo per meglio difendersi. I due successivi allo svevo furono quelli fatti edificare da Carlo I d'Angiò nel 1268 a sua dimora e protezione, noto come castello di S. Maria del Monte o "castello a mare", scomparso da oltre cinque secoli, e da Alfonso d'Aragona dopo il 1481 sull'isola di S. Andrea, all'imboccatura del porto medio, noto come castello alfonsino, o aragonese, dal nome del suo fautore, o rosso (dal colore che la pietra assumeva al tramonto), al quale fu aggiunto dagli Austriaci, nel 1558, il poderoso Forte a mare. Dei quattro castelli, l'ultimo fu probabilmente l'unico ad essere eretto per fronteggiare unicamente i nemici esterni, compito che ha sempre assolto bene, a parte l'episodio bellico finale che lo vide attaccato e conquistato dal vascello francese "Il Generoso", nel 1799. Ma a quell'epoca, con i progressi dell'artiglieria, i castelli e le altre opere fortificate avevano ormai perso le loro funzioni difensive.
Vecchia foto aerea del Castello Svevo
 
Pianta del Castello SvevoIl Castello grande nacque - come la maggior parte dei castelli (nome che deriva dal latino "castellum", piccolo castrum, l'accampamento militare dei Romani) - come residenza fortificata dell'Imperatore svevo, della sua famiglia e servitù, dei suoi funzionari e soldati; e questi ultimi erano soprattutto saraceni, stimati per il loro valore e fedeltà da Federico II che, dopo averli deportati dalla Sicilia a Lucera, li aveva poi accolti nel suo esercito e in particolare nella sua guardia del corpo. Per i brindisini, che erano rimasti affezionati ai Normanni e non soffrivano gli Svevi - oltre che per il trattamento crudele che il padre di Federico II, Enrico VI, aveva riservato al loro nobile concittadino Margarito, grande ammiraglio fedelissimo dei Normanni - per gli eccessivi obblighi fiscali, le servitù e le prepotenze cui erano assoggettati, il castello divenne il simbolo di un potere oppressivo, contro il quale si ribellarono più volte. Tra l'altro, l'Imperatore svevo aveva voluto a Brindisi il fedele Ordine militare e ospedaliero dei Cavalieri Teutonici, costituito solo da nobili tedeschi, colpevoli anch'essi, come le soldatesche saracene, di soprusi e molestie ai danni dei cittadini (Imperatore e cavalieri teutonici sarebbero stati scomunicati, nel 1244, da Papa Innocenzo IV; l'ultimo degli Svevi, Corradino, sarebbe stato giustiziato a Napoli nel 1268, e i Saraceni che vivevano nell'Italia meridionale sarebbero stati sterminati dagli Angioini nel 1300). Eppure, fu proprio sotto Federico II che la città assunse l'aspetto di una capitale, perché oltre al nuovo imponente castello e alle mura poderose ebbe un'importante zecca, che aveva sede nella sontuosa casa dell'ammiraglio Margarito (che era nel sito in cui furono poi costruiti la chiesa di San Paolo e l'annesso monastero). Nel Duomo di Brindisi Federico II sposò nel novembre 1225 Isabella di Brienne, figlia di Giovanni re di Gerusalemme.
 
Torrione circolareCastello Svevo
Torrione circolare - (Foto Pennetta)

 
Nel 1226 Federico II pensò di approfittare del gran numero di soldati e pellegrini in ozio, convenuti a Brindisi per partecipare alla sesta crociata, utilizzandoli per far costruire un castello - molto vicino a quello "antico", che doveva essere già in cattive condizioni o comunque non soddisfaceva il raffinato Imperatore - con un doppio accesso: dalla parte di terra (a breve distanza dall'anfiteatro romano e da un tempio pagano, che furono demoliti per ricavarne il materiale necessario alla costruzione), e dalla parte del mare, là dove terminava l'antica via Appia. Qui le darsene consentivano l'attracco contemporaneo di almeno venti galee per rifornire la guarnigione nel caso in cui l'approvvigionamento fosse stato impedito da terra. Un'eventualità non remota poiché i brindisini avevano già invaso 'nequiter et rapaciter' , secondo Federico, le residenze dei cavalieri teutonici, il castello di Mesagne e la 'domus Margariti', tra il 1220 e il 1221; si ribellarono poi, con particolare violenza, contro Manfredi, figlio di Federico, che per riconquistarla nel 1257, fu costretto ad assediare Brindisi due volte. Il castello grande fu dimora di Federico, sede di uffici, caserma, prigione e arsenale, funzioni che ha continuato a svolgere nei secoli successivi.

La costruzione iniziò nel 1227, e nel 1233 il castello era già rifinito. Di forma trapezoidale, aveva quattro altissime torri agli angoli; era difeso da un lato dal mare e dagli altri tre lati da un largo e profondo fossato. Negli stessi anni fu costruito il castello di Oria, località più salubre di Brindisi, soprattutto nelle estati torride, posta com'è su un'altura (150 metri), e allora circondata da una vastissima foresta. Federico II, uomo di grande cultura, aveva tra l'altro molta passione per l'architettura e costruiva opere, come Castel del Monte, con l'intento di far vivere il suo nome in eterno.

Ferdinando I d'Aragona

  Potenziato da Carlo I d'Angiò (1226-1285), prima re di Sicilia e poi di Napoli, che nell'ambito della sua politica espansionistica in Oriente, costruì a Brindisi un grandioso arsenale sull'attuale sito della stazione marittima, il castello grande fu molto ampliato e fortificato nel 1488 da Ferdinando I re di Napoli (detto il Ferrante), figlio di Alfonso V d'Aragona. Egli fece costruire una nuova cinta di mura (l'antemurale), meno alta delle torri erette 260 anni prima da Federico II, e quattro grandi torri circolari agli angoli. Coprì con una volta il fossato che divideva la nuova cinta di mura dal nucleo svevo, ricavando all'interno tanti locali sotterranei da poter ospitare - in caso di necessità - tutti gli abitanti della città. Circondò l'antemurale con un nuovo fosso, largo e profondo come quello che aveva appena coperto all'interno, in modo da dare - attraverso spiragli - luce ai locali sotterranei. Nello scavare il nuovo fosso, furono trovate fonti d'acqua potabile e abbondante, in grado di dissetare a lungo gli abitanti del castello in caso di assedio. Fece costruire anche, interrato, un ampio locale da minare in caso di bisogno: il pericolo era rappresentato dai Turchi, che otto anni prima avevano conquistato Otranto e facevano frequenti scorrerie nel Salento. Nel 1492 Brindisi ospitò un'armata costituita da cento navi, di cui 40 galere, affidata da re Ferdinando al figlio Federico, per opporla ai Turchi in caso di un loro attacco, che fortunatamente non avvenne. Due anni dopo, nel 1494, Ferdinando morì, lasciando via libera al tentativo di Carlo VIII di Francia di rivendicare i diritti angioini sul trono di Napoli, tentativo fallito l'anno successivo per merito della potente lega che si era formata contro di lui.

