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Torchiarolo

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Casa fortificata
Casa fortificata (sec. XV) - Foto coll. Pennetta

 Risale a un migliaio di anni fa il casale indicato come Turchellis in un documento del 1133 e Turcalurum in un altro del 1181. Il nome non fa riferimento ai Turchi, che fecero le loro scorrerie nel Salento dopo il 1480, anche se lo stemma comunale mostra un turco incatenato (evidentemente a ricordo di uno scontro che vide i Torchiarolesi vincitori), ma a un attrezzo comune usato per la vinificazione e l'estrazione dell'olio: il "torchio" (dal latino torculum); mentre gli operai che lo usavano venivano detti "torchialori". Anche altri Comuni di quest'area, di antica e celebrata tradizione agricola, fanno spesso riferimento a prodotti e ad attrezzi agricoli nei loro nomi e stemmi.

Come San Pietro Vernotico, deve il suo sviluppo ai profughi di Valesio (distrutta nel 1157 da Guglielmo I d'Altavilla, che tre anni prima era divenuto re di Puglia e di Sicilia), i cui resti archeologici si trovano in agro di Torchiarolo.

La torre, il cui primo nucleo fu costruito nel XVI secolo a scopo difensivo dalle frequenti (a causa della vicinanza della costa) incursioni dei pirati e dei Turchi, è stata ampliata nei due secoli successivi per essere adattata a palazzo baronale: il territorio è stato infatti feudo della contea di Lecce. La casa fortificata di S. Domenico, della fine del sec. XVI, è l'unica costruzione di questo tipo rimasta nella provincia: bassa e dotata anch'essa di sistemi difensivi è al centro di una corte recintata da un alto e spesso muro, con l'unico ingresso ad arco sovrastato da una caditoia; in pratica un fortino, in grado evidentemente di respingere con successo gli attaccanti.

La chiesa matrice, del sec. XVIII e a tre navate, è dedicata a Maria SS. Assunta; lo stemma inserito nella facciata raffigura un turco in catene; all'interno è la statua della Madonna di Galliano (o Galeano), parola di origine longobarda che significa "della Selva o della Foresta". A Lei è intitolato il santuario ricostruito dov'era una chiesetta dell'VIII o IX secolo, in cui sono l'affresco medievale della Madonna e una parte dell'abside del tempio originario. Nelle campagne vi sono cappelle rurali, annesse o prossime alle masserie, oltre ad edicole votive, che denotano la spiccata religiosità degli abitanti.

Valesio, dai Torchiarolesi chiamata "Valisu" come la zona in cui si trovano i suoi resti, fu un importante centro prima messapico (le ceramiche più antiche rinvenute risalgono alla prima metà dell'VIII sec. a. C.) e poi romano. Dopo Egnazia è la più importante area archeologica della provincia. All'inizio dell'epoca imperiale romana la città venne chiamata Aletia dal geografo greco Strabone; gli scrittori latini la chiamavano Valetium o Balesium; nel IV secolo, nella famosa carta stradale "Tabula Peutingeriana", venne indicata come Balentium; nel 1100, poco prima della sua distruzione, Valentium. Antonio de Ferrariis, detto il Galateo dalla città d'origine (Galàtone), che nel 1511 abitava presso Trepuzzi, scrisse: "Sulla strada campestre che va da Brindisi a Lecce è situata Balesus, che è andata completamente distrutta". Era attraversata dalla via Traiana-Càlabra e da un torrente. Al tempo di Costantino I il Grande (280-337), Valesio divenne stazione viaria del servizio postale imperiale: situata com'è a metà distanza tra Brindisi e Lecce, fu sede di mutatio (posto di cambio di cavalli o di muli) e fornita di servizi tra i quali un complesso termale. Nell'ultimo tratto della via Traiana, solo Brindisi, Lecce e Otranto erano fornite di alberghi (mansiones), e la distanza tra Brindisi e Otranto era coperta in due giornate: i viaggiatori passavano una notte a Lecce (Lupiae), mentre le cavalcature venivano cambiate alla mutatio Valentia (Valesio) e alla mutatio Ad duodecimum, a metà strada tra Lecce e Otranto.

