Torchiarolo

Dal volume "Viaggio in Terra di Brindisi" di Angela Marinazzo
Continua il viaggio nei Comuni della provincia

Casa fortificata
Casa fortificata (sec. XV) - Foto coll. Pennetta

 Risale a un migliaio di anni fa il casale indicato come Turchellis in un documento del 1133 e Turcalurum in un altro del 1181. Il nome non fa riferimento ai Turchi, che fecero le loro scorrerie nel Salento dopo il 1480, anche se lo stemma comunale mostra un turco incatenato (evidentemente a ricordo di uno scontro che vide i Torchiarolesi vincitori), ma a un attrezzo comune usato per la vinificazione e l'estrazione dell'olio: il "torchio" (dal latino torculum); mentre gli operai che lo usavano venivano detti "torchialori". Anche altri Comuni di quest'area, di antica e celebrata tradizione agricola, fanno spesso riferimento a prodotti e ad attrezzi agricoli nei loro nomi e stemmi.

Come San Pietro Vernotico, deve il suo sviluppo ai profughi di Valesio (distrutta nel 1157 da Guglielmo I d'Altavilla, che tre anni prima era divenuto re di Puglia e di Sicilia), i cui resti archeologici si trovano in agro di Torchiarolo.

La torre, il cui primo nucleo fu costruito nel XVI secolo a scopo difensivo dalle frequenti (a causa della vicinanza della costa) incursioni dei pirati e dei Turchi, è stata ampliata nei due secoli successivi per essere adattata a palazzo baronale: il territorio è stato infatti feudo della contea di Lecce. La casa fortificata di S. Domenico, della fine del sec. XVI, è l'unica costruzione di questo tipo rimasta nella provincia: bassa e dotata anch'essa di sistemi difensivi è al centro di una corte recintata da un alto e spesso muro, con l'unico ingresso ad arco sovrastato da una caditoia; in pratica un fortino, in grado evidentemente di respingere con successo gli attaccanti.

La chiesa matrice, del sec. XVIII e a tre navate, è dedicata a Maria SS. Assunta; lo stemma inserito nella facciata raffigura un turco in catene; all'interno è la statua della Madonna di Galliano (o Galeano), parola di origine longobarda che significa "della Selva o della Foresta". A Lei è intitolato il santuario ricostruito dov'era una chiesetta dell'VIII o IX secolo, in cui sono l'affresco medievale della Madonna e una parte dell'abside del tempio originario. Nelle campagne vi sono cappelle rurali, annesse o prossime alle masserie, oltre ad edicole votive, che denotano la spiccata religiosità degli abitanti.

Valesio, dai Torchiarolesi chiamata "Valisu" come la zona in cui si trovano i suoi resti, fu un importante centro prima messapico (le ceramiche più antiche rinvenute risalgono alla prima metà dell'VIII sec. a. C.) e poi romano. Dopo Egnazia è la più importante area archeologica della provincia. All'inizio dell'epoca imperiale romana la città venne chiamata Aletia dal geografo greco Strabone; gli scrittori latini la chiamavano Valetium o Balesium; nel IV secolo, nella famosa carta stradale "Tabula Peutingeriana", venne indicata come Balentium; nel 1100, poco prima della sua distruzione, Valentium. Antonio de Ferrariis, detto il Galateo dalla città d'origine (Galàtone), che nel 1511 abitava presso Trepuzzi, scrisse: "Sulla strada campestre che va da Brindisi a Lecce è situata Balesus, che è andata completamente distrutta". Era attraversata dalla via Traiana-Càlabra e da un torrente. Al tempo di Costantino I il Grande (280-337), Valesio divenne stazione viaria del servizio postale imperiale: situata com'è a metà distanza tra Brindisi e Lecce, fu sede di mutatio (posto di cambio di cavalli o di muli) e fornita di servizi tra i quali un complesso termale. Nell'ultimo tratto della via Traiana, solo Brindisi, Lecce e Otranto erano fornite di alberghi (mansiones), e la distanza tra Brindisi e Otranto era coperta in due giornate: i viaggiatori passavano una notte a Lecce (Lupiae), mentre le cavalcature venivano cambiate alla mutatio Valentia (Valesio) e alla mutatio Ad duodecimum, a metà strada tra Lecce e Otranto.

 

 

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