Il 30 marzo 1496 Brindisi fu consegnata da Ferdinando II d'Aragona, detto Ferrandino (1467-1496), alla Repubblica di Venezia (ma il suo dominio durò solo 13 anni), con il castello grande, il castello alfonsino e le due torrette fatte costruire nel 1301 da Carlo II d'Angiò, che si trovavano sulle sponde dell'attuale canale Pigonati, e che chiudevano con una catena di ferro (ora conservata nel castello svevo) l'accesso al porto interno. Nella relazione di Priamo Contarini, inviato dal doge di Venezia per fare l'inventario dei beni della città, il Castello grande è definito "bello e fortissimo, che domina la città e gli altri castelli" (del contado, evidentemente).

Carlo V d'Asburgo

Castello Svevo: Piazza d'Armi
 Castello Svevo - Piazza d'Armi - (Foto Pennetta)

  L'imperatore Carlo V d'Asburgo (1500-1558), che a 16 anni - alla morte del nonno materno Ferdinando II d'Aragona, detto il Cattolico, re di Spagna col nome di Ferdinando V - aveva tra l'altro ereditato i domini italiani (Napoli, Sicilia e Sardegna), ha svolto un ruolo importante nella storia di Brindisi e del castello grande. Dopo che egli aveva sconfitto Francesco I di Francia a Pavia nel 1525 e messo a sacco Roma nel 1527, la lega costituitagli contro da Francia, Inghilterra, Firenze, Venezia, ducato di Milano e Papa Clemente VII, invase il regno di Napoli. Erano 16.000 i soldati francesi, veneziani e romani che nell'agosto 1528 diedero l'assalto a Brindisi, dapprima dalla parte del mare, ma inutilmente, perché furono respinti dai cannoni del castello alfonsino. Come ulteriore opera di difesa, per impedire l'accesso alle navi francesi, il sindaco brindisino Giacomo de Napoli bloccò l'imboccatura del porto interno (attuale canale Pigonati), facendovi affondare una sua nave (una fusta, piccola galea a un solo albero) carica di piombo. I soldati della lega riuscirono però a conquistare la città da porta Lecce, e vi si insediarono requisendo le abitazioni. Comandava il castello grande Giovanni de Glianes, per conto di Ferdinando d'Alarçon, generale di cavalleria qui inviato nel 1516 da Carlo V. Il castellano, nella convinzione che una parte dei brindisini avesse instaurato rapporti amichevoli col nemico, mentre con ogni probabilità essi cercavano solo di fare buon viso a cattivo gioco, ordinò di sparare con i cannoni contro le abitazioni, colpendo così anche gli innocenti e i fedeli dell'Imperatore. Contro l'artiglieria del castello il nemico oppose - con un tiro incrociato - due batterie, una che si trovava tra il castello e San Paolo (attuale sito di S. Aloi, voce dialettale derivante dal francese che sta per sant'Eligio), e l'altra sulla riva in prossimità del termine dell'antica via Appia. Si continuò a colpire da entrambe le parti per molti giorni, mentre i soldati del castello facevano sortite vittoriose.

L'episodio che portò al saccheggio della città e al massacro di molti brindisini avvenne in quell'occasione. Il comandante generale dei soldati della lega, Simone Romano, mentre passava sul ponte situato nei pressi della seconda batteria (per non far conoscere il suo grado era salito sul cavallo di un semplice militare), attrasse l'attenzione di un artigliere del castello, che si vantava con i compagni di essere molto preciso. Costui scommise che sarebbe riuscito a colpire l'uomo a cavallo con una piccola bombarda (chiamata smeriglio), e in effetti - misurando a occhio la distanza e i movimenti del cavallo - colse il generale Romano su un fianco e lo gettò morto a terra. I soldati occupanti celebrarono solenni funerali al loro comandante, il cui corpo fu posto a riposare nella chiesa di Santa Maria del Casale. Sul suo sarcofago era ancora nel XVII secolo la seguente iscrizione: Hic iacet Simeon Thebaldus Romanus, Imperator Exercitus.

Prima di togliere l'assedio, i soldati della lega - non potendo vendicarsi degli artiglieri del castello - sfogarono la loro ira, nel corso di un'intera notte, contro la città, saccheggiando e uccidendo uomini, donne, vecchi, come avevano già fatto a Molfetta. Quello che ottomila mercenari luterani tedeschi (Bavaresi, Svevi e Tirolesi) avevano fatto a Roma l'anno prima, fecero a Brindisi sedicimila francesi, veneziani e romani ai danni degli innocenti cittadini. Un episodio degno di nota è quello del brindisino che, travestito con i suoi domestici da soldato nemico, mise in salvo vita e beni facendo finta di svaligiare la sua stessa casa. Il sacco lasciò Brindisi poverissima e pressoché priva di abitazioni, perché molte erano state demolite dall'artiglieria del castello.

Incaricato da Carlo V, il generale d'Alarçon nel 1530 munì la città di nuove mura, potenziò i castelli e porta Lecce e fece costruire i torrioni di San Giacomo, San Giorgio (si trovava davanti all'attuale piazza della stazione ferroviaria) e quello posto a lato della porta di Mesagne.

Fu Gioacchino Murat, generale francese e cognato di Napoleone, re di Napoli dal 1808 al 1815 (allorché fu fatto fucilare dai Borboni a Pizzo Calabro), a trasformare nel 1814 il castello grande - da tempo in stato di abbandono dopo che era stato dismesso dagli Spagnoli - in "bagno penale", funzione che svolse anche sotto i Borboni e i Savoia fino ai primi anni del 900, quando la Marina Militare ne fece la sede della sua base di Brindisi. Nel 1879 il castello ospitava 800 forzati.

Il medico milanese di Carlo V, Luigi Marliano, suggerì all'Imperatore nell'estate 1516 di adottare quale stemma di Brindisi le due colonne - che comunque erano già da secoli l'emblema più o meno ufficiale della città - così come si osservano, con la scritta ai lati "AD HERCVLIS COLVMNAS", nel bassorilievo in pietra murato all'esterno del castello grande, all'ingresso del Comando della Marina Militare.