 

 

San Vito dei Normanni

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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San Vito, Castello
 Castello
Foto Mogavero - Pennetta

 Sarebbe stata fondata nell'XI secolo quando il normanno Boemondo d'Altavilla, figlio di Roberto il Guiscardo e principe di Taranto, fece edificare quale padiglione di caccia una torre quadrata, tuttora esistente. I primi abitanti sarebbero stati gli Schiavoni (accrescitivo di schiavo, ma nel senso di "slavo"), come ricorda l'antico nome della città, giunti mille anni fa dall'opposta sponda dell'Adriatico (per inciso, Schiavoni furono dal XVII secolo anche le guardie del doge di Venezia). Ma l'origine di San Vito, così chiamata per la devozione degli abitanti al santo, potrebbe però essere molto più antica, poiché fra le contrade Castello e Paretone sono stati rinvenuti reperti preistorici e tombe messapiche e romane. E' stata feudo dei Sambiasi, del Balzo Orsini (che nel XV secolo avrebbero costruito il castello incorporandovi l'antica torre normanna), Serra, Dentice di Frasso (attuali proprietari del castello, che hanno adattato a propria residenza, dopo i numerosi ampliamenti e ristrutturazioni di cui è stato fatto oggetto in oltre cinque secoli).

I Sanvitesi hanno sempre preso parte attiva alla storia del Paese: nel 1571 parteciparono alla battaglia di Lepanto contro i Turchi; nel 1799 aderirono alla Repubblica Partenopea contro i Borboni; e in seguito contribuirono alla causa risorgimentale. Il 27 ottobre 1862, modificarono il nome del Comune da San Vito degli Schiavoni a San Vito dei Normanni, a ricordo degli illustri edificatori della torre.
 
Chiesa di San GiovanniChiesa di San Giovanni
 Foto coll. Mogavero-Pennetta
 
 Nel territorio di San Vito sono ancora visibili i resti di insediamenti rupestri che fanno capo alle cripte di San Giovanni e di San Biagio. La prima frequentazione della cripta di san Biagio, nei pressi di masseria Jannuzzo, risalirebbe al XII secolo, mentre gli affreschi sacri, che si ispirano ai modelli bizantini, sono della fine del XIII secolo. L'insediamento di San Giovanni, nei pressi del canale Reale, in contrada Cafaro, è costituito dalla chiesa e da altre due grotte (oggi crollate) con affreschi del XIII-XIV secolo. Nella chiesa matrice, dedicata a S. Maria della Vittoria, iniziata nel 1571 dopo la battaglia di Lepanto, e ampliata e modificata nel 1773 con la costruzione di una facciata barocca, vi sono una pregevole tela raffigurante la Vergine che annunzia al Papa Pio V la vittoria sui Turchi, e una statua d'argento che rappresenta San Vito. La chiesa "vecchia", costruita nel sec. XV, ora dedicata a San Giovanni, è stata più volte restaurata, ampliata e rinnovata (nel 1470, 1696 e 1763, in particolare).

 
 

 

 

San Pietro Vernotico

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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 Chiesa Matrice
Chiesa Matrice - Foto coll. Pennetta

 Sarebbe sorta poco prima dell'abbandono di Valesio, il centro messapico distrutto nel 1157 da Guglielmo I d'Altavilla, re di Sicilia, detto il Malo. Una parte dei superstiti si rifugiarono attorno a una grancia basiliana, forse già intitolata all'Apostolo Pietro, determinando la nascita e lo sviluppo del casale. La denominazione di San Pietro Vernotico, in cui quest'ultimo termine potrebbe derivare - ma è solo un'ipotesi - dal latino vernaculum, nel senso traslato di "locale, del paese" (San Pietro nostro), in un'epoca in cui erano molti i centri che si mettevano sotto la protezione del principe degli Apostoli, appare in documenti ufficiali del 500. Per inciso, sono ben 33 i Comuni italiani che attualmente hanno le parole "San Pietro" nel loro nome. E' meno probabile che derivi da vernalis (primaverile), com'è stato supposto. Il suo stemma rappresenta una quercia, simbolo di forza, su fondo azzurro.

Al centro del paese è la torre a pianta quadrangolare, con merlature e caditoie e volte a crociera, costruita nel XVI secolo per difendere il paese dalle incursioni dei Turchi, e più volte restaurata per divenire la sede della signoria dei vescovi di Lecce, della cui mensa (nel significato di "rendita"), il feudo faceva parte dal XII secolo. E' al 1480, anno della presa d'Otranto, o poco più tardi, che si riferisce l'episodio che ha ispirato l'"Asta della Bandiera", la manifestazione che si tiene a San Pietro ogni anno, nel giorno di Pasqua: un combattimento vittorioso oppose i Sampietrani ai Turchi che cercavano di saccheggiare il paese, in occasione del quale il nemico fu costretto ad abbandonare la sua insegna.