 

Le Colonne Romane di Brindisi

Colonne romane di Brindisi
Colonne romane di Brindisi

      Sono tre le ipotesi tramandate sulle origini delle colonne romane di Brindisi. Per molti - ed è l'ipotesi più accreditata dalla tradizione - si tratta di un monumento fatto innalzare nel 110 circa d. C. dall'imperatore Traiano, per celebrare - con il potenziamento del nostro porto - la costruzione di una deviazione della via Appia per il tratto che da Benevento conduceva a Brindisi, passando da Canosa, Ruvo, Egnazia; strada che da lui fu detta Traiana o Appia-Traiana (ma anche Egnazia). La prima parte dell'originaria via Appia era stata costruita nel 322 a. C. dal censore Appio Claudio il Cieco per unire Roma a Capua, ma qualche decennio dopo la strada fu prolungata sino a Benevento e Taranto, conquistata nel 272. Sottomessa cinque anni dopo anche Brindisi, si rese necessario il prolungamento fino al nostro porto, realizzato molto probabilmente da Appio Claudio Pulcro, che fu console nel 213 a. C. A quei tempi Oria, attraversata dalla primitiva via Appia, svolgeva l'importante funzione di mansio, cioè di un luogo in cui, oltre a cambiare i cavalli, i viaggiatori potevano pernottare.
Per altri è un monumento eretto in onore di Ercole (il libico), al cui figlio Brento i brindisini facevano risalire la rifondazione della città, e il cui culto era molto vivo a Brindisi, come in tante altre città. Ciò a somiglianza delle più famose colonne poste in Africa e in Spagna, sull'attuale stretto di Gibilterra, che indicavano la fine del mondo allora conosciuto.

Rappresentazione antica delle colonne romane

 Per altri ancora le colonne sarebbero state volute dai Romani per premiare la lealtà dei brindisini, che nel 214 a. C. - a differenza dei tarantini - non si erano arresi ad Annibale; o del brindisino Lucio Ramnio, in particolare, che nello stesso anno fece fallire il piano del re macedone Perseo, che voleva battere i Romani facendone avvelenare i comandanti di passaggio dalla nostra città; o per premiare il contributo in denaro e soldati che Brindisi - con poche altre città - assicurò a Roma nella guerra contro i Cartaginesi anche dopo la disfatta di Canne; oppure il validissimo aiuto fornito a Silla (nell'83 a. C.), a Cesare (nel 48 a. C.) e a Ottaviano (il futuro Cesare Augusto, nel 38 a. C.), in occasione delle guerre civili che li videro vincitori rispettivamente su Mario, Pompeo e Marco Antonio.
In ogni caso le colonne sarebbero servite, per un certo periodo, evidentemente prima che l'accesso al porto e la sua prima difesa fossero trasferiti dall'attuale canale Pigonati all'isola di Sant'Andrea, come faro: tra un capitello e l'altro fu posta una robusta traversa di bronzo con un fanale dorato (opportunamente protetto e in grado di sopportare l'impeto dei venti) al centro, per dare ai naviganti un punto di riferimento e la possibilità di trovare riparo anche di notte dalle furiose tempeste per le quali nell'antichità era famoso l'Adriatico.

In favore dell'ipotesi che considera le colonne "terminali della via Appia", vi è la contemporanea costruzione a Benevento - l'altra città interessata dalla costruzione del nuovo tratto orientale della strada, di strategica importanza per le campagne orientali, in particolare contro i Daci - dell'arco celebrativo detto di Traiano; ed è molto probabile che Brindisi, punto di arrivo della duplice strada e base di partenza per l'Oriente, che forniva assistenza e vettovaglie alle imponenti armate romane, abbia avuto nell'occasione un proprio monumento celebrativo. Un'epigrafe fu ritrovata nel 1736 nel giardino del palazzo Montenegro (in una parete del quale fu murata), con la seguente iscrizione dedicata dai brindisini a Traiano:

IMP - CAESARI - DIVI - NERVAE - F - NERVAE - TRAIANO - AVG - GER - DACIC -PONT - MAX - TRIB - POT - XIV - IMP - V - COS - VI - P - P - BRVNDVSINI - DECVRIONES - ET - MVNICIPES (A Nerva Traiano Imperatore, Cesare, Augusto, figlio del divo Nerva, Germanico, Dacico, Pontefice Massimo, Tribuno per la quattordicesima volta, Imperatore per la quinta, Console per la sesta, Padre della Patria, i Decurioni e i Municipali Brindisini).

Inoltre, un bellissimo torso loricato - ora nel Museo Archeologico Provinciale - fu rinvenuto nel 1932 in via Tarantini, durante uno scavo: dalla ricchezza dei fregi ornamentali della corazza potrebbe trattarsi di un simulacro dello stesso Traiano, a significare i profondi legami tra l'Imperatore e la nostra città. Infine, non si può sottacere il fatto che nel 29 a. C. il Senato romano decretò, a ricordo della vittoria di Ottaviano ad Azio di due anni prima, l'erezione di due archi di trionfo, uno a Roma e l'altro a Brindisi, a ulteriore dimostrazione che Roma era particolarmente generosa quando si trattava di celebrare - con monumenti - vittorie e opere pubbliche. È noto che al tempo dell'Impero, Brindisi fu forse il più importante nodo stradale; e nel nostro porto, attivissimo già agli inizi del II sec. a. C., Augusto teneva stabilmente un'intera flotta. A Roma ha peraltro resistito alle ingiurie del tempo la splendida colonna Traiana, che celebra le conquiste dell'Imperatore.

In favore dell'ipotesi che le colonne siano state erette in onore di Ercole, vi è da dire che a parte l'incredibile culto che nei tempi antichi veniva reso a questo dio dalla forza proverbiale, e la pretesa di molte città di discendere da lui (soprattutto allo scopo di intimorire i nemici, ritenendosi o facendo credere di essere invincibili), c'è l'iscrizione che all'incirca nel 1660 i leccesi fecero scolpire sulla base del monumento a S. Oronzo, realizzato - come si vedrà - con una parte di una delle colonne romane di Brindisi:

 

COLVMNAM HANC QVAM BRVNDVSINA CIVITAS SVAM AB HERCVLE OSTENTAS ORIGINEM PROPHANO OLIM RITV IN SVA EREXERAT INSIGNIA RELIGIOSO TANDEM CVLTV SVBIECIT ORONTIO VT LAPIDES ILLI QVI FERARVM DOMITOREM EXPRESSERANT NOVO CAELAMINE VOTO ET CVLTV TRVCVLENTIORIS PESTILENTIAE NOSTRI TRIVNPHATOREM POSTERIS CONSIGNARENT (Questa colonna che la città di Brindisi, che ostenta la sua origine da Ercole, con rito profano aveva eretto come sua insegna, finalmente con rito religioso sottopone ad Oronzo, affinché quelle pietre che avevano simboleggiato il domatore delle belve, con nuovo aspetto, voto e culto tramandino ai posteri il trionfatore della feroce pestilenza). Un'ipotesi in parte suffragata dalla datazione al III sec. d. C., successivamente quindi alle imprese di Traiano e alle guerre puniche e civili, proposta per il capitello della colonna rimasta a Brindisi; ma si tratta di un elemento che può essere stato sostituito in epoca successiva all'erezione dei fusti delle colonne, che in origine devono aver sostenuto due statue. Infatti, un bassorilievo in pietra, senza data, murato all'esterno del Castello Svevo, mostra le due colonne con i capitelli e due piattaforme, presumibili appoggi per statue. Ai lati delle colonne vi è l'iscrizione: AD HERCVLIS COLVMNAS.

In favore dell'ipotesi che vede nelle colonne un premio alla lealtà e generosità dei brindisini, vi è la gratitudine dimostrata in particolare da Lucio Silla per l'accoglienza e il mantenimento della sua armata costituita da 600 navi, al ritorno dalla guerra contro il re del Ponto Mitridate: la città fu per un lungo periodo esonerata dal pagamento a Roma dei tributi cui erano obbligate le altre città. Le colonne potrebbero anche essere state erette con una parte delle opere d'arte orientali che costituivano il bottino di guerra di Silla.

La colonna superstite, di marmo bigio orientale, è alta - come d'altronde quella caduta nel 1528, trasportata a Lecce e modificata nel 1660 - m. 18,74, dei quali 4,44 di base, 11,45 per gli otto rocchi, 1,85 per il capitello e un metro per il pulvino. Il suo capitello è adornato con quattro deità e otto tritoni e foglie di acanto; il pulvino ha tre ordini di fregi.

Sulla base della colonna rimasta a Brindisi vi è un'iscrizione che ricorda la ricostruzione nel IX secolo della città, distrutta dai Saraceni (che tra l'altro appiccarono il fuoco alle colonne), ad opera di un illustre personaggio della Corte imperiale greca, il protospatario Lupo, che agì nel nome dell'Imperatore di Costantinopoli Basilio. L'iscrizione, che si leggeva ancora interamente nel 1674, diceva:

 

ILLUSTRIS PIVS ACTIB. ATQ: REFVLGENS - PTOSPATHA LVPVS VRBEM HANC STRVXIT AB IMO - QVAM IMPERATORES MAGNIFICIQ: BENIGNI … (L'illustre e pio per azioni benefiche Lupo Protospata ricostruì dalle fondamenta questa città, che gli Imperatori magnifici e benigni …) L'epigramma continuava con ogni probabilità (e logica) sulla base della seconda colonna, troppo presto deterioratasi: dei caratteri non è rimasto neppure il ricordo.

 Colonna con S.Oronzo a Lecce

 Il 20 novembre 1528, senza apparente motivo, una delle colonne crollò, e il rocchio superiore (quello immediatamente sotto il capitello) cadde di traverso sulla base, mentre tutti gli altri, inclusi il capitello e il pulvino rimasero a terra per quasi 132 anni. La peste - che aveva già colpito Brindisi nel luglio 1526 uccidendo in pochi giorni un gran numero di cittadini - scoppiò di nuovo nel regno di Napoli nel 1657, ma non si diffuse nella terra d'Otranto, si ritenne per intercessione di S. Oronzo (i brindisini si rivolsero invece a San Rocco, come avevano fatto 130 anni prima). A Lecce, in particolare, si pensò di erigere al Santo un monumento, cui il sindaco di Brindisi Carlo Stea decise di contribuire donando i rocchi e il capitello caduti, danneggiati e in stato di abbandono della colonna romana. Il suo successore (la carica allora durava solo un anno), Giovanni Antonio Cuggiò, interpretando i sentimenti dei cittadini che preferivano che al monumento si provvedesse con marmo nuovo, al cui acquisto erano pronti a contribuire, rifiutò di consegnarli. Il 2 novembre 1659 giunse però alla Città l'ordine del Vicerè di Napoli conte di Castrillo di consegnare i pezzi cascati della colonna: il nuovo Sindaco Carlo Monticelli Ripa provò a chiedere un contrordine, ma inutilmente. Il trasporto fu effettuato l'anno successivo tra molte difficoltà, non per ostacoli frapposti dai brindisini, ma perché le strade erano impraticabili per le piogge, e i carri dell'epoca non erano in grado di sopportare il peso della colonna, mentre vi era la necessità di evitare il rischio di danneggiare ulteriormente i pezzi già malridotti. L'architetto leccese Giuseppe Zimbalo, oltre a costruire una nuova base con pietra locale, fu costretto a rastremare i rocchi di 65 centimetri (la circonferenza passò alla base da m. 4,77 a 4,12) e a ridurre, trasformandone lo stile e le figure, il capitello corinzio. A quanto sembra, il capitello originale rappresentava figure femminili e principi persiani.

Una prima sistemazione della collinetta su cui sono le colonne romane fu eseguita nel 1861, sotto il sindacato di Domenico Balsamo, primo sindaco liberale di Brindisi, con la pavimentazione del piazzale e la costruzione di una stretta scalinata, che assunse l'ampiezza attuale in occasione della costruzione del Monumento Nazionale al Marinaio d'Italia (1933).

Nel 1937, su "La Stampa" di Torino Margherita Sarfatti auspicò il ritorno a Brindisi della colonna di S. Oronzo, per ricomporre il monumento così com'era in origine, ma il Consiglio Superiore delle Belle Arti - su relazione dell'Accademico Gustavo Giovannoni - non ritenne possibile il ritorno della colonna, poiché rocchi e capitello, a causa della caduta, erano stati ormai ridotti e modificati.

Ferdinando II d'Aragona ordinò nel 1496 che sulle medaglie e monete che si coniavano a Brindisi s'incidessero le colonne romane, in segno della lealtà immutabile dei brindisini, di cui anch'egli, come Silla, Cesare e Ottaviano, aveva avuto prova. Su alcuni esemplari furono aggiunte le parole FIDELITAS BRVNDVSINA. Ma le colonne non furono introdotte nel nostro stemma dagli Aragonesi: si tratta di un'insegna antica, visibile anche in un affresco del XIV secolo intitolato "Albero della Croce", che è all'interno della Chiesa di S. Maria del Casale (del 1300 circa).

 

Il Castello Alfonsino e il Forte a Mare

 

Forte a Mare
Castello Alfonsino o Aragonese
Foto coll. Mogavero-Pennetta  

 

L'isola di S. Andrea

  L'isola su cui sorgono il Castello Alfonsino e il Forte a Mare si chiamava anticamente Bara (nome di origine orientale, forse ebraica): presso gli antichi fu molto celebre ed è ricordata da Cesare, Appiano, Plinio, Mela, Lucano. Essa fu utilizzata, durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo, come base d'attacco da Libone, che per Pompeo comandava una flotta di cinquanta navi, per cacciare dai posti vicini i presidi della cavalleria di Cesare e spargere lo spavento tra i suoi soldati. Marco Antonio, però, assediò a sua volta Libone e, impedendogli di rifornirsi di acqua potabile, lo costrinse a fuggire. Si ritiene che i suoi abitatori, di là cacciati, avessero fondato Bari (l'antica Barium).