La chiesa matrice è dedicata a Maria SS. Assunta e ha un elegante rosone con vetrata dipinta con l'immagine della Madonna; nel XIX secolo all'originaria navata unica ne furono aggiunte altre due laterali. La secentesca chiesa di San Pietro, costruita probabilmente sulla base di un preesistente tempio medievale, ha ricchi altari barocchi e tele del 600, tra cui una raffigurante l'Apostolo Pietro; fu restaurata con il rifacimento del frontespizio nel 1794, mentre il campanile a vela è del 1936.

 

 

San Pancrazio Salentino

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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San Pancrazio: Cattedrale
Cattedrale - Foto coll. Pennetta

 Tra San Pancrazio e Mesagne è la zona archeologica di Muro Maurizio, con tracce di una possente cerchia muraria, in cui da secoli si rinvengono epigrafi messapiche e monete greche e romane; scavi recenti hanno confermato che il territorio comunale era già abitato in epoca messapica. Il casale di San Pancrazio sorse un migliaio di anni fa, intorno alla chiesa dedicata al Santo protettore; nel XII secolo era diventato feudo degli Arcivescovi di Brindisi, della cui mensa (nel significato di rendita) fece parte sino al 1866, allorché i suoi beni passarono allo Stato. Fu l'Arcivescovo (poi cardinale) Girolamo Aleandro, che resse la sede brindisina dal 20 dicembre 1524, ad eleggere San Pancrazio - per la bontà dell'aria - sua residenza estiva, utilizzando il palazzo fatto costruire dai suoi predecessori. Lo stemma comunale, riconosciuto nel 1931, mostra un'aquila coronata ad ali spiegate, che ha nel becco una spiga di grano e una stella sul petto. Frazione di Torre, divenne Comune dal 1° gennaio 1839. Nel 1862 aggiunse al nome l'aggettivo "Salentino", ad evitare confusioni con altro Comune italiano avente lo stesso nome; un'esigenza nata per molti Comuni italiani con l'unificazione del Paese.

Chiesa di Sant'Antonio, affreschi
Chiesa di S. Antonio. Affreschi - Foto coll. Pennetta

San Pancrazio fu saccheggiata dai Turchi, sbarcati a San Cataldo, una prima volta nel 1480 (subito dopo la presa d'Otranto); una seconda volta, la notte del 1° gennaio 1547, quando cinque galeoni turchi approdarono a Torre Colimena, sulla costa jonica: in quest'occasione quasi tutti gli abitanti furono deportati in Turchia e venduti come schiavi. L'avvenimento è narrato negli affreschi della chiesa di S. Antonio, già matrice, la cui costruzione cominciò alla fine del sec. XV. Il santuario di S. Antonio alla Macchia, ora dedicato a S. Antonio di Padova, è sulla strada per Torre ed ha una cripta divisa in due, scavata nella roccia, con tracce di affreschi del XIV secolo raffiguranti il Santo. L'attuale chiesa matrice, dedicata a San Francesco, ha una sobria facciata neoclassica; fu edificata nel 1866 e inaugurata il 1872; ha una vasca battesimale del sec. XVI e l'altare settecentesco della Cattedrale di Brindisi. La chiesa dell'Annunziata, dal portale del sec. XVII sormontato da uno stemma, è probabilmente di origine cinquecentesca: fu ampliata nel 1627, restaurata e dotata del campanile nel 1887.

 

 

San Michele Salentino

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Chiesa Vecchia
San Michele Salentino - Chiesa Vecchia
Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Frazione di San Vito fino al 1928, allorché ottenne l'autonomia comunale, nacque ai primi del 900 per volontà del principe di San Vito Michele Dentice di Frasso, che concesse in enfitèusi ai contadini sanvitesi, oltre che di Ostuni e Francavilla, perché vi abitassero stabilmente, i terreni facenti parte del piccolo casale di Masseria Nuova. Cambiò il nome in San Michele, in onore dell'Arcangelo riconosciuto protettore della cittadina; con l'aggiunta di "Salentino" per distinguerlo dagli altri Comuni italiani con lo stesso nome.