Dal Medioevo l'isola si chiamò invece di S. Andrea, perché nel 1059 l'Arcivescovo di Brindisi Eustasio, che aveva la sua residenza a Monopoli, la concesse ai baresi Melo e Teudelmano per costruirvi un monastero in onore dell'Apostolo Sant'Andrea. L'importante abbazia benedettina (i suoi imponenti capitelli sono ora esposti nel Museo Provinciale) dovette essere costruita in breve tempo: nel 1062 abate di S. Andrea era Melo. Nei secoli successivi, i monaci dell'abbazia avrebbero trasferito il culto del Santo in città, in una chiesa che era sul promontorio detto di S. Andrea. Nel 1579, la chiesa e il monastero di S. Andrea "piccolo" (per distinguerlo da quello dell'abbazia dell'isola) caddero in rovina, e all'Apostolo fu dedicata una cappella nella nuova chiesa di S. Teresa, sorta nel 1671, il cui convento, tenuto dai Carmelitani Scalzi, confinava con la chiesa e il monastero diroccati.

Nel tempo, per ragioni di difesa marittima, l'isola fu divisa artificialmente in tre parti: nella prima sorge il Castello Alfonsino, nella seconda il Forte a Mare, e nella terza, conosciuta come isola del lazzaretto, vi era nel 1934 una batteria di cannoni, la "Pisacane". Fino a 130 anni fa circa, si accedeva al porto medio di Brindisi attraverso due aperture: la prima, chiamata Bocca di Puglia, tra l'isola del lazzaretto e punta Mater Domini, per la quale transitavano le navi provenienti da Nord; e la seconda, larga il doppio della precedente, tra il Castello e le Pedagne, per la quale transitavano le navi provenienti dall'Oriente. Bocca di Puglia fu chiusa da una diga nel 1869, per maggiore sicurezza delle navi che si ancoravano a Costa Guacina.

 

La difesa del porto fino al 1481

  Prima della conquista di Otranto da parte dei Turchi (1480), la prima difesa della città avveniva all'altezza dell'attuale canale Pigonati. L'imboccatura, anticamente molto larga e profonda, ma resa più stretta da Cesare che voleva impedire l'uscita dalla città del suo nemico Pompeo, fu ostruita prima dallo stesso Cesare (48 a. C.), poi dal Principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo (1450 circa) e quindi dal Sindaco brindisino Giacomo de Napoli (1529).

Furono i Normanni a sentire per primi il bisogno di costruire sull'isola di S. Andrea un avamposto difensivo del porto esterno, più probabilmente a scopo di vedetta; mentre Carlo I d'Angiò (1226-1285), che negli anni 1273-1274 sostenne una guerra contro greci e albanesi, vi fece costruire probabilmente una torre cilindrica, primo nucleo di quello che sarebbe diventato un castello solo sotto gli Aragonesi, a seguito della grave minaccia rappresentata dai Turchi. Gli Angioini continuarono a considerare l'imboccatura del porto interno (quello che sarebbe diventato il canale Pigonati) il primo vero baluardo a difesa della città: sulle due sponde del canale fecero costruire due torri; la maggiore - ancora esistente alla fine del 600, sul lato di ponente - era collegata alla minore da una catena di ferro, come si vede bene nella celebre pianta della città, del 1703, di G. B. Pacichelli. La catena è conservata nel Castello Svevo, sede del Comando della Marina Militare.

 

Il castello a mare angioino (o di S. Maria del Monte)

  Carlo I d'Angiò, figlio del re di Francia Luigi VIII, prima re di Sicilia, poi anche d'Albania e di Gerusalemme, vincitore degli Svevi nel 1266 a Benevento e nel 1268 a Tagliacozzo (sarebbe poi stato sconfitto dagli Aragonesi nel 1284), fece costruire a Brindisi, nel 1268, un castello con sei torri merlate che si affacciava sul seno di levante, in località Belvedere. Fu questo il Castello di S. Maria del Monte (nel quale era incorporato il palazzo reale), detto Castello a mare per distinguerlo da quello "di terra", lo Svevo di Federico II, che pure si affaccia sul mare. Nel 1410 il castello aveva già bisogno di riparazioni e divenne inutile (fu disarmato e demolito) dopo la costruzione del Castello Alfonsino ad opera degli Aragonesi. Carlo I d'Angiò, che attuò con scarsa fortuna una politica espansionistica in Oriente, costruì ai piedi del Castello un grandioso arsenale, nello stesso luogo in cui si trovava l'arsenale romano e dov'è ora la stazione marittima.

  Forte a mare, cala interna
Forte a mare, cala interna
 Castello Alfonsino: Cala interna al Forte - Foto coll. Nolasco  
Il castello Alfonsino (o Aragonese)

  Nel 1481, Ferdinando d'Aragona ordinò al figlio Alfonso, duca di Calabria, di costruire sull'isola di S. Andrea una fortezza in grado di difendere efficacemente porto e città con un minor numero di soldati: all'inizio fu solo una rocca, o una gran torre, dov'era la stanza in cui dormiva il re. Già nel 1484 il forte fu attaccato dal generale veneziano Francesco Marcello che, dopo essere stato sconfitto sul terreno dal brindisino Pompeo Azzolino, tentò di conquistare la città dalla parte del mare. Ma, respinto anche dalle artiglierie della "rocca dell'isola", ripiegò su Gallipoli, che riuscì ad occupare a caro prezzo.

Sperimentata con successo la capacità di difesa della fortezza, Alfonso I d'Aragona la fece ampliare con la costruzione di un antemurale - con bastioni - al torrione preesistente, e con mura alte e molto spesse: alle due torri, cilindrica e quadrata, ne fu aggiunta un'altra poligonale così che il castello assunse una forma triangolare. Il tutto inglobava ormai la chiesa e l'abbazia di S. Andrea. Si chiamò Alfonsino, ma anche "dell'isola"; i nemici che lo vedevano da lontano lo chiamavano con timore "il castello rosso", a causa del colore che al tramonto assumeva la pietra, cavata nell'isola stessa, con cui era costruito. E' noto anche come Castello Aragonese, dalla casata dei re che lo fecero costruire. D'altro canto, Alfonso fece ampliare e fortificare anche il Castello Svevo, detto talvolta "castello grande" per la sua mole.

Nel 1516, il regno di Napoli fu trasferito alla Casa d'Austria, a seguito della morte di Ferdinando d'Aragona, la cui figlia Giovanna aveva sposato Filippo I d'Asburgo, arciduca d'Austria. Il loro figlio Carlo V, nato a Gand nel 1500, il futuro imperatore, a soli 16 anni ereditò dal nonno i regni d'Aragona e di Castiglia, con tutti i loro possedimenti, incluse le colonie americane, poiché il padre Filippo era morto prematuramente dieci anni prima. Per contrastare l'enorme estendersi dei domini di Carlo V, il re di Francia Francesco I promosse una Lega contro di lui alleandosi con i Veneziani e i Romani (si sarebbe in seguito unito anche con i Turchi pur di combattere l'Imperatore).

Nel 1528, i Veneziani con 16 galee attaccarono nuovamente il Castello, che si difese benissimo con i molti pezzi di artiglieria di cui era stato dotato, costringendo le navi nemiche ad allontanarsi (comandante del Castello era allora Ferdinando Alarcòn, inviato da Carlo V per controllare e potenziare, come fece, le fortificazioni della città). La città fu invece costretta ad arrendersi, e saccheggiata, quando fu attaccata dalla parte di terra (Porta Lecce) da 16.000 soldati della Lega. Le artiglierie dell'epoca usavano palle di pietra, ferro e piombo. A Brindisi si fondevano i cannoni e si fabbricava la polvere da sparo. Uno dei fonditori era Nicola Scarzopino (operava nel 1543); mentre Bartolomeo e Natale de Prenda fabbricavano e raffinavano polveri da sparo per cannoni e archibugi nel 1595. Una fabbrica di polvere esisteva allora nelle vicinanze di via S. Ippolito. Maestri muratori, falegnami e ferrai erano in quegli anni, a Brindisi, Donato Fischetto e Pietro de Tuccio (operanti nel 1583), Donato Santabarbara (1593), Teodoro Ignini (1595), Martino de Stratis (1599), Teodoro Buongiorno (1602), Francesco Guido (1611). Fornitori di calce erano, negli anni 1596 e seguenti, i brindisini Donato Antonio Dotto, Matteo della Ragione e Girolamo Moriero. Il loro nome è stato tramandato perché vincitori di appalti indetti per opere e forniture eseguite per il Castello e il Forte.

Il Forte a Mare

  Nei primi anni del regno di Filippo II d'Austria, figlio di Carlo V, fu deciso di completare la fortificazione dell'isola di S. Andrea, per evitare che il nemico, occupato lo spazio vuoto, vi piazzasse le sue armi di assedio o di offesa e colpisse molto da vicino il castello, rendendolo inutile. Nel 1558, si diede inizio alla costruzione del Forte dell'Isola, o Forte a Mare, di mole smisurata, contiguo e congiunto alle mura orientali dell'antica rocca; la costruzione durò 46 anni senza pausa nei lavori. Castello e Forte costituirono un grande triangolo isoscele; erano divisi solo da un profondo fossato, per impedire al nemico che avesse eventualmente conquistato l'uno di passare facilmente all'altro.

Dapprima, nel 1577, Forte e Castello furono uniti da un ponte di pietra che scavalcava il fossato: in quell'occasione fu aperta la porta sul Forte e fu chiusa quella del castello che era sul mare verso mezzogiorno. Ma presto gli ingegneri e i commissari reali si accorsero dell'errore di esporre entrambe le fortezze ad un unico pericolo, e sostituirono il ponte di pietra con uno levatoio di legno per dare un solo comandante ad entrambe e per dividerle in caso di necessità. Risale al 1583 l'iscrizione fatta apporre dal castellano Lorenzo Cariglio di Melo in memoria dell'unificazione dei due immobili sotto un solo comando. Per dare un'idea dell'importanza della piazzaforte di Brindisi in Puglia al tempo degli Austriaci: nel 1572 erano a Brindisi duemila soldati in pianta stabile (come a Taranto); a Trani mille, a Bari 600, ad Otranto 400. Un tentativo di attacco al forte avvenne nei primi giorni del giugno 1616, durante il regno di Filippo III, da parte di undici vascelli veneziani, che furono dissuasi da otto grandi navi da guerra spagnole, comandate dal gen. Francesco di Ribera.

Il più famoso castellano del Forte a Mare fu il "maestro di campo" Luigi (Aloysio) Ferreyra di Lisbona, che il 25 febbraio 1711 istituì, con un cospicuo capitale personale di 9.000 ducati, una rendita di 600 ducati annui a favore dei soldati del castello e dei loro eredi. Il 4 giugno 1715 entrarono in città 150 soldati tedeschi, dei quali cento presidiarono il Forte a Mare e il Castello Alfonsino, dopo che Filippo V (nipote di Luigi XIV), salito al trono di Spagna nel 1701, primo dei Borboni, era stato privato, con la pace di Utrecht (1713) e quella di Rastatt (1714), del regno di Napoli, a seguito della guerra di successione provocata dall'Austria. Vent'anni dopo, nel 1735, con la riscossa spagnola che costrinse i tedeschi ad abbandonare la città, il figlio Carlo III di Borbone assunse il titolo (per la prima volta) di re delle due Sicilie. A Carlo sarebbero successi Ferdinando I di Borbone nel 1759, salito al trono come Ferdinando IV di Napoli, Francesco I nel 1825, Ferdinando II nel 1830 e, ultimo, Francesco II nel 1859, appena due anni prima dell'Unità d'Italia.

Il 12 marzo 1739 giunse a Brindisi una delegazione di ingegneri e ufficiali di artiglieria, al comando del maresciallo spagnolo Andrea de los Covos, primo ingegnere di Carlo III, per fare la pianta del Forte, del castello di terra e di tutta la città, di cui misurò le strade e le mura. Si tratta della famosa "mappa spagnola" in possesso del Comune di Brindisi: in quegli anni la città era abitata da 7.000 persone, mentre poteva contenerne più di 50.000.

Il Forte fu attaccato, danneggiato ed espugnato, il 9 aprile 1799, dal vascello francese "Il Generoso". Brindisi, rimasta fedele ai Borboni, dopo che i rivoluzionari francesi, entrati a Napoli tre mesi prima, vi avevano proclamato la repubblica, ospitava in quei giorni due controrivoluzionari corsi arruolati nell'esercito borbonico, Giovanni Francesco di Boccheciampe e Giovan Battista De Cesari. Costoro assunsero il comando delle batterie del Forte, danneggiarono la nave francese (un colpo di cannone ne uccise il comandante) che tuttavia, aiutata da otto paranze barlettane favorevoli alla causa rivoluzionaria, riuscì a smantellare la fortezza nel versante in cui era disarmata e a conquistarla. I francesi entrarono in città ma si ritirarono in fretta pochi giorni dopo, il 16 aprile, lasciando le provviste alimentari che avevano trovato nel Forte (farina, biscotti, vino, fagioli, ceci, carne salata). Boccheciampe fu preso e fucilato dai rivoluzionari nei pressi di Trani.

Nel secolo successivo, castelli e fortezze persero la loro funzione difensiva: il Castello Svevo di Brindisi fu utilizzato come bagno penale, il Forte a Mare come lazzaretto, il Castello Alfonsino come sede di un faro e, durante la Grande Guerra (1915-1918), come deposito di mine. Nel 1984, la Marina Militare consegnò il complesso dell'isola (forte e castello, 28.600 metri cubi, oltre ai grandi spazi aperti) al Demanio dello Stato, che lo affidò alla Soprintendenza regionale ai Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici. Con i fondi dell'Unione Europea destinati allo sviluppo del turismo, e in particolare del turismo d'affari, la Soprintendenza sta ora restaurando il Forte a Mare, mentre la Provincia di Brindisi ha pressoché terminato i lavori, assunti di propria iniziativa, per il recupero funzionale del Castello Alfonsino.