Lo stemma rappresenta San Michele con la spada e, al suo fianco, una torre merlata. La Chiesa Matrice è del 1937. Nell'agro è il Santuario di San Giacomo edificato nel XIX secolo su una cripta basiliana, in cui si conserva un affresco raffigurante la Madonna col Bambino. Un Comune con una storia così breve ha il grande merito di avere una pinacoteca, sorta per iniziativa del cittadino Stefano Cavallo, con opere di Manzù, De Chirico ed altri.

San Donaci

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Tempio di San Miserino
 Tempio di San Miserino - Foto coll. Pennetta

 Il suo territorio fu abitato dai Messapi; ma il casale dovette esistere già ai tempi dei Romani, come si rileverebbe dall'impianto urbano e dai resti di ville prediali romane nei pressi. Come San Pancrazio, fu feudo degli Arcivescovi di Brindisi, cui fu donato dal re normanno Tancredi nel 1130. Il suo nome, documentato già nel sec. XII, potrebbe derivare più verosimilmente proprio dall'atto del dono: "Donàtoci", abbreviato in "Donaci", con l'aggiunta di "san" per volontà degli amministratori arcivescovili e della devozione degli abitanti. E' significativo il fatto che un altro Comune salentino, San Donato, in provincia di Lecce, sia sorto anch'esso sotto i Normanni, più o meno negli stessi anni. Un'altra ipotesi fa riferimento alla presenza sul territorio di paludi e canneti per far derivare il toponimo dall'indoeuropeo "san o sand" = acqua, e dal greco "donakeus" = canneto. Lo stemma raffigura un albero di palma alla cui base sono tre spighe di grano (sia a destra che a sinistra) e un tralcio di vite. Fu l'Arcivescovo di Brindisi Annibale De Leo a far bonificare il terreno paludoso di San Donaci, dopo aver riottenuto la potestà sul feudo, interrotta a causa delle rivolte degli abitanti per la deludente gestione di alcuni degli amministratori che si erano avvicendati nella seconda metà del sec. XVIII.

Ha una notevole chiesa matrice, dedicata a Maria SS. Assunta, costruita nel 1899 in stile tardo neoclassicista, con campanile a tre piani e cupola. Più antica è la chiesa della Madonna delle Grazie, ora cappella del cimitero, con un'immagine della Vergine dipinta sul muro, databile al XV secolo. In contrada Monticello, sulla strada per Mesagne, è il rudere di San Miserino, uno dei più antichi templi cristiani della provincia, databile tra il VI e l'VIII secolo. Esternamente ha forma quadrangolare, con copertura a cupola; internamente, oltre a una probabile pianta circolare, ha tracce di affreschi e d

 

 

 

Ostuni

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
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Ostuni, panorama della Città Bianca
 Panorama di Ostuni - Foto coll. Mogavero-Pennetta

 Sorge sulla cima di un colle a pareti ripidissime, e il suo nome, secondo la tradizione, deriva dal greco "Astu-neon", città nuova, costruita con ogni probabilità - circa duemila anni fa - sui resti di una città più antica. D'altro canto, la posizione invidiabile, e facilmente difendibile, ha certamente attirato l'attenzione dei Messapi, costruttori di città e di strade: un abitato del IV-II secolo a. C., che doveva estendersi sulle pendici e nella piana sottostante il colle, è documentato dal rinvenimento di tombe al mercato Boario, a villa Nazareth, alla Rosara, a Santo Stefano. Nella stessa area sono state rinvenute strutture e ceramica di età imperiale romana e reperti medievali.

Ma il territorio di Ostuni è stato abitato sin da epoche molto più antiche, come dimostrano l'importante insediamento preistorico nei pressi della cripta di S. Maria d'Agnano, presso l'omonima masseria, in cui sono stati rinvenuti i resti di una giovane donna del paleolitico (circa 24.000 anni fa), e le numerose grotte in cui sono stati rinvenuti reperti ceramici e ossei, gli insediamenti neolitici di Lamaforca e San Biagio, e quello di Morelli che ha restituito reperti dell'età del bronzo. Per merito degli studiosi locali e di amministratori lungimiranti, la città è sede del "Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale".

Intorno all'anno Mille, c'erano ad Ostuni quattro porte, di cui oggi sono visibili solo Porta Nova e Porta San Demetrio, unite tra di loro da una strada circolare che correva lungo le mura e i bastioni per chiudersi nella piazza del Moro, che nel Medioevo era il centro della vita commerciale e politica del paese. Allo stesso periodo risale la costruzione, da parte di Ruggero II il Normanno, del castello, dove ora sono il palazzo vescovile, la Cattedrale e numerose abitazioni. Le esigenze difensive spiegano la presenza delle case vicinissime le une alle altre e delle domus palatiate, le abitazioni a più piani, per sfruttare al massimo tutto lo spazio disponibile entro le mura, in larghezza e in altezza. L'imbiancatura delle case deriva, oltre che dalla disponibilità della materia prima (calce), dalla necessità di assicurare più luce, diretta e riflessa, alle viuzze e agli ambienti ristretti. Della città medievale resta in Ostuni un'insula omogenea, il Rione Terra, tuttora perfettamente funzionale.

 

Ostuni, borgo antico
 Ostuni: Borgo antico - Foto coll. Mogavero-Pennetta

Il suo massimo sviluppo urbanistico avvenne nel Rinascimento, allorché all'architettura medievale si affiancarono numerosi edifici riconoscibili per i caratteristici portali con cornici architravate (di cui è un esempio quello della chiesa dello Spirito Santo, del 1637). Il centro cittadino si è spostato da piazza del Moro a piazza Libertà, dov'è il Municipio (nell'ex Convento dei Francescani) e dove fu innalzata, nel 1771, da Giuseppe Greco di Ostuni, la colonna di Sant'Oronzo, alta circa 20 metri, che ha in cima la statua del santo benedicente e, a mezz'altezza e ai quattro angoli, i simulacri dei santi Biagio, Gaetano, Irene e Lucia.

L'attuale fisionomia urbanistica di Ostuni non è molto differente da quella di tre secoli fa, quando la città si sviluppò verso i vicini colli di Casale, Cappuccini, Sant'Antonio, Molino a Vento.

La Cattedrale, dalla bella facciata in stile gotico-romanico, richiese per la costruzione circa mezzo secolo; i lavori, iniziati verso la metà del sec. XV, terminarono nei primi decenni del secolo successivo. L'accesso alla chiesa è dato da tre portali con archi ad ogiva, sui quali si aprono tre rosoni, di cui decoratissimo, con figure degli Apostoli, è quello centrale. Ha un notevole coro ligneo, opera del sec. XVII. In via Pepe è la chiesa dell'Annunziata, ricostruita dai Francescani nel XVIII secolo su una chiesa medievale (S. Maria della Carnara), ad impianto basilicale simile a quello della Cattedrale. Pregevoli i pannelli del coro del 500, scolpiti in legno e laccati, e la volta della cappella del Crocefisso, con le immagini degli Evangelisti e dei dottori della Chiesa, sole testimonianze della chiesa medievale.

Al protettore Sant'Oronzo è dedicato anche un santuario che è sul Monte Morone, in cima alla strada dei colli, ricostruito verso la metà del sec. XVII inglobando una grotta carsica che ha un'immagine della Vergine affrescata su una parete. Oltre il colle di S. Oronzo, in contrada Rialbo, sono i ruderi del santuario di San Biagio, sovrastante un insediamento rupestre medioevale con cripta dedicata al Santo, che vi si sarebbe rifugiato dopo essere stato il vescovo di Sebaste.

Tra Ostuni e Fasano, in contrada Piscomarano, è la più antica architettura di tutta la provincia: il "dolmen (di Montalbano)", letteralmente - dal francese - "tavola di pietra", monumento preistorico funerario o di culto, costituito da grandi e spesse lastre di pietra: due infisse parallelamente nel terreno e un'altra posta sovrastante a copertura; e talvolta un'altra ancora come parete di fondo.

A Villanova, lungo l'antica via Traiana, sulla splendida costa ostunese, vi è il porto con la grande torre del sec. XV, edificata forse in alternativa alle mura fatte costruire dagli Angioini verso la fine del XIII secolo; nei pressi sono stati rinvenuti reperti di età ellenistica e romana.

La Murgia, sulle cui ultime propaggini meridionali si trova Ostuni, significa "sporgenza rocciosa" (dal latino murex = sasso appuntito); costituita in gran parte da calcari cretacei, è nettamente dominata dal 'carsismo': manca perciò di corsi d'acqua e valli. Al loro posto solchi non profondi, a pareti ripide, detti "lame", ed enormi burroni, le "gravine". Nella lama di Rosa Marina, che è una delle più belle del territorio ostunese, in parte occupata dall'omonimo villaggio turistico, sono state rinvenute tracce di un insediamento neolitico e di un insediamento rupestre medioevale. In questi ultimi quarant'anni, Rosa Marina e gli altri eleganti villaggi sorti sulla spiaggia, una delle più pulite dell'Adriatico, hanno fatto di Ostuni e dei Comuni collinari limitrofi una delle zone maggiormente reputate nel Paese e all'estero per il turismo più esigente, poiché uniscono alle bellezze naturali e paesaggistiche (mare, campagna, collina), strutture ricettive di elevata qualità, una cucina sana e genuina, e un grande complesso di beni culturali: storici, artistici e architettonici.