 

 

 

Storia del promontorio di S.Andrea

Storia del promontorio di S. Andrea
(ovvero della Chiesa di S. Paolo e del palazzo della Provincia e della Prefettura)
 
Chiesa di San Paolo
Chiesa di San Paolo.
Foto coll. Mogavero-Pennetta

  Anticamente, ai tempi dei Messapi e dei Romani, Brindisi era cinta di grandi mura (alcuni resti sono tuttora visibili all'inizio di via Camassa) ed era difesa da rocche ben munite, costruite sui promontori che si affacciano sul porto. Tra l'altro, tutta l'area fra il mare e le fortificazioni sulle alture era ricca di giardini. Una rocca sorgeva anche sul promontorio detto di S. Andrea, dove sono ora la chiesa di S. Paolo e le sedi della Prefettura e della Provincia, ricavate nell'ex monastero annesso al tempio. In questo sito sorse - ed è la costruzione nota più antica dopo la rocca - la casa di Margarito da Brindisi (1130-1196), il grande ammiraglio fedelissimo dei Normanni. La posizione era (ed è) incantevole e la "domus Margariti" era magnifica, fornita di bagni, giardini, forni e altri servizi accessori. Nelle sue pertinenze furono realizzate la zecca e la banca di Stato. Nel giardino della casa vi era un'altissima, e quindi antichissima, palma, che si trova effigiata in alcune monete coniate dai Normanni. E' possibile che la zecca esistesse già ai tempi dei Normanni; però il documento più antico che la cita come operante è del 1215.

Con la sconfitta dei Normanni e la morte dell'Ammiraglio, la casa di Margarito fu confiscata dagli Svevi; Federico II, nel 1215, la donò - esclusi i locali della zecca e della banca - ai Cavalieri Teutonici, che avevano già un "hospitale" nell'area della Cittadella. La casa fu ricomprata dallo stesso Imperatore svevo nel 1229 per consentire l'ampliamento della zecca, le cui esigenze erano evidentemente molto cresciute (vi si coniavano anche monete d'oro). Nel 1245, Papa Innocenzo IV depose Federico II che, due anni dopo, fu sconfitto dalla Lega Lombarda a Parma e a Fossalta. Nello stesso anno, il 13 agosto 1247, Innocenzo IV concede la casa di Margarito a Riccardo di Maramonte della diocesi di Otranto; dieci anni dopo, Papa Alessandro IV, toltala a Riccardo, la concede il 21 novembre 1257 ai fratelli brindisini Zacaria Nicola e Bibulo. Dopo il 1257, la "domus" fu chiamata Casa della Curia Regia e sede della Sicla (zecca): era quindi ridiventata di proprietà demaniale.

Con la morte di Federico II (1250), la zecca di Brindisi fu trasferita a Manfredonia ad opera di Manfredi di Svevia; ma sconfitto e ucciso costui da Carlo I d'Angiò, fu riportata nel 1266 a Brindisi. Lo stesso re Angioino - resosi conto dell'inadeguatezza dei locali dell'ex casa di Margarito - ordinò la costruzione del nuovo palazzo della zecca in prossimità della Cattedrale, dov'è ora il palazzo Balsamo (in precedenza chiamato "de los Reyes"). La zecca brindisina continuò a funzionare - coniando però solo monete di rame e d'argento - sotto i successori di Carlo I e gli Aragonesi. In tutta la sua storia, la zecca di Brindisi avrebbe coniato 338 monete diverse.

 Convento di San paolo (Piantina del 1738)
Convento di San Paolo in una piantina del 1738

 Intanto, il 2 giugno 1284, Carlo I d'Angiò aveva donato la casa di Margarito e adiacenze ai Francescani perché vi costruissero, col materiale di risulta della "domus", la chiesa e il monastero di San Paolo. Le pietre quadrate con le quali il tempio fu edificato facevano parte, quindi, della "domus Margariti", che a sua volta potrebbe aver utilizzato i conci dell'antica rocca. La chiesa di S. Paolo fu terminata nel 1322, ma l'attuale tetto risale al 1505.

Palazzo della Provincia anni 20
Il palazzo della Provincia alla fine degli anni '20

 A seguito del primo incameramento dei beni degli enti ecclesiastici, durante il regno di Gioacchino Murat, il monastero di S. Paolo - come tanti altri monasteri - divenne proprietà demaniale, e il 15 maggio 1813 sede della Sottintendenza, trasferita da Mesagne, che sei anni prima, all'atto dell'insediamento, era stata preferita a Brindisi, tristemente famosa per la sua aria malsana. La Sottintendenza divenne Sottoprefettura nel 1860, e Prefettura nel 1927, con l'istituzione della Provincia. Qualche anno dopo l'edificio avrebbe ospitato, a seguito della ristrutturazione e dell'ampliamento dei locali, anche gli uffici dell'Amministrazione Provinciale, che nei primi tempi avevano trovato provvisoria sistemazione in un appartamento di viale Regina Margherita e nel Palazzo Montenegro.

Il palazzo della Provincia in una foto dei primi anni '30
Il palazzo della Provincia in una foto dei primi anni '30

 

Palazzo della Provincia oggi
Il palazzo della Provincia oggi

 

 

Illustrazione della grande tela "Allegoria della Provincia di Brindisi"

Illustrazione della grande tela
"L'Allegoria della Provincia di Brindisi"
dipinta nel 1949 da Mario Prayer (nato nel 1887)

Quadro_Prayer.jpg

 

 Nell'arte l'allegoria è la rappresentazione di un concetto o di un'idea per mezzo di figure o di motivi simbolici. Nella grande tela che abbellisce la parete principale del salone di rappresentanza, Mario Prayer, che ha concepito e dipinto il quadro in età matura, ha usato numerose immagini simboliche - anche mitologiche - per celebrare la Provincia di Brindisi, e dare un'idea generale e il più possibile completa del territorio provinciale, delle sue attività e prodotti.

 La donna al centro del quadro, maestosa e riccamente vestita, dal portamento solenne, personifica la Provincia, l'Ente che commissionò l'opera. È seduta ai piedi di una grande quercia, dai cui rami pendono - come frutti - gli stemmi dei suoi venti Comuni. Regge in mano lo scettro e sul grembo ha lo stemma provinciale, con un libro aperto sulle cui pagine è scritto - in latino - il nome della provincia: BRVNDVSIVM o BRVNDISIVM (i due nomi sono stati usati dagli autori latini alternativamente). Alle sue spalle sono piante di alloro, altro albero caratteristico locale: d'altronde sono proprio le foglie di quercia e di alloro ad essere racchiuse nella corona gemmata con la quale la Consulta araldica contraddistinse le province; quella corona che a completamento dello stemma è posta sullo scudo, diverso per ciascun ente.

 Ai lati del quadro sono i due monumenti-simbolo di Brindisi e, di conseguenza, dell'intera provincia: la colonna romana e il monumento nazionale al Marinaio d'Italia, l'antico e il moderno, entrambi in grado di identificarla con immediatezza. Le acque del porto sono rappresentate in modo diametralmente differente: a sinistra, sotto la colonna, sono calme, azzurre, a indicare la funzione commerciale del nostro porto, al servizio dei passeggeri e delle merci; a destra le acque sono invece agitate, e si intravede la prua di una piccola nave da guerra. Non a caso l'Artista ha qui utilizzato lo sfondo del monumento eretto nel 1933 per ricordare i marinai italiani caduti nella guerra 1915-18, con il profilo dei due cannoni puntati verso il cielo, a indicare la funzione militare del porto e il ruolo da esso svolto in particolare nelle due guerre mondiali, di cui l'ultima terminata solo quattro anni prima dell'esecuzione del quadro.

 Le sette figure attorno alla donna dall'aspetto imponente simboleggiano le attività prevalenti sul territorio, e sono rappresentate nell'atto di offrire i loro prodotti o nello svolgimento del loro lavoro. La prima figura, all'estrema sinistra, mostra una tessitrice, probabilmente di Carovigno, dove esisteva ancora nel 1949 una discreta tradizione in questo settore; figura che sintetizza tutte le nostre attività artigianali, particolarmente apprezzate. Verosimilmente questo primo personaggio è anche un omaggio al Presidente della Provincia che commissionò l'opera, il dottor Antonio Perrino, nativo di Carovigno, che dal 1948 al 1961 gestì nel migliore dei modi la difficile fase della ricostruzione postbellica.


 La seconda figura femminile rappresenta l'agricoltura, altro settore d'importanza fondamentale per la nostra economia, con i due prodotti più diffusi e pregiati, l'uva e le olive. In testa ha una trozzella, la tipica ànfora dei Messapi (di coloro cioè che sono considerati i fondatori della provincia perché costruirono le nostre prime città), caratterizzata dalle alte anse verticali che terminano spesso con quattro o più rotelle, a forma di carrucola, dalla cui voce latina "trochlea" deriva il suo nome; ai suoi piedi due dei vasi in cui ancora, soprattutto nelle famiglie contadine, si conservano molti prodotti agricoli, freschi o lavorati artigianalmente. Questa figura è pure, molto probabilmente, un omaggio dell'Artista alla bellezza e alla gentilezza delle donne della provincia.

 La terza figura rappresenta il dio Mercurio, l'Ermes dei Greci, protettore dei commercianti e dei viaggiatori (ai suoi piedi sono la ruota e il bagaglio), a indicare le nostre attività commerciali e la funzione di collegamento di Brindisi, punto d'incontro dell'Europa occidentale con l'Oriente. I commerci e i viaggi sono in grado di produrre ricchezza, perché trasferiscono beni e competenze nei luoghi in cui possono essere meglio utilizzati, e sono quindi più apprezzati, oltre che valorizzati. Il dio ha piccole ali alle caviglie; altre due ali sporgono dal suo pètaso (copricapo usato dagli antichi viandanti Greci); ancora altre due ali sono alla sommità del caduceo, bastoncino simbolo di pace, intorno al quale sono intrecciate due serpi.

 Subito dopo la donna che rappresenta la Provincia, ai suoi piedi, vi è Nettuno (il Poseidone dei Greci), fratello di Zeus e dio del mare. Ha nella destra il tridente, emblema del suo potere, e nella sinistra la cornucopia, simbolo della prosperità, con la quale dispensa alla Provincia di Brindisi le grandi ricchezze che il mare è in grado di offrire. Il pescatore che tira la rete completa la rappresentazione della pesca e dei suoi prodotti.

 Le due ultime figure, quelle dei maestri d'ascia, i carpentieri specializzati nelle costruzioni navali in legno, alludono alle attività industriali - le costruzioni aeronautiche e navali - prevalenti a Brindisi nei primi decenni del secolo scorso, quando non era stata ancora realizzata l'area di sviluppo industriale con le grandi imprese del settore chimico-farmaceutico. Il maggiore stabilimento industriale di Brindisi era, nel 1949, la S.A.C.A. - Società Anonima Costruzioni Aeronavali, che occupava un migliaio di operai. Gli apprendisti di quelle maestranze altamente specializzate lavorano ora nei cantieri navali (Balsamo, Gioia, ecc.) che costruiscono e riparano imbarcazioni, e nelle società aeronautiche Fiat Avio e Agusta, che costruiscono o effettuano la manutenzione di motori e componenti di aereo.

 Nel complesso, la grande tela di Mario Prayer esprime molto bene e in modo chiaro e suggestivo - con un insieme armonico di monumenti, figure, oggetti e colori - la composita realtà della provincia di Brindisi e la sua storia antichissima, a partire dai Messapi che per primi, circa tremila anni fa, edificarono le nostre città e costruirono le prime strade, ora integrate nell'ampia rete stradale provinciale.

Descrizione ufficiale dello stemma e del gonfalone

Stemma originale della Provincia di Brindisi
Stemma originale
della Provincia di Brindisi


  Lo stemma fu concesso alla Provincia di Brindisi dal re Vittorio Emanuele III con decreto del 22 settembre 1927, e fu così descritto in un "solenne documento" del 4 marzo 1928:

 

"D'azzurro, alla testa di cervo al naturale, posta in maestà, accompagnata in punta dalla parola BRVN".
La testa di cervo e la parola BRVN hanno entrambe un'antica origine. La prima costituiva, da sola, lo stemma della città di Brindisi fino al 1845, allorché furono aggiunte le due colonne; la seconda appare sulla più antica moneta brindisina. Il legame tra le due è che i geografi e gli storici greci e latini fecero derivare il nome BRVN o BRVNDA dalla parola messapica che significava "testa di cervo", cui la forma del porto somiglia. La moneta di bronzo, sul cui diritto è la testa di Nettuno e sul rovescio Falanto che cavalca un delfino e la scritta BRVN, risale al III sec. a. C.

La corona di Provincia è formata da un cerchio d'oro gemmato con le cordonature lisce ai margini, racchiudente due rami, uno di alloro e uno di quercia, al naturale, uscenti dalla corona, incrociati e ricadenti all'infuori.

 

 Gonfalone della Provincia di Brindisi

  GONFALONE: Drappo di stoffa rettangolare, interzato in palo: d'azzurro, di bianco e d'azzurro, il bianco caricato dello stemma sopra descritto, con la scritta "PROVINCIA DI BRINDISI" in oro, il drappo riccamente ornato con ricami dorati attaccato all'asta per il lato corto, mediante lacci dorati posti a triangolo ed inchiodato con chiodini di ottone sopra l'asta, terminata ai due lati con pomi pure di oro. L'asta verticale sarà ricoperta di velluto azzurro, con bullette dorate poste a spirale, e sormontata da una freccia con gambo di metallo dorato con lo stemma della Provincia a traforo. Sul gambo della freccia inciso il nome della Provincia con la data della sua costituzione. Cravatte e nastri tricolorati dai colori nazionali, frangiati d'oro, con cordoni e fiocchi pure d'oro.