 

 

 

Oria

 Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo

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Castello di Oria
Castello di Oria - Foto coll. Mogavero-Pennetta


 Il territorio di Oria era già abitato nel neolitico (VIII-IV millennio a. C.), in particolare tra le masserie Laurito e S. Anna. Per Erodoto (storico greco nato nel 490 a. C.) la città di Hyria, posta poco più a Nord dell'attuale centro urbano, nell'area compresa tra Gallana, S. Cecilia, La Pigna, Campo Adriano, Sciersi e S. Andrea, fu fondata dai Cretesi di Minosse spinti sulle nostre coste da una tempesta, al ritorno da una spedizione militare in Sicilia. Ad essi seguirono i Micenei, in una delle loro periodiche frequentazioni delle nostre coste. Per Strabone (geografo e storico greco nato nel 63 a. C. ca.) il centro, diventato nel frattempo Uria, fu al tempo dei Messapi (VII-III sec. a. C.) un'importante città-Stato, sede di una reggia (ubicata dov'è ora il palazzo vescovile) che Strabone affermò di aver visto, con il diritto di battere moneta e imporne la circolazione alle altre città.

La sua lunga storia, con la fondazione che potrebbe essere avvenuta tra il XVIII e il XV sec. a. C., è documentata dal gran numero di necropoli rinvenute, che continuano a restituire moltissimo materiale archeologico (in parte custodito nel Museo Nazionale di Taranto), risalenti sia al periodo ellenico che a quello messapico. Lo stesso sottosuolo dell'attuale centro urbano è interessato da numerose necropoli, che coprono un vasto periodo, dal X-IX sec. a. C. al III sec. d. C. Tra l'altro, nella città è stato ritrovato un grande invaso artificiale, di epoca messapica, per la raccolta dell'acqua ad usi potabili.

La campagna oritana fu pure apprezzata, per la sua fertilità, dai Romani, che costruirono numerose villa rustiche, e dichiararono Oria prima municipio e poi città federata. Vi fecero passare la più importante delle loro strade, la via Appia, che attraversava la città per oltre un chilometro nella parte settentrionale. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente (476 d. C.), Oria fu devastata da Goti, Greci e Longobardi e più volte saccheggiata dai Saraceni.

Verso la fine del IX secolo, essendo stata Brindisi distrutta dai Saraceni, la cattedra vescovile fu trasferita a Oria. Il primo vescovo là residente, Teodosio, fece costruire una nuova chiesa sull'acròpoli e vi collocò i corpi dei santi Crisanto e Daria, ottenuti da Papa Stefano V nell'anno 886. La chiesa, ora interrata nell'atrio del castello, fu riscoperta nel 1822. E' la prima costruzione in cui sarebbe stato usato da noi il sistema di coprire gli edifici con cupole aggettanti (sporgenti in fuori), ossia a "trullo". Teodosio fece edificare pure una chiesa, scavata nella roccia fuori le mura, in onore di S. Barsanofrio, anacoreta palestinese del VI sec. e patrono di Oria dalla fine del IX sec., l'epoca in cui vi furono traslate le reliquie.

Poco dopo l'anno Mille, Oria passò sotto il dominio dei Normanni che la riedificarono, la cinsero di mura e costruirono una torre quadrata, poi incorporata dal castello fatto edificare da Federico II lo Svevo tra il 1227 e il 1233: un'imponente costruzione a pianta triangolare ai cui vertici sorgono la torre quadrata dello Sperone e le due torri cilindriche del Cavaliere e del Salto, probabili opere degli Angioini. In una delle sale è la collezione archeologica, tra cui monete coniate a Oria, dei conti Martini Carissimo, attuali proprietari del castello. All'inizio del XIV secolo Oria fu annessa al principato di Taranto, divenendo feudo dei principi del Balzo Orsini prima e dei Bonifacio e Borromeo poi, finché fu venduta agli Imperiali, ai quali appartenne sino alla fine del XVIII secolo. Con la morte dell'ultimo degli Imperiali, passò prima al Regno delle due Sicilie e poi al Regno d'Italia.

In cima al paese medievale è la nuova Cattedrale, costruita nel XVIII secolo sui resti della cattedrale romanica. Interessanti sono il settecentesco palazzo del Sedile, o sede del decurionato, a pianta quadrata, e le antiche porte di accesso: Gerocco, Lama, degli Ebrei. Nell'agro oritano, nel Medioevo ricoperto da una grande foresta, merita particolare attenzione la chiesa di S. Maria di Gallana, posta lungo il tracciato dell'antica via Appia, nell'area di una villa rustica romana, divenuta casale nel Medioevo. Presso la masseria Le Salinelle è l'insediamento rupestre con le cripte di S. Maria della Scala e di S. Agostino.

La storia più recente di Oria è strettamente legata a Federico II: in onore del grande imperatore svevo tutta la città partecipa ogni anno, nel secondo fine settimana di agosto, alla rappresentazione del Torneo dei Rioni (Castello, Giudea, Lama e S. Basilio) e del Corteo storico. A testimoniare la grande considerazione di cui godeva Federico II, per la sua saggezza e l'amore innato per la cultura, vi è la bella epigrafe posta sulla sua tomba: "Se la rettitudine, la sensibilità, la grazia delle virtù, la nobiltà potessero resistere alla morte, non sarebbe morto Federico, che qui giace".

 

 

Mesagne

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo

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Chiesa ;atrice Mesagne
 Chiesa Matrice - Foto coll. Pennetta

  Fu un importante centro messapico (dal VI al III secolo a. C.), per la posizione strategica a metà della strada che univa la città-Stato di Oria (sede di una reggia) al porto di Brindisi. Per lo stesso motivo fu importante ai tempi dei Romani che, sul tracciato dell'arteria messapica, costruirono la via Appia. Il suo nome nasce da quella posizione strategica: Messania divenne Mesania al tempo dei Greci e Mediana con i Romani; ma era già "Misagne" nel 500. A cinque chilometri, sulla strada per Latiano, è l'area archeologica di Muro Tenente, da identificare con ogni probabilità con l'antica Scamnum, indicata nella "Tabula Peutingeriana", carta stradale del IV sec. d. C., come ultima statio (posto per il cambio dei cavalli) prima di giungere alla Brundisium romana. Di Scamnum, che sarebbe stata abitata dall'VIII sec. a. C. al VI d. C., restano le testimonianze della necropoli, che si sviluppava all'interno della cerchia muraria. A sette chilometri a Sud di Mesagne, sulla strada per San Pancrazio, sono pure le rovine di Muro Maurizio, prima villaggio preistorico, poi centro messapico e romano, infine casale medievale, scomparso sul finire del Medioevo.

I Romani popolarono l'agro mesagnese di numerose 'villae rusticae' che dovettero durare fino al tardo Medioevo: ne sono stati rinvenuti i resti nei pressi delle masserie Moreno, Partenio e Campofreddo. Con la fine dell'Impero Romano d'Occidente (476 d. C.) anche Mesagne passò ai Bizantini, che - secondo la tradizione - la cinsero di mura. Nel X secolo fu quasi del tutto distrutta dalle incursioni barbariche; si riprese solo con i Normanni, allorché nel 1062 Roberto il Guiscardo fece costruire l'unico torrione a pianta quadrangolare del castello, che - rinforzato verso il 1430 con due torrette dagli Orsini del Balzo - fu restaurato e ampliato nella prima metà del sec. XVII da Giovanni Antonio Albricci, principe di Mesagne. La costruzione subì profonde modifiche nel 1750 ad opera del marchese Barretta, feudatario dell'epoca, per riparare i danni causati dal terremoto del 20 febbraio 1743: furono allora aperte le otto arcate del primo piano. Adattato a residenza dai marchesi Granafei, ultimi proprietari privati dai quali ha preso il nome, il castello appartiene ora al Comune che lo utilizza come Museo Archeologico Civico, meritevole di una visita, in particolare per la collezione epigrafica e l'interessante corredo funerario di una tomba a semicamera.

Divenne feudo prima degli Svevi e degli Angioini, poi degli Aragonesi che la cinsero di mura. Durante il Risorgimento vi fu istituita la vendita carbonara "I Messapi Liberi", a dimostrazione della sua attiva partecipazione ai moti rivoluzionari.

A settentrione, nei pressi del castello, è Porta Grande, ricostruita nel 1784 dov'era la precedente del XVI secolo, dalla quale si accede al borgo antico. Dalla Porta Nuova, costruita nel 1605 e riedificata nel 1702, si entra invece nel borgo nuovo: è ad unico fornice, ornamentale più che difensiva, con stemmi e iscrizioni sul fastigio. Un'altra Porta, chiamata Piccola, che si trovava a Sud-Ovest, fu demolita nel 1834.

Il palazzo Scalera, costruito verso la metà del sec. XVI, decorato nel piano attico da una lastra su cui è scolpita l'arma della famiglia, ripropone lo schema dell'ingresso fortificato con torre soprastante. Il barocco palazzo del Comune, una volta convento dei Celestini, fu costruito nel XVII secolo.

Nel borgo antico è la Chiesa Matrice dedicata a tutti i Santi, che - costruita tra il 1650 e il 1660 sulle basi di due precedenti chiese dei secc. XIV e XVI - ha un'imponente facciata barocca in càrparo e pietra bianca, spartita in tre ordini di cornicioni e scandita da paraste ioniche e corinzie. Particolari effetti di chiaroscuro sono creati dalle profonde nicchie scavate tra le paraste, con statue di santi. Sul portale principale sono le statue di S. Eleuterio, S. Antea e S. Corebo, protettori della città. Ha l'interno ad unica navata con transetto e coro; sotto il presbiterio è la cripta, che custodisce un pregevole crocefisso ligneo del XVI secolo e due tele che rappresentano la Madonna del Carmine (sec. XVIII) e la Natività di Gian Pietro Zullo (sec. XVII).

La chiesa del Carmine, nei pressi della stazione ferroviaria, è di età romanica, e fu quasi completamente riedificata sulle stesse basi, nel sec. XIV. Tra sovrastrutture del sec. XVI, presenta forme architettoniche tardo-gotiche che ricordano la chiesa di S. Maria del Casale di Brindisi. Vi si accede da un elegante portale, e l'interno conserva ricchi altari barocchi e una tela, restaurata in tempi recenti, della Madonna del Carmelo di Francesco Palvisino, dipinta qualche anno dopo la fondazione del convento, avvenuta nel 1521. Sotto il pavimento sono i resti di un ipogeo con tracce di affreschi e grotte di un antico insediamento anacoretico. Secondo la tradizione, in quel luogo sarebbe stato - nell'alto Medioevo - un santuario dedicato all'arcangelo Michele.

La chiesa dell'Annunziata, che fu costruita una prima volta dai Domenicani dopo il 1548, ha un portale elegantemente scolpito (oggi inserito nella parte esterna del coro della chiesa attuale, iniziata nel 1702), che è uno dei maggiori esempi di arte rinascimentale della provincia: è datato 1555 e firmato da Francesco Bellotto. Nella sua sacrestia è una tela di San Lorenzo da Brindisi, senza l'aureola di santo, probabile opera del pittore leccese Oronzo Tiso. La preziosa pisside del XV secolo, con l'arma della città di Brindisi (le due colonne), proviene dalla distrutta chiesa di S. Maria del Ponte di Brindisi, ove furono i Padri Premonstratensi.

 Chiesa di S.M. in Betlemme, particolare

Particolare della chiesa di S.M. in Betlemme
Foto coll. Pennetta


La chiesa barocca di Santa Maria in Betlemme, dal bel paliotto intarsiato in marmo e madreperla, fu ricostruita nel 1738 utilizzando l'area di una precedente chiesa del 1528. Sul muro absidale di quest'ultima chiesa, oggi altare ultimo absidale destro, è conservata l'immagine medievale che, dopo la peste del 1528, fu detta di S. Maria della Sanità. La grande tela "La Natività di Gesù" (cm 375 x 300) è attribuita a Luca Giordano. La chiesa di S. Maria Mater Domini, costruita tra il 1598 e il 1605 là dov'era un'antica cappella, fu ricoperta nel 1688 da un'alta cupola che si vuole copiata da quella romana di S. Maria del Popolo. Il S. Antonio Abate, scolpito in pietra, che sta a destra dell'ingresso, è opera dei primi anni del sec. XVII. Lungo la via Appia, poco lontano da Porta Grande, è la chiesetta bizantina di S. Lorenzo (VI-VII sec.), con impianto basilicale a tre navate e abside triconca (coperta a cupola nella parte centrale); ciò che indica la persistenza della tecnica costruttiva romana. La cupola fu rifatta, perché crollata, nel sec. XVI.